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domenica 22 novembre 2009

Il petrolio fu l’arma finale contro l’Urss

Wirepullers: l'Arabia Saudita ha pubblicamente annunciato un imminente abbassamento del prezzo del petrolio, motivando questa politica con l'intenzione di non infierire su un'economia globale già molto traballante. La spiegazione ufficiale però nasconderebbe il tentativo di colpire le casse iraniane, dando un taglio netto alle entrate di Teheran, la cui economia dipende dall'oro nero molto più di quella di Riyadh. I due paesi sono ai ferri corti già da qualche tempo e ne sanno qualcosa in Yemen, ma ora i sauditi, con la benedizione di Washington, hanno deciso di ispirarsi agli anni della guerra fredda, quando fu proprio l'abbassamento del costo del petrolio una delle armi determinanti per dare il colpo di grazia all'Unione Sovietica. Ahmadinejad si sarà guardato molto bene le immagini dei festeggiamenti per la caduta del muro di Berlino. (2)
Gli Stati Uniti, con l'Arabia Saudita, usarono il prezzo del greggio per mettere in crisi Mosca, al cui bilanci in crisi erano indispensabili le esportazioni dell'oro nero.

La caduta del muro di Berlino vent’anni fa è stato il segnale più dirompente della crisi sovietica in fase avanzata. Si temeva nella notte del 9 novembre l’arrivo devastante di divisioni corazzate sovietiche, come già successo nel 1953 nella stessa città e nel 1968 a Praga. Non successe, e il mondo cambiò per sempre.

Sulle ragioni della crisi sovietica si è scritto molto e la tesi più accreditata è quella dell’ “iperspesa” sovietica. Il sistema statale inefficiente, reso isterico dalla competizione militare reaganiana, giunse in pochi anni a una crisi che generò prima il disarmo, e poi la disgregazione.

Esiste però un altro aspetto meno noto della crisi, dovuto al calo delle entrate pubbliche, fortemente dipendenti dall’esportazione di gas e petrolio. La Cia ha calcolato che nel 1985 il 35% delle entrate in valuta pesante di Mosca dipendevano dagli idrocarburi. Queste enormi entrate erano generate per solo un terzo dell’esportazione, destinata ai Paesi occidentali, i restanti due terzi erano assegnati ai Paesi socialisti del Council of Mutual Economic Assistance.

Nel maggio del 1986, il prezzo del barile scese sotto i 10 dollari. Ciò generò un duplice effetto: da una parte le entrate in valuta pesante si abbassarono; dall’altra, i Paesi socialisti, legati a contratti di fornitura di lungo periodo, finirono per pagare il petrolio più della compagine occidentale, acuendo i problemi di stagnazione condivisi dalle maggiori economie di comando.

Mosca tentò di reagire: a partire dal 1986, i fondi destinati agli investimenti energetici aumentarono, raggiungendo in due anni il 24,3 % del totale degli investimenti sovietici. Ciò non bastò: le attrezzature sovietiche erano almeno vent’anni indietro rispetto a quelle americane. L’esplorazione portava sempre meno risultati.

Già nel 1983 la Cia rilevava che l’Urss stava iniziando a dirottare il petrolio dai consumatori allineati dell’Est Europa all’Occidente, pur di far cassa; e per alcuni mesi era riuscita a tenere in equilibrio il bilancio statale. Dagli inaffidabili bilanci statali iniziò a trasparire che Mosca stava però incorrendo in qualche problema: tra il 1985 e il 1987 i prestiti delle banche europee al Cremlino salirono da 11 a 26 miliardi di dollari. Il deficit nel 1989 esplose a 160 miliardi.

Il punto chiave della storia è che la crisi petrolifera sovietica è stata in parte indotta da una deliberata strategia americana. Nel 1977 la Cia rilevò che il settore petrolifero sovietico era sull’orlo della crisi (The Impending Soviet Oil Crisis, Er 77-10147); sarebbe stato salvato dalla risalita dei prezzi del 1979. Il neoliberale Regan aprì il settore petrolifero per motivi squisitamente domestici (favorire i consumi nazionali), ma con la consapevolezza che ciò avrebbe danneggiato le casse sovietiche.

