Wirepullers: Hu Jintao deve rinunciare al G8 e rientrare velocemente in Cina. C'è una rivolta in corso nello Xinjiang, regione che si trova a nord-ovest. Una manifetsazione di protesta di Uiguri, organizzata in occasione dell'uccisione di due membri di questa etnia in seguito a un confronto con un gruppo di han, si trasforma presto in uno scontro sanguinoso che causa centinaia di vittime. Più che la democrazia, di esportabile in questi anni si vede solo l'utilizzo, a fini centralizzanti, della minaccia terrorista araba. Dopo quella del Tibet, la voce di un'altra minoranza viene soffocata nel sangue da Pechino. Vediamo chi sono questi "tibetani dei quali non si è mai sentito parlare". (3)I musulmani non vivono solo in Xinjiang, ma anche in altre regioni cinesi. E' la religione di diverse minoranze etniche. Il balletto delle cifre sui credenti. Le 35mila moschee. Il giro d'affari dell'industria religiosa.
«Allahu Akbar». L’hanno gridato alcuni giovani cinesi uiguri (Weiwu’erzu) per le strade di Urumqi nei giorni dell’escalation di violenza che li ha visti protagonisti insieme ai cinesi Han e agli agenti dei corpi militari e paramilitari. Non solo uiguri, ma anche Hui e kazaki (Hasakezu), oltre a pochissimi Han: sono almeno 20 milioni i musulmani in Cina e sono dieci le minoranze etniche di fede islamica tra le 55 riconosciute dalla Repubblica Popolare (1).
Secondo alcune fonti, però, i musulmani cinesi sarebbero cento milioni, 16 dei 55 gruppi etnici riconosciuti dallo Stato (2), mentre secondo un amico giornalista cinese, 20 milioni sarebbero solo gli uiguri del Xinjiang. Oltre a uiguri (8.399.393), Hui (9.816.805) e kazaki (1.250.458), sono musulmani anche Dongxian (513.805), kirghizi (Ke’erkezizu, 168.823), Sala (104.503), tajiki (Tajikezu, 41.028), Bonan (Bao’anzu16.505), uzbeki (Wuzibiekezu, 12.370) e Tatar (Tata’erzu, 4.890) (3). I musulmani vivono per lo più nel Xinjiang, nell’estremo nordovest della Cina, ma anche nella regione centrale di Ningxia e nella provincia di Qinghai. Ci sono, inoltre, comunità in altre aree del Paese, come nella provincia sudoccidentale dello Yunnan.
Gli Hui, tra l’altro, si trovano anche in Tibet, mentre gli uiguri, concentrati nel Xinjiang, vivono anche nelle province dell’Hunan (sudest) e dell’Henan (centro) (4). In tutto il territorio del gigante d’Asia oggi esistono oltre 35mila moschee (5) (libaisi, tempio della preghiera) che, ad eccezione di pochi antichi luoghi di culto, sono state tutte costruite come adattamenti dell’architettura tradizionale cinese, sullo stile dei templi, con diversi edifici intorno a un cortile quadrato. Nelle moschee, la cui costruzione deve essere autorizzata dal governo, ufficialmente solo gli imam cinesi possono dedicarsi ai sermoni.
E Pechino può contare su una squadra consistente di Imam “amici”. Già nel 1955 le autorità cinesi avevano creato nella capitale l’Istituto islamico di Cina con l’obiettivo, scrivono Mi e You nel loro “Islam in China”, di «formare imam che avessero sentimenti patriottici e fossero fedeli all’Islam». Nel vasto territorio cinese, le minoranze etniche di fede islamica si mescolano con gli Han, etnia maggioritaria che comprende il 95 per cento dei cinesi, e hanno parzialmente adattato le proprie tradizioni a quelle tipiche locali.
Così, la maggior parte dei musulmani cinesi non costituisce un problema per il governo, anche perché solitamente è poco o per nulla praticante. Nello Yunnan, mosaico di etnie, tra le bancarelle per turisti fuori dai templi si trovano commercianti Han che vendono pannocchie vicino a Hui che cucinano kebab. Qingzhen (halal) è l’insegna che espongono i locali gestiti da musulmani dove dalle cucine, con le donne velate ai fornelli, escono portate tipiche dei Paesi arabi e riadattate al mondo del gigante d’Asia. Cinesi che si lasciano crescere la barba si incontrano facilmente nell’antica moschea Niu Jie di Pechino. Nella Repubblica Popolare, anche l’Islam diventa business.
