Cerca nel blog

Visualizzazione post con etichetta Italia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Italia. Mostra tutti i post

lunedì 27 luglio 2009

19 luglio 1992, i punti oscuri della strage di via d’Amelio

Wirepullers: a distanza di 17 anni la strage di via D'Amelio, nella quale persero la vita il giudice Paolo Borsellino, sua moglie e i cinque agenti della scorta, rimane un mistero. Almeno per i comuni mortali. La sensazione è che la verità sia lì, a portata di mano, ma dietro un vetro opaco che ci permette di vedere solo i contorni dei burattinai, e non i loro volti. Volti che crediamo, non compariranno mai davanti a un tribunale. Un'altra storia di un paese sempre più alla deriva.

Nuova pista per le indagini sull'assassinio del giudice Paolo Borsellino. Per Gioacchino Genchi, che arrivò due ore dopo sul luogo dell'esplosione, individuando nel castello di Utveggio la località da cui sarebbe stato azionato il radiocomando, «occorre indagare sui giorni precedenti».


Ci sono domande sulle stragi del 1992 che non hanno mai avuto una risposta certa. Non sono bastati i processi, gli arresti, le indagini. Non sono bastate le ricostruzioni, le perizie e il lavoro di centinaia di agenti di polizia, carabinieri, magistrati. Non ci sono state risposte neanche quando il capo di Cosa nostra, Totò Riina, venne arrestato l’anno successivo. Anzi, il suo arresto ha aperto altri scenari, posto altri interrogativi. «La strage di Capaci fu una strage di mafia con interessi di Stato, quella di via d’Amelio una strage di Stato con interessi di mafia».


Questa definizione è diventata, con il passare del tempo, un’accusa sempre insistente, rafforzata dai tanti misteri, dalle tante ombre infittitesi in questi diciassette anni. Delle due stragi si sa molto, di una in particolare. Quella di Capaci (23 maggio 1992), dove persero la vita il giudice Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e gli uomini della sua scorta, è sicuramente quella di cui si sa di più, si conoscono esecutori materiali e mandanti. Su quella di via d’Amelio, invece, periodicamente emergono dati nuovi, elementi di un puzzle ancora irrisolto.


A volte sembra essere arrivati a un punto, poco dopo i fatti sembrano smentirlo. Per cercare di capire cosa avvenne in quell’anno è necessario, e inevitabile, cercare di inserire questi due episodi nel momento storico che stava attraversando il nostro Paese. «Gli eventi cruciali del 1992 nessuno li dice. Tutti raccontano quello che succede dopo le stragi e nessuno parla di quello che successe prima - racconta Gioacchino Genchi, all’epoca commissario capo a Palermo e in seguito perito per il Tribunale di Caltanissetta sul processo Borsellino -. Nel 1992 si verificano due attacchi concentrici al sistema politico.


Uno viene da “tangentopoli”, dalla procura di Milano e dalle altre autorità giudiziarie che seguono, alcune bene e altre meno bene, l’esempio e il metodo investigativo milanese. E l’altro attacco arriva invece da un presidente della Repubblica che inizia a picconare quel sistema di cui ha fatto parte ed ha generato. Parliamo di Francesco Cossiga, un presidente della Repubblica che è arrivato alla fine del suo mandato e decide di “togliersi tutti i sassolini dalle scarpe”.


Oggi si direbbe che ha fatto “outing”. Messo addirittura sotto stato di accusa con l’impeachment. Ed è costretto a dimettersi perché c’è un qualcuno che in Italia vuole accelerare, e che magari per prendere le redini dell’Italia avrebbe voluto pure utilizzare i percorsi dell’autorità giudiziaria, strumentalizzare alcune iniziative e inchieste giudiziarie. Ma è ancora presto per parlare di questo. I dati sono questi: un presidente della Repubblica viene fatto dimettere e la strage di Capaci avviene mentre si sta votando l’elezione del capo dello Stato».


Poi la strage di via d’Amelio a Palermo del 19 luglio 1992. Genchi è uno dei primi investigatori ad arrivare sul posto. E ricorda ancora, perfettamente, quei momenti. «Il corpo di Borsellino ancora fumava per terra, i pezzi di Emanuela Loi cadevano dalle pareti, dall’intonaco del palazzo, e certamente là era scoppiato un ordigno che non poteva essere stato azionato sul posto. Perché se fosse stato azionato sul posto chiunque… sarebbe stato un attentato kamikaze e là non sono stati trovati morti se non i poliziotti e Borsellino. È da escludere che gli stessi poliziotti si siano fatti essi stessi un attentato, e non poteva, chi ha innescato la bomba, essere nei palazzi adiacenti perché sarebbe stato travolto dall’onda d’urto».


Uno strano paravento
E quindi Genchi, con l’allora questore La Barbera, individua da subito l’unico punto di osservazione possibile. Castel Utveggio. «Dev’essere stato fondamentale l’elemento informativo – pro segue Genchi nel suo racconto -. C’è da tenere conto che non ci si può appostare con il joystick in mano per aspettare per mesi e giorni che arrivasse Borsellino, qualcuno ti deve pur dire quando Borsellino sta arrivando.
E poi ci vuole un punto di osservazione: visto che in via d’Amelio venne fatta anche l’intercettazione del telefono dell’abitazione della sorella e della madre per carpire questi elementi informativi e siccome l’intercettazione abusiva poteva essere eseguita solo in un ambito ristretto, per intenderci con la tecnologia di allora non poteva essere eseguita da Londra o da Milano o da Bruxelles, capimmo che doveva necessariamente essere stata posta da una località vicino. È allora che abbiamo ipotizzato come ci fosse un’unica postazione di ascolto clandestino e di avvistamento».


Nel castello aveva sede un ente regionale, il C.e.r.i.s.d.i., dietro il quale avrebbe trovato copertura un organo del Sisde. La circostanza era stata negata inizialmente dal Sisde che aveva così esposto ancor più gli uomini del gruppo investigativo costituito per indagare sulla strage. Questo scenario inquietante vede uomini dei servizi sul luogo di quello che è probabilmente il punto di osservazione e di azionamento del telecomando dell’autobomba che uccise Borsellino e i ragazzi della scorta. Non è l’unica “stranezza” quell’ufficio dei servizi nel castel Utveggio, posizionato in un punto strategico sulle pendici di monte Pellegrino.


Sempre Genchi, nella sua deposizione alla Corte di Caltanissetta racconta: «Rilevo che il cellulare di Scaduto, un boss di Bagheria condannato all’ergastolo fra l’altro per l’omicidio di Ignazio Salvo, aveva tutta una serie di strani contatti con varie utenze del gruppo La Barbera. Cioè, del gruppo degli altofontesi, di cui parlavo anche in relazione a quei contatti con esponenti dei servizi segreti, rilevo che questa utenza aveva pure contatti con il C.e.r.i.s.d.i. Quindi, questo C.e.r.i.s.d.i. mi ritorna un po’ come punto di triangolazione».


Una strana telefonata
Genchi prosegue raccontando di una strana telefonata che arriva al castello nei giorni che precedono la strage. «C’è pure una telefonata, se ricordo bene, mi pare… di Scotto al C.e.r.i.s.d.i. Ovviamente, non so, avrà fatto un corso di eccellenza, perché là preparano manager, non so, avrà avuto le sue ragioni per telefonare». E questo Scotto chi è? C’è un certo Pietro Scotto, dipendente della società di servizi telefonici Elte, che ha un fratello, Gaetano, sospetto mafioso appartenente alla famiglia di Cosa nostra del rione Acquasanta di Palermo.


Ed è proprio Gaetano a mettersi in contatto con utenze del C.e.r.i.s.d.i. nei mesi precedenti l’attentato. E poi c’è quell’altra telefonata, una manciata di secondi dopo l’attentato, che raggiunge il capo palermitano dei servizi, Contrada, in gita nel golfo di Palermo su una barca. Un nuovo spiraglio sui possibili moventi della strage lo ha aperto recentemente Massimo Ciancimino, figlio di don Vito, il sindaco del “sacco” di Palermo.


Massimo ha raccontato ai magistrati di Caltanistetta e di Palermo che la trattativa, quella che portò poi al famoso “papello” di Totò Riina con le richieste allo Stato da parte di Cosa nostra, non iniziò mesi dopo la strage di via d’Amelio, ma nei primi di giugno, ovvero nel periodo in cui Borsellino stava scavando sui mandanti ed esecutori dell’omicidio del suo amico e collega Giovanni Falcone.


Sempre secondo Ciancimino, protagonisti di questa trattativa sarebbero stati il capo dei Ros dei carabinieri Mario Mori, Vito Ciancimino (e lo stesso Massimo che è colui, per sua stessa ammissione, che ha il primo contatto con l’Arma), Totò Riina dal suo covo da latitante e il medico della mafia, il boss Antonino Cinà. Non solo, Ciancimino racconta che i contatti iniziali con i vertici di Cosa nostra avvenivano attraverso Cinà ma che il “papello”, ovvero le proposte di Riina allo Stato, non fu consegnato a Vito Ciancimino dal medico della mafia, ma da “una persona distinta” il cui nome per ora è coperto da omissis.
Queste dichiarazioni del figlio di Vito, sommate alle altre recenti del probabile futuro pentito Spatuzza, da un lato sembrano confermare nel rifiuto da parte del giudice assassinato di accettare la trattativa fra Stato e Cosa nostra il vero movente della strage, come da tempo sospetta e denuncia il fratello di Borsellino, Salvatore, dall’altro aprono spiragli sui probabili depistamenti sulle dinamiche dell’attentato messe in atto da elementi mafiosi e non solo nel corso dei tre processi già celebrati.


L’ultimo dichiarante si autoaccusa di essere colui che ha rubato per la mafia la 126 utilizzata poi come autobomba a via d’Amelio. Gaspare Spatuzza, che è uno dei killer di padre Puglisi, con le sue dichiarazioni ha rimesso in discussione quindi alcuni dei fondamenti del processo, aprendo di conseguenza la possibilità di una revisione.