Non è un caso che nel 1985 il direttore della Cia Bill Casey venne inviato in Arabia Saudita a parlare col suo omologo, il principe Turki. Il messaggio? Se volete mandar via i russi dall’Afghanistan, producete più petrolio. Gli arabi presero tempo. Poi si accorsero che, in realtà, già i consumi petroliferi erano in caduta (a causa dell’efficientamento economico post-1979); inoltre la produzione non-Opec era cresciuta di 10 milioni di barili al giorno tra il 1981 e il 1986, grazie anche alle aperture americane. L’Arabia Saudita produceva 2 milioni di barili di petrolio al giorno nell’agosto del 1985; in sei mesi passarono a cinque milioni di barili al giorno. I sauditi mantennero costanti i loro introiti aumentando le quantità, con il barile scivolato sotto i dieci dollari; ma riuscirono a ottenere l’obiettivo della ritirata sovietica. Mosca lasciò in realtà tutto il quadrante mediorientale. Non fu un caso.

Autore: Stefano Casertano

martedì 7 luglio 2009

Addio alle armi: Mosca e Washington fanno affari

Wirepullers: a conferma di quanto da noi scritto ieri, nella sua prima visita in Russia, Obama non riscuote un grande successo. A parte alcuni accordi economici, l'establishment americano e i vertici russi restano distanti sui temi caldi: scudo spaziale, Iran, sfere d'influenza. Questioni che prima o poi andranno risolte. Si profila un nuovo bipolarismo, per quanto in America si faccia finta di niente.(5)


L’accordo firmato sotto le volte del Cremlino tra Barack Obama e Dmitri Medvedev (video) è uno delle più importanti intese sulla riduzione degli armamenti nucleari siglate negli ultimi trent’anni. Con questa road map verso lo svuotamento degli arsenali atomici, Washington e Mosca riprendono con forza e decisione, il cammino di dialogo dopo la sospensione dei mesi scorsi, gli attriti nati (con la precedente amministrazione George W. Bush) dopo la guerra tra Georgia e Russia dell’estate 2008.

Ma non solo. Come hanno detto i loro Numeri Uno, le due superpotenze mondiali vogliono dare il “buon esempio”: la strada è la riduzione delle testate atomiche nel mondo, non il loro aumento, come invece vorrebbero gli ayatollah iraniani. L’intesa preliminare (una bozza che poi verrà trasformata in un vero e proprio trattato) prevede che i due paesi portino rispettivamente a 1.500 (gli Usa) e 1.675 (la Russia), il numero delle ogive nucleari a loro disposizione. Un’ulteriore riduzione rispetto alle 2.200 previste in un primo momento.

Sul tavolo delle trattative - che verrano ancora portate aventi dagli sherpa fino all’accordo finale - anche il taglio dei siti e delle rampe di lancio dei missili balistici che dovrebbero passare dalle 1600 concordate in un primo momento a un numero variabile tra le 500 e le 1.100 postazioni. Durante la conferenza stampa che è seguita alla solenne firma del pre-trattato, Barack Obama ha detto che spera di arrivare alla firma definitiva della nuova versione (di fatto) dello START (l’accordo di riduzione delle armi strategiche) entro la fine dell’anno.

Ma il presidente Usa ha raggiunto con il suo collega russo anche un altro importante punto di intesa che riguarda l’Afghanistan. Mosca ha concesso il passaggio di convogli di truppe e rifornimenti alle truppe Nato e a quelle statunitensi coinvolte nelle operazioni militari a Kabul contro i Talebani. Un altro passo molto significativo, sintomo di una rinnovato vigore nei rapporti tra i due paesi. Che riprende quota anche grazie al rapporto personale che sembra poter nascere tra i due presidenti. Perché se è vero che l’arrivo a Mosca di Barack Obama è stato “festeggiato” sotto tono dai media russi, quasi con freddezza, determinata dalle critiche (più o meno esplicite) del presidente Usa a Vladimir Putin, l’attuale primo ministro russo, è anche vero che i risultati ottenuti dall’inquilino della casa Bianca, nel suo colloquio con Dmitri Medvedev sembrano essere stato soddisfacenti, frutto di una (potenziale) intesa.