Nel Ningxia, dove lo scorso anno si è tenuta la prima “Conferenza degli imprenditori Hui”, periodicamente vengono organizzate “Sagre del cibo musulmano” e alla fine del 2008 si è tenuta la “Terza fiera internazionale del cibo halal e dei prodotti per musulmani”. Il sogno degli imprenditori del Ningxia è arrivare con le proprie merci nei mercati che soddisfano le esigenze
dei musulmani di tutto il mondo. E le fiere internazionali sono un modo per mettere le proprie pedine fuori dai confini della Cina, con il beneplacito delle autorità. Secondo dati ufficiali, ogni anno il giro d’affari dell’industria del cibo halal in Cina è di circa 700 milioni di dollari e l’obiettivo è quello di rafforzare in modo considerevole le esportazioni.
dei musulmani di tutto il mondo. E le fiere internazionali sono un modo per mettere le proprie pedine fuori dai confini della Cina, con il beneplacito delle autorità. Secondo dati ufficiali, ogni anno il giro d’affari dell’industria del cibo halal in Cina è di circa 700 milioni di dollari e l’obiettivo è quello di rafforzare in modo considerevole le esportazioni. Tutto puntando sulla spregiudicatezza e l’abilità di cinesi come Isa Han, che nel 2006 non esitava a presentare la sua Qinghai Yijia Ethnic Commodities Company Ltd. come una delle più grandi fabbriche al mondo di prodotti pensati per i musulmani. Tre anni fa, Isa Han, arricchitosi con l’esportazione di seta cinese nel vicino Pakistan, si vantava di poter inviare i propri prodotti in Arabia Saudita come in Pakistan, in Malaysia come negli Emirati e in Nigeria. A rappresentare ufficialmente i musulmani cinesi è l’Associazione islamica di Cina (la prima assemblea nazionale risale al 1953), che ogni anno organizza viaggi per l’Hajj, il pellegrinaggio rituale alla Mecca.
Sotto il controllo del governo, il numero dei musulmani cinesi che si reca nella città santa dell’Islam aumenta di anno in anno, almeno secondo i dati ufficiali. Nel 2005, settemila cinesi sono arrivati alla Mecca per l’Hajj, mentre nel 2007 erano 10.700. La pubblicistica della Repubblica Popolare parla, emblematicamente, di una «cultura cinese islamica». «Pratichiamo la nostra religione in base alle condizioni locali», dicono spesso i musulmani cinesi intervistati dai media occidentali. In Cina, infatti, le festività islamiche vengono celebrate, se si vuole, come si può. Nel 2008, l’anno delle Olimpiadi di Pechino e della serie di attacchi nel Xinjiang, il Congresso mondiale uiguro ha denunciato che in occasione del Ramadan, il mese sacro del digiuno, le autorità avevano stretto la morsa sui musulmani con controlli rafforzati nelle moschee e tra i fedeli e con un’intensificazione della propaganda sulle politiche religiose del Partito comunista.
Secondo la pubblicistica cinese, l’Islam è arrivato in quello che oggi è il gigante d’Asia nel VII secolo. Si è sviluppato sotto le dinastie Tang (618-907) e Song (960-1270) e ha conosciuto le persecuzioni della dinastia Qing (1644-1911), per poi “vivere in pace” con la nascita della Repubblica Popolare, che segue una «politica di uguaglianza etnica e libertà religiosa» e che ha dato ai musulmani una «nuova vita». Una «nuova vita», nella «società armoniosa», dove tutto è permesso.
Note
(1) Dati ufficiali del 2000. Secondo il Cia World Factbook in Cina i musulmani sono il 2% della popolazione.
(2) F. SISCI, Cina e Tibet. Tibet e Cina, 2008, Utet
(3) Zhongguo shaoshu minzu fenbu tuji, 2002, Zhongguo Ditu Chubanshe
(4) MI S., YOU J., Islam in China, 2004, China Intercontinental Press
(5) ibidem.
Autore: Alessia Virdis
Fonte: www.limesonline.it
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