Anche nelle sue dichiarazioni emerge un “uomo senza nome” come in quelle di Massimo Cancimino. Consegna, infatti, la 126 ad alcuni mafiosi di sua conoscenza ma alla presenza di un altro uomo, sconosciuto, che lui ritiene “estraneo”. Altri misteri, altri personaggi e gregari che compaiono a quasi vent’anni di distanza. E come spesso accade l’unica certezza in questa vicenda rimane la morte. Che ha dato appuntamento in via D’Amelio alle 16:58 e 20 secondi del 19 luglio 1992.


Autore: Pietro Orsatti

sabato 25 luglio 2009

Le ronde e l’identità nazionale

Wirepullers: L'Aquila ci riconsegna un Italia a pezzi, come le case che hanno fatto da sfondo all'ultimo G8. Tra gli obbligati complimenti delle delegazioni internazionali per l'organizzazione del vertice e l'impietosa disamina del Guardian sul perchè l'Italia non debba più fare parte di certi salotti, il nostro paese vive un chiaroscuro (dove lo scuro la fa da padrone), riflesso nella teatralità volgare e offensiva di un premier che ha fatto della trasformazione della politica in barzelletta da bar la propria forza. Segno tangibile di un declino culturale che sta soffocando il paese, il berlusconismo sta dando il colpo di grazia all'immagine dell'Italia e di chi ci vive, all'estero. Solo un paese in crisi d'identità del resto può istituire delle ronde per pattugliare le proprie strade. (3)

La cultura politica che fa da collante delle norme che compongono la nuova legge sulla sicurezza è l’intolleranza e l’idea illiberale che la cittadinanza sia un privilegio che può essere usato a discrezione della maggioranza allo scopo di individuare e allontanare o colpire i nemici della nostra "civiltà". Chi abbia voglia e tempo di scorrere i vari blog che commentano (e molto spesso difendono) la legge potrà trovare due argomenti che tornano regolarmente: innanzi tutto che l’istituzione delle ronde è un provvedimento che intende far fronte non tanto alla sicurezza in senso generico, ma invece al rischio di insicurezza che viene dagli immigrati, un rischio che infatti si presume alto nelle aree metropolitane dove gli immigrati vivono più numerosi; in secondo luogo che questi provvedimenti "duri" siano una risposta legittima della nazione italiana nel tentativo di difendere la sua propria identità cristiana. Il paradosso di questi due argomenti è che contengono un messaggio che mette in evidenza la debolezza, non la forza, della nostra identità nazionale. L’esatto contrario di quanto la propaganda di governo proclama.

Il primo argomento è frutto di un ragionamento che è assolutamente pregiudiziale oltre che facilmente disposto al razzismo: esso presuppone una relazione causale tra la sicurezza e la presenza di persone riconoscibili come non italiani. Ma occorrerebbe riuscire a capire quali dati esteriori verranno utilizzati per decretare a occhio nudo - quello delle ronde - chi è italiano e chi no, visto che gli italiani non sono propriamente tutti alti, biondi e con gli occhi azzurri, né che d’altra parte tutti gli extra-comunitari sono vestiti con tuniche o turbanti. L’assunto che sta dietro questa brutta legge è che il dato esteriore è sufficiente a creare una situazione di allerta – e il dato esteriore è quello che pertiene a come un individuo si mostra al passante (e a chi fa parte delle ronde che cammina per le strade alla ricerca di fatti e persone sospette). Sarebbe utile sapere quali istruzioni verranno date ai rondisti; se per esempio verranno istruiti secondo "profili" razziali o etnici; e chi crea questi profili e su quali dati etnografici. E sarebbe ancora più interessante sapere se chi farà parte delle ronde debba essere edotto delle tradizioni regionali di tutta l’Italia per non incorrere nel rischio di considerare straniero e quindi meritevole di sospetto chi proviene, per esempio, dalla Lucania (come si legge in uno spassosissimo blog che propone che per iscriversi alle ronde lucane sia necessario essere dotati "di armi a proiettili sonori (zampogne, tamburelli, arpe, organetti, cupa cupa) e biochimiche (salsicce, aglianico, formaggio di moliterno, provolone di podolica, ecc...)... e essere in grado di fare secondo l’uso antico Strascinati e ragù, peperoni cruscchi, susamele, Zafarata e Strazzata". Se non fosse per le implicazioni illiberali e razziste, questa legge meriterebbe di essere sepolta con una risata.

Il secondo argomento è più serio ma anch’esso mostra quanto sia complicato definire in che cosa consista la nostra identità nazionale. A favore di questa legge e del pregiudizio contro la multiculuralità, si legge spesso che l’Italia ha il diritto di difendere la propria identità culturale la quale è cattolica. L’invasione di altre "razze" e "fedi" genera una pericolosa commistione che può alla lunga portare al relativismo ovvero alla fine dell’indiscussa "nostra tradizione cristiana" e quindi anche della "nostra civilità nazionale". Dove è interessante vedere che l’Italia pare avere una identità solo nella sua religione – del resto, come abbiamo visto sopra, le tradizioni nostrane sono così tante e diverse che parlare di una cultura nazionale omogenea è a dir poco insensato. Quindi, rispetto al nostro pluralismo culturale (sul quale i leghisti hanno costruito il loro successo), la religione pare la sola nostra unità di cultura. L’esito di questo discorso è molto dubbio perché può giustificare una politica dell’intolleranza religiosa (non è forse vero che in alcune nostre città chi vuole pregare Hallah deve arrangiarsi in capannoni e luoghi di fortuna perché non gli è concesso di avere un luogo di culto?). Alla base di questo argomento vi è la confusione o l’identificazione tra fede e tradizione culturale: per esempio si legge in un blog che "difendere la nostra tradizione cristiana significa difendere noi stessi, la nostra storia perché noi ci fermiamo la domenica e non il venerdì, perché non abbiamo ammesso nella nostra società la poligamia, perché non accettiamo l’infibulazione delle donne, i matrimoni combinati tra bambini, siamo per la parità tra uomo e donna, noi crediamo nella libertà religiosa. Siamo figli della nostra civiltà e la nostra civiltà è figlia di quelle radici giudaico-cristiane. Affermare queste radici non significa fare un atto di fede, significa difendere noi stessi".

Occorrerebbe uno spazio più ampio per confutare questo coacervo di contraddizioni e insensatezze. Ma alcuni punti almeno possono essere evidenziati. Primo punto: per essere contrari all’infibulazione, ai matrimoni combinati tra bambini, alla parità tra uomo e donna non è necessario essere credenti cattolici: sono i diritti individuali, di tradizione liberale e illuministica, che ci hanno dato questa civiltà (spesso imponendosi contro le religioni costituite). Allora, è la Costituzione la nostra vera tradizione unitaria di civiltà – la quale può essere abbracciata da tutti, anche da chi non è cristiano o credente. Secondo punto: che il diritto occidentale abbia radici giudaico-cristiane è non solo scorretto (ha anche radici greco-romane che sono precedenti alla cristianizzazione) ma anche irrilevante in questo caso. Perché il fatto che la tradizione liberale dei diritti sia (anche) l’esito storico della secolarizzione del cristianesimo non implica concludere che ci sia identità tra cultura religiosa e cultura liberale o laica, e che difendere le radici religiose sia lo stesso che difendere noi stessi e i nostri diritti.

Questa identificazione etnico-politica della religione (essere italiani equivale a essere cattolici) è estremamente problematica qualora si voglia davvero difendere la tolleranza. Usare la religione come arma per marcare la differenza tra la cultura nazionale della maggioranza e le culture degli altri (siano essi parti minoritarie della nazione o immigrati) può infatti facilmente trasformare la questione della tolleranza in una questione di intolleranza. E benché gli italiani non siano diventati col tempo più religiosi, tuttavia si assiste spesso all’uso della religione come strumento di lotta culturale. Un esempio eloquente è una decisione resa nel 2005 dal Tar del Veneto nell’atto di respingere la richiesta di alcuni genitori di rimuovere il crocifisso dalle aule della scuola elementare pubblica frequentata dai loro figli. Il Tribunale giustificó quella decisione dando un’interpretazione nazionalistica della tolleranza, ovvero sostenendo che il crocifisso è un simbolo non di una confessione semplicemente ma della cultura italiana e che inoltre è un simbolo di tolleranza perché rappresenta una denuncia dell’intolleranza religiosa. C’è da dubitare che un fedele che crede con sincerità desideri veder trasformato un simbolo religioso in un simbolo secolare (cultural-nazionale) e che accetti di buon grado che un’istituzione dello Stato si incarichi di dare una definizione autorevole su come interpretare un simbolo religioso. Ciò dimostra che lo zelo nazionalista non è di sostegno alla tolleranza neppure di chi è cattolico. La propaganda roboante che ha fatto da giustificazione alla nuova legge sulla sicurezza nasconde una debolezza identitaria della nostra cultura civile che la maggioranza cela dietro la radicalizzazione del confronto «duro» e «cattivo» con le minoranze culturali e religiose. Non è del resto ironico che a volere fortemente questa legge nazionalista sia stato un ministro il cui partito che ha fatto della propaganda anti-nazionale e anti-italiana le ragioni della sua stessa esistenza?

Autore: Nadia Urbinati
Fonte: www.eddyburg.it/La Repubblica

Si è ristretta l’Italia

Wirepullers: L'Aquila ci riconsegna un Italia a pezzi, come le case che hanno fatto da sfondo all'ultimo G8. Tra gli obbligati complimenti delle delegazioni internazionali per l'organizzazione del vertice e l'impietosa disamina del Guardian sul perchè l'Italia non debba più fare parte di certi salotti, il nostro paese vive un chiaroscuro (dove lo scuro la fa da padrone), riflesso nella teatralità volgare e offensiva di un premier che ha fatto della trasformazione della politica in barzelletta da bar la propria forza. Segno tangibile di un declino culturale che sta soffocando il paese, il berlusconismo sta dando il colpo di grazia all'immagine dell'Italia e di chi ci vive, all'estero. Solo un paese in crisi d'identità del resto può istituire delle ronde per pattugliare le proprie strade. (2)

Perfetta organizzazione, ospitalità, regali. Ma il G8 non ha aumentato il peso politico del premier e del nostro paese. Mentre lo stesso summit deve reinventarsi.

Siccome non vogliamo un governo mondiale, e siccome anche se lo volessimo è impossibile, organizziamone una parodia. Questa era la parola d’ordine inespressa degli otto “grandi” a L’Aquila, questo sarà il retropensiero del G20 di settembre a Pittsburgh e degli eventuali G14 o Gqualcosa che seguiranno. La parodia è il genere artistico cui ricorrono i leader politici quando sentono di dover affrontare un tema che non vogliono o non possono schivare, ma su cui non hanno una soluzione a portata di mano. Nel caso specifico, si tratta di dar l’impressione di offrire una cosiddetta risposta globale alla cosiddetta crisi globale. L’esercizio ha un suo senso, anche se non ha molto a che vedere con ciò che viene dichiarato. Vediamo.
Logica vorrebbe che quando i problemi sono drammatici e vasti, meno sono i decisori chiamati ad affrontarli più efficace è la risposta. In parole povere, se la crisi tocca tutti e duecento gli Stati e staterelli del globo, dagli atolli del Pacifico alla superpotenza leader, non si può chiedere ai duecento di risolverlo. Nessuno pensa di rivolgersi all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per statuire alcunché di serio. Però riesce difficile ammettere pubblicamente che pochi possono prendere decisioni o addirittura stabilire norme cogenti per tutti, almeno in teoria. Non fosse che per ragioni di geopoliticamente corretto.

L’alternativa è tra farlo senza dirlo e dirlo senza farlo. Di norma, prevale il secondo istinto. L’Aquila non fa eccezione. Forse a Pittsburgh uscirà qualcosa di più concreto. E probabilmente inventeremo nuovi formati per evitare, specie in tempi di crisi, di spendere tanti soldi in eventi glamour, sicuramente utili alla conoscenza reciproca fra i leader, ma poco o punto incisivi nelle nostre vite.

In quest’ultima ipotesi – a parte le coreografie di rito, dal G8 in su, cui nessuno vuole in fondo rinunciare - il nocciolo delle questioni sarà affrontato nella più ristretta sede possibile: il G2. Così funzionava ai tempi della guerra fredda, fra Stati Uniti e Unione Sovietica. Così funzionerà – se funzionerà, e non è affatto scontato – nel prossimo futuro. Solo che stavolta di fronte agli Stati Uniti siederà la Cina.

Per affrontare i nodi della crisi economica occorre infatti l’intesa fra la prima economia mondiale e quella – attualmente quarta - che quasi tutti considerano destinata a strapparle il primato, a un certo punto di questo secolo. Il rapporto fra il massimo debitore mondiale (Usa) e il suo massimo creditore (Cina) è stato paragonato alla “mutua distruzione assicurata” che legava Stati Uniti e Unione Sovietica.

Entrambe le potenze potevano e possono annientarsi l’un l’altra, con le bombe atomiche (Urss-Usa) o con la leva economico-finanziaria (Cina-Usa), ma nessuna ha ovviamente interesse a farlo.

E tuttavia sappiamo che non tutti i processi politici poggiano su una base razionale. Un generale pazzo poteva distruggere il Nemico e la Terra intera fra gli anni Cinquanta e gli anni Ottanta (potrebbe farlo anche oggi). L’impazzimento della finanza globale può mettere bruscamente fine all’impero del dollaro, sempre più claudicante, senza che sia pronta un’alternativa. Le conseguenze sarebbero meno devastanti di un’apocalisse nucleare, ma non troppo. Quanto alle probabilità, non è scontato che i dottor Stranamore siano più frequenti fra i militari piuttosto che fra i finanzieri o i politici.

L’importanza del G8 dell’Aquila consisteva dunque nell’incontro Obama-Hu Jintao, che avrebbe dovuto aver luogo durante il vertice. Come in ogni congresso, infatti, non contano tanto le sedute plenarie quanto gli incontri laterali, di corridoio, informali. Per quanto riguarda l’Italia, come paese ospitante avremmo dovuto fare di tutto perché questo dialogo avvenisse nell’ambiente migliore. Fedeli alla nostra fama di ospiti calorosi e informali. Se con Obama abbiamo dato il meglio, non così con Hu Jintao.

Non sembra che il governo italiano sia del tutto consapevole di che cosa sia oggi la Cina. Certo è che i cinesi, sbarcati in massa in Italia – trecento imprenditori seguivano i leader politici per tentare affari da noi (comprare qualche asset) – non hanno troppo apprezzato il modo in cui li abbiamo accolti. A cominciare dal fatto che ad accogliere il numero 1 di Pechino fosse il ministro Alfano, per continuare con alcuni piccoli sgarbi. O perlomeno con gesti che da Hu Jintao sono stati considerati tali. E siccome per i cinesi le forme sono sostanza, ne hanno preso buona nota. Se per la prima volta nella storia un leader cinese ha lasciato un vertice internazionale non è stato solo per colpa degli uiguri.

Finché tutti quanti non capiremo che riunire un vertice dei grandi paesi industriali senza la Cina come partecipante a pieno titolo è privo di senso, potremo aggiungere qualsiasi numero alla G ma le parodie resteranno totalmente prive di effetto.

Questo ci introduce a riflettere su noi stessi e sul nostro ruolo nel G8 e nel mondo. Al netto delle polemiche politiche che continuano ad avvelenare il clima domestico, il bilancio non è brillante. Per ammissione dello stesso Berlusconi, la riunione degli otto grandi è inadeguata persino a svolgere le funzioni informali cui è abitualmente deputata.

La semplicità seminariale dei primi vertici, che rendeva più facile anche la conoscenza reciproca, è ormai sommersa dalle frenesie mediatiche e dai programmi di contorno, più ricchi dello stesso summit.

Ma a parte questo, una riflessione si impone. A noi italiani ma anche agli altri europei. E’ per noi accettabile che gli affari mondiali, e quindi anche nostri, vengano gestiti in futuro solo dalla coppia Pechino-Washington? E se no, quale ruolo attivo possiamo svolgere?

In politica non c’è nulla di peggio di voler apparire ciò che non si è. Non per questo occorre apparire meno di quanto si potrebbe essere. Purtroppo, questa seconda tendenza pare oggi preminente in Italia. Quasi una mancanza di rispetto verso noi stessi, a partire dall’assunzione acritica degli stereotipi altrui sul Bel Paese, che facciamo di tutto per alimentare. Per esempio con l’attenzione spasmodica per la stampa estera, da cui attendiamo condanne e promozioni come dalla Bocca della Verità.

Dev’esserci chiaro che Berlusconi è diventato un problema per l’immagine dell’Italia nel mondo. Forse qualcosa di più, se consideriamo lo straordinario elogio di Obama a Napolitano, fuori protocollo e contro ogni usanza, inteso come una critica indiretta al capo del nostro governo. Come a significare che a Washington non ci si fida più di un leader alleato che appare, fra l’altro, troppo sensibile alle ragioni di Putin.

Insomma, a prescindere da ciò che fa e che dice, e da ciò che gli italiani pensano di lui, abbiamo un problema Berlusconi che ci penalizza nelle relazioni internazionali. Nasconderlo sotto il tappeto non è una soluzione. Allo stesso tempo, questo è per definizione un tema sul quale noi italiani siamo sovrani. O almeno dovremmo esserlo. Il capo del governo italiano lo decidono gli italiani. Anche se non tutti gli italiani ne sembrano convinti.

Purtroppo per noi non è solo una questione personale, ma di sistema. I presidenti del Consiglio cambiano, il problema della credibilità dell’Italia rimane. Almeno finché non avremo finalmente tracciato la linea che dovrebbe portarci, in tempi non storici, alla formazione di un soggetto politico europeo, unico abilitato a conferire su un piede di parità con l’eventuale G2.

Nell’attesa, invece di difendere lo strapuntino in un G8 ormai defunto, e di cui a L’Aquila abbiamo brillantemente celebrato le esequie, potremmo farci promotori di un nuovo organismo di consultazione, per quanto possibile anche di decisione, consono ai tempi. Il G14 ventilato da Berlusconi e da altri si avvicina a questa idea. In ogni caso, è nostro interesse farci promotori di un nuovo formato con nuovi attori e nuovi contenuti, piuttosto che aspettare scelte altrui. Anche perché se non porteremo un nostro contributo di idee, gli altri si sentiranno in diritto di spiegarci che, spiacenti, ma non si vede proprio a che serva l’Italia quando si discute delle cose che contano.

Autore: Lucio Caracciolo

Italia o Italietta, al vertice o media potenza?

Wirepullers: L'Aquila ci riconsegna un Italia a pezzi, come le case che hanno fatto da sfondo all'ultimo G8. Tra gli obbligati complimenti delle delegazioni internazionali per l'organizzazione del vertice e l'impietosa disamina del Guardian sul perchè l'Italia non debba più fare parte di certi salotti, il nostro paese vive un chiaroscuro (dove lo scuro la fa da padrone), riflesso nella teatralità volgare e offensiva di un premier che ha fatto della trasformazione della politica in barzelletta da bar la propria forza. Segno tangibile di un declino culturale che sta soffocando il paese, il berlusconismo sta dando il colpo di grazia all'immagine dell'Italia e di chi ci vive, all'estero. Solo un paese in crisi d'identità del resto può istituire delle ronde per pattugliare le proprie strade. (1)

Cos’é dunque l’Italia? Alla conclusione del G8 dell’Aquila eravamo presenti come membri del club dei “grandi”, anche se molte voci polemiche ci avrebbero voluto messi fuori. Certamente, per dimensioni territoriali e demografiche, per livello del Pil, per tasso di sviluppo o per potenza militare altri paesi potrebbero legittimamente aspirare al nostro posto. Di più, l’Italia è un paese europeo, membro dell’Ue e della Nato, e ai vertici delle organizzazioni internazionali e nelle riunioni dei capi di stato e di governo già si affolla un numero forse spropositato di europei.

Vantaggi comparativi dell’Italia
Questa però non è tutta la realtà. Bisogna mettere in conto anche altri fattori, non quantificabili, ma di grande rilievo politico e pratico. C’è il peso della storia e della tradizione: nel bene e nel male, l’Italia ha contribuito con poche altre potenze, per lo più “occidentali”, a creare il sistema internazionale quale esso è oggi, con le sue regole e le sue istituzioni, ed è quindi naturale che abbia un ruolo di rilievo quando si tratta di gestirlo. Il nostro paese, malgrado le critiche, i problemi e le ironie interne ed estere, resta una democrazia consolidata, mentre altri aspiranti ne sono ben lungi. L’Italia ha infine ripetutamente dimostrato la sua disponibilità ad assumersi una parte degli oneri e dei rischi per il mantenimento e il rafforzamento della governabilità internazionale. Anche in questo caso non è che i candidati abbondino.

Tuttavia non bisogna prendere sottogamba i segnali che vengono da più parti. È urgente una riflessione approfondita sulle grandi direttrici della politica estera italiana: un tentativo che aveva iniziato un gruppo di riflessione sul lungo termine, istituito preso il Ministero degli Esteri, ma che ora, con il cambio di amministrazione, pur essendo stato formalmente riconfermato, sembra essersi perso per strada. Molti pensano che questi siano sforzi eccessivi o persino inutili, ma è un errore. I governi possono tranquillamente ignorare le indicazioni di tali documenti, ma essi contribuiscono a indirizzare il dibattito politico e culturale, sono elementi importanti per l’identità internazionale del paese e possono evitare pericolose semplificazioni e derive che verrebbero poi pagate a caro prezzo.

Prendiamo ad esempio il caso del ruolo e del rango internazionale del paese. Per decenni, i nostri governi e la nostra diplomazia hanno lottato perché fossimo inclusi (con successo) nel “gruppo di testa”. Nel 1945 eravamo ancora fuori dalle Nazioni Unite (in quanto “potenza sconfitta”, alla pari con Germania e Giappone), ma nel 1949 riuscimmo con grande abilità ed insistenza ad essere tra i fondatori dell’Alleanza Atlantica. Nel 1951, l’intuizione politica di Alcide De Gasperi ci permise di inserirci nella Ceca (il passo iniziale della costituzione dell’Ue), sempre come paese fondatore, anche se, a differenza degli altri paesi membri, non eravamo minimamente collegati alla questione dei bacini siderurgici e carboniferi tedeschi. Originariamente esclusi dalle riunioni di Vertice tra i maggiori alleati, già dal 1975 abbiamo fatto parte di quello che era allora il G6 (oggi G8), e abbiamo consolidato la nostra posizione assumendoci la responsabilità chiave per il dispiegamento degli euromissili in Europa, nei primissimi anni ottanta. Dieci anni dopo pensammo per qualche mese di poter aspettare al di fuori dell’euro, ma poi compimmo veri e propri miracoli sacrificali per evitare di arrivare secondi dopo la Spagna, e fortunatamente ci riuscimmo. Persino alle Nazioni Unite siamo finora riusciti ad evitare una riforma del Consiglio di Sicurezza che veda altri paesi, e non noi, divenirne membri permanenti, anche grazie al duro e costoso impegno internazionale dei nostri militari.

Aurea mediocritas o mero ripiegamento?
Siamo quindi tra i grandi, ma come paese “di soglia”, sempre a rischio di uscirne. Questo potrà naturalmente sempre avvenire, ma ci conviene scavarci la fossa da soli? Nel dibattito sulla collocazione internazionale del nostro paese corre da tempo la definizione dell’Italia come “media potenza”, presentata in genere come una valutazione realistica delle sue capacità e come la base per una più efficace azione in difesa degli “interessi nazionali”. La teorizzava ad esempio già negli anni ottanta il compianto Carlo Maria Santoro, e sin da allora non mi convinceva affatto. Che vantaggio avremmo nel passare da Italia ad Italietta?

Questo linguaggio suggerisce l’esistenza di una precisa scala quantitativa, per cui pochi sarebbero grandissimi, altri grandi, altri medi e altri infine piccoli o infinitesimali, ed è in realtà un sottoprodotto dell’ormai passata era dei blocchi (organizzati attorno alle due “superpotenze”), non certo dell’attuale globalizzazione. Non tutto può essere quantificato, e non sempre ciò che è quantificabile è anche la cosa più importante. Certo, in caso di guerra, alla lunga, normalmente, chi ha più soldi, più mezzi e più uomini vince, anche se i suoi generali valgono meno di quelli dell’avversario. Ma non tutte le guerre sono eguali: gli Usa in Vietnam o l’Urss in Afghanistan (per evitare esempi più controversi e recenti) ce lo ricordano. E non tutte le decisioni sono belliche, come abbiamo visto con il crollo del muro di Berlino e la dissoluzione dell’Urss.

E poi, come stilare la lista? Mettiamo ad esempio, arbitrariamente, l’Italia al 15° posto (tanto per escluderla anche dal G14): è ben difficile indicare con certezza e in modo convincente chi verrebbe prima e chi invece dopo, e perché.

E poi c’è la questione della difesa degli interessi nazionali. Oggi l’Italia soffre per restare al vertice. Domani potrebbe più facilmente adagiarsi in una aurea mediocritas: perché fare tanti sforzi se siamo solo medi, tra trenta o quaranta altri paesi? Potremmo persino mascherare la nostra insoddisfazione dietro il paravento della difesa dei nostri interessi immediati, e non saremmo più costretti a inviare soldati qua e là nel mondo o ad assumerci impegni, anche finanziari, che poi fatichiamo tanto a mantenere. Dopotutto non è certo un caso se analisti specializzati, che studiano da anni la performance dei paesi del G8 sostengono che l’Italia è stabilmente tra gli ultimi in quanto a rispetto degli impegni presi (specie se comportano gravi oneri finanziari).

Il rischio di un’Italia senza ambizioni
Ma il risparmio e la tranquillità hanno un prezzo. Niente più Italia negli eventuali direttori europei, ad esempio, e un ruolo molto più ridotto anche nelle istituzioni internazionali. L’esclusione che oggi è un’eccezione domani diverrebbe una regola. Le eventuali compensazioni si rivelerebbero rapidamente illusorie.

Potenza mediterranea più che europea? Ma dovremmo vedercela anche con la Francia e la Spagna, e naturalmente con la Germania (prima potenza economica e commerciale dell’area). Che offriremo alla Turchia e all’Egitto se non potremo neanche invitarli ad una riunione all’Aquila? Finiremo scodinzolanti alla corte di Gheddafi? Un tempo ci criticarono per il nostro “imperialismo straccione”, domani ci ignoreranno semplicemente.
L’Italia senza l’obiettivo di restare tra i grandi è anche un’Italia priva di vere ambizioni internazionali, che potrebbe facilmente subire un processo di rapidissima provincializzazione (verso l’Italietta, appunto). Sarà sempre più difficile chiedere sacrifici ed impegni all’elettorato, come è avvenuto in passato, dagli euromissili all’euro, e sarà quindi anche sempre più difficile mantenere alto e positivo il livello di integrazione e internazionalizzazione del paese.

Sfide della globalizzazione e sacro egoismo
Ma il problema principale è un altro ancora. La globalizzazione mette in crisi la funzionalità stesse delle frontiere e delle nazioni, che hanno crescenti difficoltà a contenere e controllare i flussi commerciali, finanziari, informativi, tecnologici e umani che le attraversano. Fondare la propria politica estera su un principio di potenza nazionale (grande, media o piccola che sia) e sulla difesa degli “interessi nazionali” (ammesso e non concesso che essi possano essere chiaramente individuati e risultino coerenti e non contradditori tra loro), significa essere convinti che la globalizzazione possa essere riportata sotto il controllo delle singole sovranità nazionali. Che possa essere frammentata, e che ciò possa essere uno sviluppo utile e positivo.

Al contrario, la governabilità internazionale è oggi minacciata da crescenti tendenze nazionalistiche e protezionistiche e ciò diminuisce la nostra sicurezza, da quella fisica a quella finanziaria. Questi sviluppi sono dovuti alle azioni intraprese da singoli attori nazionali, che non si preoccupano né investono per la migliore efficienza del sistema internazionale nel suo complesso, e per la sua governance. Alcune potenze emergenti fanno del nazionalismo la loro dottrina ispiratrice, a cominciare dalla democrazia “sovrana” della Russia per arrivare al regime cinese di democrazia popolare “guidata” dal Partito Comunista. Esse ricavano alcuni vantaggi da questa loro posizione, ma pagano anche costi immensi, sia economici che politici e contribuiscono alla insicurezza generale. Il loro problema principale è che temono che la globalizzazione metta a rischio la loro stessa esistenza. Sia la Russia che la Cina hanno di fronte lo spettro della dissoluzione dell’Urss e si arroccano quindi in una posizione difensiva che tuttavia inibisce anche la loro capacità di cooperare pienamente con le altre potenze e di esercitare un maggior ruolo nel governo internazionale (malgrado le loro ricchezze, i loro armamenti e le loro dimensioni).

Proporre all’Italia una politica di “media potenza”, se non è semplicemente l’accettazione di un ridimensionamento delle ambizioni che ha perseguito sin dal 1946, ha senso solo come premessa per un approccio più nazionalista (di “sacro egoismo”?) alla politica internazionale. Tuttavia il tentativo di scimmiottare l’esempio di Russia e Cina sarebbe evidentemente risibile, non avendo l’Italia né le ricchezze, né la forza né le dimensioni di quei due paesi/continente. Soprattutto, generalizzare un tale approccio nazionalista alle relazioni internazionali e alla governabilità significa ipotizzare uno scenario di scontro e di guerra, economica, politica e forse infine anche militare.

Tutto lo sforzo degli attuali paesi-guida, a cominciare dagli Usa, va esattamente nella direzione opposta: tenta cioè di moderare quel nazionalismo e di accrescere l’integrazione internazionale delle “nuove” potenze. Ci troviamo di fronte a dilemmi che i paesi europei hanno già affrontato nel passato, durante secoli di guerre, sulla loro stessa pelle (oltre che su quella del resto del mondo). Sarebbe veramente paradossale se proprio da qui venisse l’idea che dopotutto sarebbe bene (e per di più conveniente) prepararci ad un altro giro di quel macabro valzer.

Autore: Stefano Silvestri

martedì 30 giugno 2009

Caro presidente Napolitano

Wirepullers: a fine 2007 il New York Times pubblicava un articolo del proprio inviato in Italia, Ian Fisher, nel quale veniva descritta un'Italia in pieno declino economico ma soprattutto politico, sociale e culturale. Viene da chiedersi quali siano le cause di un declino a così ampio raggio. Una risposta forse ce la dà Rita Clementi, ricercatrice che ha deciso di lasciare il nostro paese. Ecco la lettera che ha voluto scrivere al presidente della repubblica.

Caro presidente Napolitano,

chi le scrive è una non più giovane ricercatrice precaria che ha deciso di andarsene dal suo Paese portando con sé tre figli nella speranza che un’altra nazione possa garantire loro una vita migliore di quanto lo Stato italiano abbia garantito al­la loro madre. Vado via con rab­bia, con la sensazione che la mia abnegazione e la mia dedi­zione non siano servite a nulla. Vado via con l’intento di chie­dere la cittadinanza dello Stato che vorrà ospitarmi, rinuncian­do ad essere italiana.

Signor presidente, la ricerca in questo Paese è ammalata. La cronaca parla chiaro, ma oltre alla cronaca ci sono tantissime realtà che non vengono denun­ciate per paura di ritorsione perché, spesso, chi fa ricerca da precario, se denuncia è auto­maticamente espulso dal «siste­ma » indipendentemente dai ri­sultati ottenuti. Chi fa ricerca da precario non può «solo» contare sui risultati che ottie­ne, poiché in Italia la benevo­lenza dei propri referenti è una variabile indipendente dalla qualità del lavoro. Chi fa ricer­ca da precario deve fare i conti con il rinnovo della borsa o del contratto che gli consentirà di mantenersi senza pesare sulla propria famiglia. Non può per­mettersi ricorsi costosi e che molto spesso finiscono nel nul­la. E poi, perché dovrebbe adi­re le vie legali se docenti dichia­rati colpevoli sino all’ultimo grado di giudizio per aver con­dotto concorsi universitari vio­lando le norme non sono mai stati rimossi e hanno continua­to a essere eletti (dai loro colle­ghi!) commissari in nuovi con­corsi?

Io, laureata nel 1990 in Medi­cina e Chirurgia all’Università di Pavia, con due specialità, in Pediatria e in Genetica medica, conseguite nella medesima Uni­versità, nel 2004 ho avuto l’onore di pubblicare con pri­mo nome un articolo sul New England Journal of Medicine i risultati della mia scoperta e cioè che alcune forme di linfo­ma maligno possono avere un’origine genetica e che è dun­que possibile ereditare dai geni­tori la predisposizione a svilup­pare questa forma tumorale. Ta­le scoperta è stata fatta oggetto di brevetto poi lasciato decade­re non essendo stato ritenuto abbastanza interessante dalle istituzioni presso cui lavoravo. Di contro, illustri gruppi di ri­cerca stranieri hanno conferma­to la mia tesi che è diventata ora parte integrante dei loro progetti: ma, si sa, nemo profe­ta in Patria.

Ottenere questi risultati mi è costato impegno e sacrifici: mettevo i bambini a dormire e di notte tornavo in laboratorio, non c’erano sabati o domeni­che...

Lavoravo, come tutti i precari, senza versamenti pen­sionistici, ferie, malattia. Ho avuto contratti di tutti i tipi: borse di studio, co-co-co, con­tratti di consulenza... Come ul­timo un contratto a progetto presso l’Istituto di Genetica me­dica dell’Università di Pavia, fi­nanziato dal Policlinico San Matteo di Pavia.

Sia chiaro: nessuno mi impo­neva questi orari. Ero spinta dal mio senso del dovere e dal­la forte motivazione di aiutare chi era ammalato. Nel febbraio 2005 mi sono vista costretta a interrompere la ricerca: mi era stato detto che non avrei avuto un futuro. Ho interrotto una ri­cerca che molti hanno giudica­to promettente, e che avrebbe potuto aggiungere una tessera al puzzle che in tutto il mondo si sta cercando di completare e che potrebbe aiutarci a sconfig­gere il cancro.

Desidero evidenziare pro­prio questo: il sistema antimeri­tocratico danneggia non solo il singolo ricercatore precario, ma soprattutto le persone che vivono in questa Nazione. Una «buona ricerca» può solo aiuta­re a crescere; per questo moti­vo numerosi Stati europei ed extraeuropei, pur in periodo di profonda crisi economica, han­no ritenuto di aumentare i fi­nanziamenti per la ricerca.

È sufficiente, anche in Italia, incrementare gli stanziamenti? Purtroppo no. Se il malcostu­me non verrà interrotto, se chi è colpevole non sarà rimosso, se non si faranno emergere i migliori, gli onesti, dare più soldi avrebbe come unica con­seguenza quella di potenziare le lobby che usano le Universi­tà e gli enti di ricerca come feu­do privato e che così facendo distruggono la ricerca.Con molta amarezza, signor presidente, la saluto.

Rita Clementi

venerdì 19 giugno 2009

Quello che c'è da sapere sui referendum

Wirepullers: domenica 21 e lunedì 22 si vota per il referendum. Piccola panoramica sui temi del voto.

A pochi giorni dal voto, la cortina di silenzio sui referendum è sempre fitta. E tra i non molti italiani che sanno della loro esistenza, regna la confusione sulle conseguenze che potrebbero produrre. Cerchiamo di fare un po' di chiarezza. Il primo e secondo quesito aboliscono la possibilità di formare coalizioni per ottenere il premio di maggioranza. Ma un eventuale successo non cambierebbe di molto le cose rispetto alla legge elettorale attuale. Il terzo impedisce ai leader di presentarsi in più circoscrizioni. Un meccanismo indifendibile, ma praticato da tutti i partiti.

A pochi giorni dal voto, molti italiani non sanno nemmeno che domenica e lunedì prossimi si terranno tre referendum elettorali. Anche tra quanti sono coscienti della loro esistenza, sembra esserci notevole confusione sui risultati pratici che avranno. Cerchiamo quindi di fare un po' di chiarezza.I referendum elettorali sono tre. Il primo elimina la possibilità di formare coalizioni per conseguire il premio di maggioranza a livello nazionale per la Camera. Il secondo fa lo stesso per i premi di maggioranza regionali al Senato. Il terzo elimina la possibilità, usata principalmente dai capi-partito, di candidarsi contemporaneamente in più circoscrizioni. La poca attenzione finora prestata ai referendum si è incentrata sul primo e sul secondo. Voglio qui andare controcorrente, iniziando la discussione dal terzo.

IL REFERENDUM SULLE CANDIDATURE MULTIPLE
L’attuale sistema elettorale prevede liste chiuse, ossia gli eletti di un partito o coalizione vengono determinati dall'ordine in cui appaiono in lista. Dato che l'ordine è a sua volta determinato dai dirigenti del partito, questo fornisce loro un enorme potere. Tale potere sembrò però insufficiente agli estensori della legge elettorale. Dopotutto, alla fine, quanti deputati e senatori elegge un partito viene ancora determinato dal numero di voti ricevuti; anche se tutti hanno una idea approssimativa dei voti che un partito può prendere, sorprese negative o positive sono possibili. Ne segue che, almeno occasionalmente, il candidato designato può non essere eletto o il candidato non particolarmente desiderato può farcela. Come fare per rendere più ferreo il controllo dei capi-partito sugli eletti?La risposta è: candidature in più collegi. Questa possibilità, concessa dalla legge elettorale, viene normalmente sfruttata dai capi-partito per decidere ex post chi eleggere. Il succo del meccanismo è il seguente. Supponiamo che il partito X si aspetti di ottenere due seggi nel collegio 1 e due seggi nel collegio 2. A esser sicuri del risultato, basta mettere persone gradite ai capi-partito nei primi due posti della lista nel collegio 1 e nel collegio 2. Ma può accadere che ci siano sorprese, e in almeno un collegio i seggi siano tre, oppure uno. Si rischia in tal modo di ottenere l'elezione di qualcuno che non è stato unto dai capi-partito, o si rischia di far mancare la poltrona a qualcuno cui è stata promessa.È qui che entrano in gioco le candidature multiple. Sostanzialmente, si mette il capo del partito come capolista nei due collegi, e dietro un paio di nomi di fedelissimi. Supponiamo ora che nel collegio 1 il partito ottenga due seggi e nel collegio 2 ne ottenga tre. Senza candidature multiple c'è il rischio che il terzo seggio del collegio 2 finisca a qualcuno non designato dai vertici, a cui magari era stato promesso un posto marginale in lista, come contentino. Ma con le candidature multiple il problema scompare. Ora dietro al capolista, lo stesso nei due collegi, stanno due candidati controllati dall'oligarchia in ciascun collegio. Il capo-partito, una volta visti i risultati, opta per il collegio 2. Finiscono quindi eletti i numeri due e tre nel collegio 1 (i fidati messi dietro al capolista) e i numeri uno, due e tre nel collegio 2 (il capolista più i due fidati). Chiaramente, se invece è il collegio 1 quello che genera la sorpresa dando più seggi del previsto, il capolista opterà per quello. In sostanza solo enormi sorprese, con variazioni impreviste degli eletti in molti collegi allo stesso tempo, possono rovinare i piani dei capi-partito. In tutti gli altri casi una sapiente scelta ex post del collegio in cui essere eletti consentirà ai capi-partito di mantenere un ferreo controllo degli eletti.Il meccanismo è così indecente e spudorato che è difficile immaginare un qualunque argomento in sua difesa. Infatti, nessuno lo difende, o almeno io non ho visto un singolo articolo in sua difesa. Salvo poi non fare assolutamente nulla in Parlamento per eliminare la possibilità di candidature multiple e utilizzare puntualmente il meccanismo elezione dopo elezione. Al cittadino esterrefatto non resta che l'arma referendaria. E forse nemmeno quella, vista la cappa di silenzio che è stata imposta.

I REFERENDUM SUI PREMI DI COALIZIONE
I referendum sui premi di maggioranza aboliscono la possibilità di formare coalizioni per ottenere il premio di maggioranza. Se i referendum avranno successo, il premio di maggioranza nazionale per la Camera andrà alla singola lista che ottiene il maggior numero di voti, e i premi regionali per il Senato andranno alle liste che arrivano prime in ciascuna regione.È bene non illudersi troppo sugli effetti di tale cambiamento. L'obiettivo iniziale del comitato referendario era quello di stimolare il dibattito parlamentare sulla legge elettorale. Ho anche cercato di argomentare l'estate scorsa che una buona riforma elettorale era possibile nel nuovo Parlamento, dato che era nell'interesse delle principali forze politiche presenti, Pd, Lega e Pdl. Ma non si è mai abbastanza pessimisti quando si analizza la politica italiana. Una discussione sulla riforma elettorale avrebbe richiesto un minimo di lungimiranza e buon senso. Avrebbe inoltre richiesto di agire con calma e per tempo. Apparentemente questo è chiedere troppo; si è atteso fino all'ultimo momento (e anche un po' più in la: è stata necessaria una leggina per allungare i termini massimi entro cui andava indetto il referendum) per poi agitarsi scompostamente e secondo i propri ristrettissimi e ultra-miopi interessi di bottega.Detto questo, un po' di chiarezza sugli effetti dei referendum va fatta. Si è cercato di far passare l'idea che il referendum consegnerebbe l'Italia a Silvio Berlusconi, che renderebbe possibile governare anche con percentuali di consenso minime. Il ministro Calderoli ha addirittura detto che il risultato del referendum sarebbe di “assoluta dissonanza con la democrazia”. Non accadrebbe nulla di tutto questo. Di fatto, purtroppo, accadrebbe troppo poco.Chiariamo anzitutto che anche con la legge attuale è perfettamente possibile che un partito con una quota elettorale ridotta ottenga il premio di maggioranza. Questa non è in alcun modo una novità del referendum. Chi afferma che la legge che uscirebbe dal referendum è antidemocratica sta quindi implicitamente dicendo che l'attuale legge è antidemocratica. Cosa succederebbe se passassero i referendum? Essenzialmente, anziché avere differenti simboli a supporto di un candidato presidente del Consiglio, come accade ora, i partiti dovranno accordarsi ex ante su un unico simbolo e una unica lista. Questo può avvenire mediante l'inclusione di diversi simboli in un unico cerchio o mediante un nuovo simbolo. Non sarebbe una pratica nuova nel panorama italiano, tutt'altro. Per esempio, nel 2006 i Ds e La Margherita si presentarono sotto il comune simbolo dell'Ulivo per la Camera, ma con simboli separati per il Senato. Tutto questo per dire che la distinzione tra "coalizione di liste elettorali" e "lista elettorale" è alla fine assai meno netta di quel che può apparire a prima vista, per l'elementare ragione che i partiti rivedono la propria strategia elettorale a seconda della legge. Se passa il referendum vedremo, al tempo stesso, meno liste elettorali e liste elettorali più eterogenee. Ma, alla fine, i cambiamenti saranno minimi.Per mettere concretamente i piedi nel piatto: se Berlusconi diventa sufficientemente forte da poter vincere senza la Lega, allora, anche con la legge attuale, può presentarsi da solo e guadagnare il premio di maggioranza. Da questo punto di vista, i referendum sono sostanzialmente ininfluenti. Può essere utile guardare ai numeri usciti dalle ultime elezioni politiche e dalle ultime Europee per avere un'idea più precisa di ciò che può succedere.

Partito % Voti Camera 2008

Pdl 37,39
Lega 8,3
Pd+Radicali 33,17
Idv 4,37
Udc 5,62
Sinistra Arc. 3,08
Mpa 1,13

Partito % Voti Europee 2009

Pdl 35,27
Lega 10,20
Pd 26,13
Idv 8,00
Udc 6,52
Prc-Pdci 3,39
Sin. & Lib. 3,13
Radicali 2,43


Se il Pdl si fosse presentato da solo alle ultime politiche sarebbe stato battuto da un listone Pd-Radicali-Idv, ossia, la coalizione che si formò alle politiche del 2008. Lo stesso sarebbe successo se i numeri rilevanti fossero stati quelli delle ultime Europee: un listone Pd-Radicali-Idv avrebbe ottenuto il 36,56 per cento dei voti, contro il 35,27 per cento del Pdl. La sconfitta del Pdl sarebbe stata ancora più netta se alla coalizione Pd-Radicali-Idv si fossero aggiunti pezzi sulla sinistra o sulla destra.Ovviamente, quello che ci dicono questi numeri è che, anche se passassero i referendum, il Pdl non si presenterebbe da solo, rischiando in tal modo la sconfitta. Quello che ci possiamo aspettare, se passa il referendum, è una lista unitaria Pdl-Lega, presumibilmente con un simbolo composto dai due sotto-simboli appaiati, la cosiddetta "bicicletta". Nulla di trascendentale, quindi. Il Pdl o il Pd riusciranno a governare da soli solo se aumenteranno i consensi o se le forze che li avversano saranno sufficientemente divise e rissose. Questo è vero con il sistema attuale e resterà vero con il sistema che potrebbe uscire dai referendum. Non è un caso che Berlusconi abbia così prontamente sacrificato i referendum appena la Lega ha fatto la voce grossa. Sapeva che non aveva gran che da guadagnarci.Perché tanto agitarsi allora? Perché la Lega ha minacciato addirittura la crisi di governo per far fallire i referendum e ha imposto un notevole esborso ai contribuenti per evitare l'accorpamento dei referendum alle elezioni europee? Perché Antonio Di Pietro, dopo aver raccolto le firme, si è schierato contro i referendum? Ho analizzato altrove, più in dettaglio, le ragioni di tale opposizione. Qui è sufficiente dire che tutto questo isterico agitarsi mostra solo quanto i nostri rappresentanti siano ferocemente abbarbicati anche alle più piccole fette di potere. Essenzialmente si teme che, una volta costretti a fare liste elettorali uniche con i loro alleati principali, i partiti diversi da Pdl e Pd perdano riconoscibilità e quindi potere. Questo nonostante il fatto che comunque si voterà alle elezioni comunali, provinciali, regionali ed europee con sistemi che rendono possible la presentazione del proprio simbolo.

Autore: Sandro Brusco

sabato 13 giugno 2009

L'Msi lancia le «ronde nere». Sul basco l'aquila imperiale

Wirepullers: tutto questo ci sembra delirante. No alle ronde!

Sono pronte a debuttare le ronde della «Guardia nazionale italiana», già ribattezzate «ronde nere», pronte a pattugliare le strade 24 ore su 24, affiancando le «ronde padane» non appena sarà in vigore il disegno di legge sulla sicurezza approvato dal Parlamento. L'Associazione onlus «Guardia nazionale italiana» è stata presentata sabato mattina a Milano durante il primo convegno nazionale del Movimento sociale italiano - Destra italiana. Per ora, spiegano i vertici nazionali dell’Msi, ci sono a disposizione 2.100 volontari in tutto il Paese, concentrati soprattutto in Piemonte, Lombardia, Lazio, Campania e Sicilia. La Guardia nazionale è un’iniziativa apolitica, precisano, nell’ambito dell’attività del nascente Partito Nazionalista italiano guidato da Gaetano Saya, rinviato a giudizio nel 2004 per propaganda di idee fondate sulla superiorità e l'odio razziale, diffuse attraverso il sito Destranazionale.org.

LA DIVISA

In un'intervista realizzata da «Peacereporter» l'ispiratore politico Gaetano Saya, ha detto: «Abbiamo superato ampiamente le duemila adesioni. Ogni giorno ne arriva una valanga di nuove, soprattutto ex appartenenti alle forze dell'ordine». Saya ha descritto la divisa che indosserà chi farà le ronde: camicia grigia con cinturone e spallaccio neri, cravatta nera, pantaloni grigi con banda nera laterale, basco o kepì grigio con il simbolo dell'aquila imperiale romana. Il loro equipaggiamento completo prevede elmetto, anfibi neri, guanti di pelle e una grossa torcia elettrica di metallo nero.

«LA POLITICA NON C'ENTRA»

«La nostra funzione sarà esclusivamente di segnalazione, per comunicare qualsiasi problema alle forze dell'ordine - spiega Giuseppe Giganti, coordinatore nazionale delle Guardie -. Costituiamo una Onlus, inquadrata come Protezione civile, a cui tutti possono accedere, anche chi è di sinistra perché la politica non c'entra». Dei volontari finora raccolti, circa il 30% sono ex appartenenti alle Forze dell'ordine, dislocati in tutto lo Stivale, dalla Lombardia alla Sicilia, con un'ottantina di iscritti fra Milano e Provincia. Assicurano di non avere alcun pregiudizio razziale perché «che sia un italiano o un extracomunitario a creare problemi non fa differenza», né simpatie verso il fascismo, «un'ideologia anacronistica che fa parte della storia», dice Giganti. Simboli e divisa «dicono chi siamo, allo stesso modo di polizia e carabinieri, e servono a essere riconosciuti come ronde, non per spaventare, altrimenti siamo pronti a modificare l'abbigliamento» precisa Roberto Guerra, coordinatore delle Guardie di Genova. A livello politico, l'Msi (insieme al nascente Partito Nazionalista Italiano che rimarrà però legato solo al Nord Italia) punta ad affermarsi come «la nuova destra conservatrice di Berlusconi che in Italia è tutta da rifare» spiega la neo-presidente nazionale Maria Antonietta Cannizzaro, moglie di Saya. «Sosteniamo il Pdl e manteniamo buoni rapporti con la Lega, con cui condividiamo tante idee e speriamo di collaborare» ha concluso la Cannizzaro.

MINNITI: «SCONCERTANTE DELIRIO»

«Come volevasi dimostrare. Adesso arrivano le camicie grigie promosse dall'Msi che si affiancano alle camicie verdi. Si sta rivelando del tutto esatta la previsione di una cattiva partitizzazione della sicurezza nel nostro Paese», afferma in una nota il responsabile Sicurezza del Pd Marco Minniti. «L'idea che il controllo del territorio possa essere affidata ad associazioni, milizie che si identificano con un colore politico, è un colpo al cuore ai principi di ogni democrazia liberale. La previsione era sin troppo facile. Ora si faccia qualcosa per fermare questo sconcertante delirio».

DONADI: «RICORDANO LE SS»

Per il capogruppo Idv alla Camera, Massimo Donadi, «a Milano è avvenuto un fatto gravissimo e pericoloso: le camicie grigie presentate dall'Msi ricordano le camicie nere e quelle di Ernst Rohm, che fondò le Sa, da cui nacquero le Ss. Le ronde dell'Msi rievocano la più terribile pagina della storia europea dell'ultimo secolo. Un'offesa alla nostra storia ed alla democrazia. Questo episodio rende ancor più evidente che il testo sulla sicurezza che legittima le ronde è sbagliato e che si sta avverando quanto avevamo previsto: il proliferare di gruppi d'azione di ispirazione politica». Alla luce di questo episodio «il governo deve fare marcia indietro: la sicurezza dei cittadini deve essere garantita dalle forze dell'ordine, cui vanno destinati più fondi. Le ronde sono inutili per tutelare i cittadini e pericolose».

venerdì 12 giugno 2009

Italia e Libia, una storia di soldi, petrolio e migranti

Wirepullers: curiosa amicizia quella tra il premier Berlusconi e il leader libico Gheddafi. Petrolio, immigrazione clandestina, banche....vediamo i retroscena di una visita che ha avuto un forte riscontro mediatico in Italia, provando a immaginare cosa potrebbe pensarne Enrico Mattei. (2)

La Libia è sempre più importante per l'Italia per gli investimenti economici di quel paese, per il petrolio e il gas e per i flussi migratori dall'Africa. Il trattato di amicizia e cooperazione e le ferite del periodo coloniale.

La storica visita di Gheddafi in Italia (vedi Repubblica.it per la cronaca degli avvenimenti) apre una nuova fase nei rapporti tra i due paesi dopo il grande gesto dell'agosto 2008 con le scuse del presidente del Consiglio a nome dell'Italia per le ferite del periodo coloniale - un evento senza precedenti per una ex potenza coloniale - e il trattato di amicizia e cooperazione.

In base a questo trattato l'Italia si impegna a pagare 5 miliardi di dollari in 20 anni attraverso investimenti e progetti di cooperazione nell'ex colonia italiana. Questa cifra arriverà, secondo i progetti, da una tassazione aggiuntiva sulle aziende petrolifere italiane che operano in Libia, e in particolare sull'Eni.

Inoltre diversi soggetti libici hanno fatto investimenti importanti sul mercato italiano - come è avvenuto anche in passato come nel caso della Fiat - diventando oggi azionisti tra l'altro della stessa Eni (oltre che ad esempio di Unicredit).

La Libia rappresenta per l'Italia un importante esportatore di petrolio e in chiave futura anche di gas. L'Eni è il principale operatore petrolifero in Libia, con una media di 550mila barili al giorno e
ha siglato nuovi accordi su gas e petrolio con Tripoli, che proteggerà la posizione privilegiata dell'azienda italiana almeno fino al 2047.

Il trattato di amicizia e cooperazione ha chiuso anni di diatribe storiche e politiche e denunce tra i due paesi, anche se l'aver indossato provocatoriamente durante la visita una foto dell'eroe della resistenza libica trucidato dagli italiani lascia presagire che il leader libico continuerà ad usare l'argomento anticoloniale anche in futuro. Non deve sorprendere, il dittatore Gheddafi - ancora saldamente al potere in Libia dopo 40 anni - è stato e rimane un leader rivoluzionario (vedi "Il segreto di Gheddafi" di Kariim Mezran sul quaderno speciale di Limes "Il mare nostro è degli altri") legato al suo famoso libro verde. Non può fare a meno della retorica anticoloniale anche se ciò non ha impedito di tessere importanti relazioni economiche e politiche anche nei momenti più bui dei rapporti tra i due paesi.

La Libia è poi importante perché è diventato il principale paese di passaggio per il flusso di immigrati che dall'Africa e dall'Oriente vogliono arrivare in Italia e in Europa. I migranti che arrivano in Italia attraverso gli sbarchi a Lampedusa o gli altri approdi dello Stivale sono solo una minoranza del flusso migratorio principale che arriva dall'Est europeo con altri mezzi, ma questo flusso secondario è ad alto impatto mediatico e soprattutto provoca numerosi morti lungo il percorso che attraversa il deserto del Sahara e poi il mare con barche precarie.

Infine dopo la fine delle sanzioni americane e la riabilitazione internazionale della Libia, la conseguente apertura di Tripoli al mondo esterno e il ruolo di primo piano che Gheddafi vuole ricoprire non tanto più solo nel mondo arabo ma anche nel contesto africano, aprono nuove prospettive di sviluppo per la Libia e indirettamente per l'Italia.

Autore: Alfonso desiderio

Berlusconi e Gheddafi, giro di valzer petrolifero

Wirepullers: curiosa amicizia quella tra il premier Berlusconi e il leader libico Gheddafi. Petrolio, immigrazione clandestina, banche....vediamo i retroscena di una visita che ha avuto un forte riscontro mediatico in Italia, provando a immaginare cosa potrebbe pensarne Enrico Mattei. (1)

Sullo sfondo della visita del leader libico, le grandi commesse d’oro nero e gas dell’Eni. In gioco 28 miliardi di dollari e l’accesso a un’enorme riserva d’idrocarburi. —
Ha parlato chiaro, ieri il leader libico Gheddafi nelle sue numerose esternazioni. «La Libia ha il petrolio di cui l’Italia ha bisogno», ha detto, con una scusabile mancanza di bon ton. E, in effetti, il valzer di cordialità tra i due istrionici leader mediterranei profuma di idrocarburi, oltre che dell’odore del traffico di esseri umani.
Il nostro Paese importa dalla Libia un quarto del petrolio utilizzato in Italia e il 10% del gas naturale, anche grazie alla costruzione del gasdotto Greenstream, che dal 2004 collega Mellitah a Gela. L’Eni è di gran lunga l’industria straniera più incardinata nell’economia del Paese nordafricano ed è al primo posto tra gli operatori stranieri, come ha numerose volte spiegato l’Ad Paolo Scaroni: «La Libia è il nostro maggior fornitore».
Tanta fedeltà è stata del resto ripagata con l’intesa che l’industria di stato libica e l’Eni hanno firmato nel 2007, in pieno governo Prodi (D’Alema ministro degli Affari esteri, vale la pena di ricordare anche per inquadrare più recenti posizioni). Con quel contratto di sfruttamento delle riserve di greggio africane l’Eni ha prolungato la sua attività in loco fino al 2042 per il petrolio e al 2047 per il gas, un’assicurazione di lunga vita per il cane a sei zampe.
Che sta investendo la metà di 28 miliardi di dollari nel Paese di Gheddafi: al resto pensa la Noc, la società di stato libica. A far gola agli italiani (e naturalmente non solo a loro) non sono solo le riserve che vengono attualmente sfruttate quanto le ricche prospettive future.
Se, infatti, la Libia è a oggi ferma al nono posto tra i grandi produttori di petrolio con una produzione quotidiana di circa 2 milioni di barili al giorno, le stime di quello che resta da scoprire e sfruttare la fanno balzare ben in alto nella lista dell’Opec, con una riserva di circa 65 miliardi di barili incamerata sotto le sabbie del deserto o nei fondali del Golfo della Sirte.
Un mare di oro nero che la mette ai livelli di produzione degli Emirati Arabi e del Kuwait. In effetti, a far salire di tanto le quotazioni internazionali di Gheddafi è il fatto che così a lungo la Libia è stato un mondo a parte. L’Italia, soprattutto grazie alle intermediazioni di stampo andreottiano, ha sempre mantenuto un’invidiabile posizione nel cuore dei libici, nonostante le dichiarazioni al calor bianco contro il colonialismo fascista e i suoi guasti.
L’Eni non ha mai sostanzialmente interrotto il suo lavoro in loco. Ma il resto del mondo si è autoescluso dai ricchi giacimenti libici con l’embargo di Reagan nel 1986 contro il supporto al terrorismo di Gheddafi. Solo nel 2004, con il superamento degli embargo di Onu e Usa, la Libia ritorna sulla scena, come terra di conquista del mercato mondiale affamato di petrolio.
Il Paese è tra quelli più lontani dal raggiungere l’ormai famoso picco di produzione, quello che sta sconvolgendo le speranze dei signori dell’oro nero di continuare a fare il bello e il cattivo tempo nel mercato dell’energia.
Un bel regalo a Gheddafi: il Paese conta per metà del suo Pil sulle esportazioni di petrolio. In epoca governo Prodi qualcuno provò anche a tingere di verde il nero degli idrocarburi, dando il via un progetto sul solare termodinamico. Oggi, nonostante l’accordo firmato con Techint sia ancora in essere, il risultato è zero. Del resto, si sa, finché dura, il petrolio è un destino segnato in Paesi per (governanti) vecchi come il nostro.

Autore: Simonetta Lombardo

martedì 9 giugno 2009

Insegnamento della religione cattolica e scuola pubblica: verso un "modello-parrocchia"?

Wirepullers: dovremmo smettere di parlare di ora di religione in Italia e dare la definizione esatta: ora di religione cristiana. L'unica che venga veramente insegnata agli alunni del nostro paese. Sarebbe bello se i nostri figli un giorno potessero studiare tutte le religioni del mondo, nei loro pregi e nei loro eccessi, per sapere in che mondo vivono. Purtroppo non sarà così a giudicare da quello che succede nelle nostre scuole.

«Colpirne uno per dissuadere tutti i collegi dei docenti italiani dal discutere qualsiasi questione che riguardi l'ora di Religione», secondo il coordinatore dei Cobas Piero Bernocchi. Che denuncia la diffusione di un “modello-parrocchia” nella scuola italiana. Di cosa si tratta?Ecco i fatti.Nel giro di pochi mesi, due docenti sono stati oggetto di pesanti sanzioni disciplinari. In entrambi i casi, il comportamento sanzionato metteva in discussione le modalità di applicazione del Concordato, ossia la presenza della religione cattolica nella didattica e nell’arredo della scuola pubblica italiana.
A febbraio Franco Coppoli, docente di Italiano e Storia presso l'Istituto Professionale Casagrande di Terni, è stato sospeso per un mese dall’insegnamento e dallo stipendio per aver staccato il crocifisso dalla parete dell’aula durante le proprie lezioni (peraltro riappendendolo prima di uscire dall’aula).
Il 20 maggio scorso Alberto Marani, docente di Matematica e Fisica del Liceo Scientifico Righi di Cesena è stato sospeso dall’insegnamento e dallo stipendio per due mesi per «una molteplice serie di comportamenti concernenti i doveri di ufficio e la dimensione relazionale e cooperativa, che costituisce un valore irrinunciabile per la scuola» (così recita una nota dell’Ufficio Scolastico Regionale). Tra questi comportamenti, «avere affisso nelle bacheche della scuola, durante il bombardamento di Gaza, 5 immagini di Handala (il bambino palestinese scalzo e sofferente) dopo aver usato "addirittura" la stampante della scuola» (Comunicato dei Cobas), aver messo pochi voti nel primo mese di servizio, e (soprattutto?) aver prodotto e distribuito un questionario sull’insegnamento della religione cattolica, dal quale emergeva la volontà degli studenti (quasi il 90%) di frequentare un insegnamento alternativo alla religione, se ne avessero avuto la possibilità. E in effetti il Collegio Docenti del Liceo ha, su proposta dello stesso prof. Marani, deliberato l’istituzione di tale insegnamento.Sono solo casi isolati, o il nervo scoperto dell’insegnamento della religione cattolica comincia a vibrare? E se questa seconda ipotesi è fondata, perché?

Questi interrogativi si rafforzano alla luce di altri episodi, che non sembrano aver trovato altrettanta risonanza. Si tratta della pretesa, avanzata dagli Uffici Diocesani in almeno due regioni (Sicilia ed Emilia-Romagna), che l’idoneità all’insegnamento della religione cattolica sia subordinata alla frequenza di corsi dottrinari di durata triennale, e al possesso di «una dichiarazione (preferibilmente redatta da un parroco) sulla testimonianza di vita cristiana del richiedente»: così recitano le “Indicazioni per la disponibilità degli insegnanti su posto comune all’insegnamento della religione cattolica” redatte dall’Ufficio Catechistico Diocesano – Settore Scuola dell’Arcidiocesi di Ferrara-Comacchio in data 26 marzo 2009. Che concludono: «Per il mantenimento dell’idoneità è opportuno che, soprattutto in caso di variazioni o modifiche dei programmi ministeriali, gli insegnanti si mantengano aggiornati, e si impegnino a frequentare ogni cinque almeno un corso di aggiornamento».Questa nota, va detto subito, non è nuova: già in passato si sono registrati tentativi analoghi di sovradeterminare con prerequisiti ad hoc l’idoneità all’insegnamento della religione: due precedenti sono qui e qui.

Ma proprio nella regione Sicilia, attraverso la Direzione Scolastica Regionale, è stata emanata una nota, in data 29 aprile 2009 [che può essere letta qui]; il Direttore Generale Di Stefano, intervenendo nel merito, premette che «viene segnalato da più parti che alcuni Uffici Diocesani imporrebbero la frequenza di corsi di aggiornamento, per rilascio dell’idoneità, a docenti della scuola dell’infanzia o primaria», e ribadisce che «tale imposizione, se realmente fatta, non sarebbe conforme a norma dato il carattere permanente dell’idoneità per il personale che insegnava religione cattolica nell’a.s. 1985/1986». E sottolinea, citando l’Avvocatura Generale dello Stato, che i requisiti di retta dottrina, testimonianza cristiana e abilità pedagogica possono essere oggetto, in caso di grave e accertata mancanza, della revoca dell’idoneità. E non, come sembra trapelare dalla nota diocesana citata, di una dichiarazione preliminare redatta ad un parroco, sulla testimonianza di vita cristiana.

Si dirà: fondata o meno la richiesta delle diocesi, essa non riguarda unicamente l’insegnamento della religione cattolica?In apparenza, si: nei fatti, riguarda l’intera scuola pubblica italiana.In primo luogo, perché se accolta si introdurrebbero elementi dottrinari e confessionali come prerequisiti all’esercizio della professione di insegnante.E qui vale la pena di ricordare che, in assenza di docenti idonei o disponibili, l’insegnamento della religione cattolica (che è materia scolastica) può essere affidato a uomini di Chiesa nominati dalla Curia, anche privi dei necessari requisiti didattici (abilitazione all’insegnamento, superamento di un pubblico concorso, ecc.).Ma soprattutto, non si tratta del solo insegnamento della religione cattolica. Perché la regolamentazione dell’insegnamento della religione cattolica ha formalmente riconosciuto all’insegnante che venisse privato dell’idoneità di non perdere il posto di lavoro, ma di essere spostato sull’insegnamento di “materie affini”. In altri termini, un insegnante i cui titoli di studio si riducono alla frequenza di corsi diocesani di aggiornamento e di una attestazione di vita cristiana da parte di un parroco potrebbe, attraverso questa procedura, by-passare concorsi, graduatorie e quant’altro e insediarsi, sopravanzando i precari che ne hanno titolo, su una materia. E nella scuola primaria tutte le materie sono “affini” alla religione cattolica.
Il Direttore Generale della Direzione Scolastica Regionale siciliana conclude la sua comunicazione con un diplomatico «Nella certezza della infondatezza delle notizie riferite».Piacerebbe potergli dare ragione.

Autore: Girolamo De Michele

sabato 6 giugno 2009

Il rischio del non voto

Wirepullers: dopo che l'elitarismo e l'intellettualismo, allontanando certi leader della sinistra italiana dai problemi concreti della quotidianità, hanno contribuito a spingere parte dell'elettorato "rosso" a destra, verso Pdl e soprattutto Lega, Michele Serra lancia un appello affinchè la parte restante di questo elettorato non completi l'opera di distruzione, astenendosi alle prossime elezioni europee. Per non lasciare il paese in mano a un uomo solo.

Una delle incognite di queste elezioni è l’astensionismo di sinistra. Lo spettacolo, annoso e dannoso, delle lotte intestine tra dirigenti sempre più anziani e sempre più narcisi; e la presenza nel Pd di una componente clericale (che non è sinonimo di cattolica) che boicotta in partenza ogni riforma laica sembrano, tra i tanti, i due elementi più respingenti. Così respingenti da rischiare di mettere in ombra perfino le evidenti conseguenze che l’astensione avrebbe sulla scena politica: rafforzare ulteriormente il centrodestra. Nelle discussioni tra amici, nelle lettere ai giornali, impressiona la natura "nuova" di questi aspiranti astensionisti. In larga parte non appartengono all’area da sempre irrequieta del radicalismo ideologico o dell’antipolitica. Si tratta in molti casi di militanti di lungo corso della sinistra storica, profondamente partecipi della vita sociale, gente di sindacato, di partito, di primarie, di assemblee di quartiere, a suo agio nelle faccende pubbliche. Il tono, più che disgustato, è stremato: scusate, ma non ce la faccio più. Oppure si tratta di giovani che si sentono drasticamente esclusi dal discorso pubblico, e ne traggono l’altrettanto drastica conseguenza di rispondere per le rime: voi non vi occupate di me, io non mi occupo di voi. Alle persone della mia formazione politica e della mia generazione, l’astensionismo è sempre parso una diserzione imperdonabile. Oggi mi sembra soprattutto un disperato gesto politico, nella speranza di staccare la spina a questa sinistra, e soprattutto alla nomenklatura di questa sinistra, per far rinascere finalmente altro, e altri. Ma con altrettanta onestà voglio spiegare, da cittadino, perché ho deciso di andare a votare, mettendo da parte dubbi e perplessità. E perché considero un errore (un errore, non una colpa) non farlo. Il potere smisurato e quasi senza argini di Berlusconi è una ragione assolutamente ovvia e stradetta, ma non per questo meno evidente, e grave. Una sinistra ulteriormente indebolita (il Pd prima di tutto, ma anche le altre liste di opposizione) confermerebbe lui, e la sua folta claque, nella presunzione di poter fare finalmente e definitivamente da soli. E senza più impicci. Già parla "in nome del popolo" e "in nome degli italiani": come dirgli "ma non in mio nome" senza andare a votare per l’opposizione, e a fare numero? Ma accanto a questa ragione, urgente ma tutto sommato contingente (Berlusconi è solo una lunga parentesi di una storia molto più lunga e importante di lui), nella decisione di andare comunque a votare pesa una concezione radicata non solo e non tanto della politica, quanto della persona-cittadino. Per dirla in parole molto semplici, autoriferite per comodità, non riesco a immaginarmi non votante senza sentirmi in disaccordo con me stesso. Non dico in colpa: i sensi di colpa non portano mai lontano. Dico in disaccordo con me stesso. In questo stato d’animo conterà certo qualcosa il "richiamo della foresta": se si passa una vita intera a considerare il voto come un diritto-dovere (così, del resto, lo definisce la Costituzione), non è facile passare davanti a un seggio elettorale voltando la testa dall’altra parte. Ma conta, più di tutto, il fatto che nell’astensione percepisco un elemento di platealità (mi si nota di più se non vado…) che si incastra perfettamente nell’eccesso di emotività nazionale. Votare, almeno per me, è un gesto umile e razionale. Significa, lo dico brutalmente, accettare di far parte di una mediocrità collettiva (la democrazia è anche questo) piuttosto che di un’eccellenza appartata. Votare significa accettare i limiti non solo di un partito e dei suoi candidati, ma anche i propri. Il non voto è una specie di "voto in purezza", un gesto estetico e sentimentale che antepone l’integrità dell’io alla contaminazione del noi. L’astensionista menefreghista (quello che una volta si chiamava qualunquista) è uno che non si immischia, l’astensionista nobile e deluso di oggi è uno che non si mischia: cerca di salvare se stesso, la propria coscienza, la propria coerenza, levandoli dal tavolo di gioco e portandoseli a casa. Se è il narcisismo la colpa che, giustamente, si imputa ai dirigenti della sinistra e del centrosinistra, specie i post-comunisti, l’astensionista sappia che rischia di peccare anch’egli di narcisismo. Aiuta e serve solo se stesso, lasciando in mani altrui la precaria, vischiosa materia dell’identità collettiva. Questa sinistra, queste sinistre, sono anche il prodotto delle nostre idee (quelle giuste e quelle sbagliate) e delle nostre vite. I loro pregi e i loro difetti assomigliano molti ai nostri. Aggiungere alla lista dei difetti la rinuncia astensionista, e sottrarre a quella dei pregi l’umiltà dell’impegno pubblico, non aiuta di certo a migliorare il bilancio: della sinistra e delle persone di sinistra.

Autore: Michele Serra
Fonte: www.eddyburg.it / La Repubblica