Sembra proprio che Obama voglia puntare sul suo giovane collega russo. “E’ l’interlocutore con cui mi interessa parlare”, ha fatto notare durante l’incontro con i giornalisti. Una benedizione esplicita. Un atto politico ben preciso. Dare questo riconoscimento a Medvedev dopo aver definito Vladimir Putin “un uomo del passato” sembra fare parte di una precisa strategia di Washington: incunearsi nel connubio ( un po’ in crisi, dicono i ben informati) tra Medvedev e Putin, alimentare le tensioni tra i due, invitare il presidente russo a emanciparsi dal suo potentissimo predecessore e alleato per seguire una politica più filo-occidentale.

Per ora, forse, solo uno scenario tratteggiato, non un piano preciso, di cui però si intravvedono i contorni. Diversi esperti statunitensi hanno espresso la loro opinione sulla politica che Obama dovrebbe tenere nei confronti di Mosca. Stephen Larrabee della RAND Corporation per esempio, consiglia di non puntare sul nome di un solo cavallo. “La politica russa è guidata dagli interessi nazionali — ha detto l’analista al New York Times — e non dai rapporti personali. I legami personali non possono condizionare le scelte strategiche del Cremlino. Obama non deve dimenticarselo”. Anche Vladimir Putin, nell’incontro che chiuderà la missione moscovita del presidente americano, con tutta probabilità glielo ricorderà.


Autore: Michele Zurleni

Combien d'armes nucléaires faut-il pour défendre l'Amérique?

Wirepullers: a conferma di quanto da noi scritto ieri, nella sua prima visita in Russia, Obama non riscuote un grande successo. A parte alcuni accordi economici, l'establishment americano e i vertici russi restano distanti sui temi caldi: scudo spaziale, Iran, sfere d'influenza. Questioni che prima o poi andranno risolte. Si profila un nuovo bipolarismo, per quanto in America si faccia finta di niente.(4)

Les présidents Obama et Medvedev sont convenus d'une limite comprise entre 1.500 et 1.675 têtes nucléaires. Comment ces nombres ont-ils été choisis?

Le président Obama, en visite en Russie cette semaine, a annoncé qu'il était parvenu à un accord avec son homologue russe,visant à réduire les stocks de têtes nucléaires américaines et russes en les ramenant à un nombre compris entre 1.500 et 1.675 pour chaque pays. Comment les négociateurs ont-ils calculé ces nombres?

Ils ont d'abord déterminés ces nombres en comptabilisant les cibles potentielles d'une frappe nucléaire, puis ils ont engagé des négociations. Les stratèges militaires américains imaginent toutes sortes de conflits avec d'autres puissances nucléaires. C'est ainsi qu'ils calculent le nombre de têtes nucléaires nécessaires pour détruire toutes les principales cibles dans chaque scénario. Cette estimation est régulièrement revue à la baisse, car les planificateurs militaires doivent retirer des cibles pour répondre au souhait de Barack Obama de réduire les réserves d'armes nucléaires. Eux-mêmes ont des avis qui évoluent quant à la force de dissuasion véritablement nécessaire. Le président américain consulte ensuite ses alliés, comme le Japon et la Corée et du Sud, qui sont sous la protection nucléaire des Etats-Unis, avant d'entrer dans des négociations avec la Russie. Des traités récents fixent des limites acceptables en matière de stocks de têtes nucléaires. Les Etats-Unis ont tendance à s'accrocher à la limite supérieure et la Russie à la limite inférieure. (Les stratèges militaires américains sont plus conservateurs que leurs homologues russes, en partie parce que davantage de pays comptent sur la protection américaine).

Pour planifier la réduction de l'arsenal nucléaire, la première étape consiste à réaliser une «Nuclear Posture Review» [Révision de la posture nucléaire]. Il s'agit d'une analyse périodique de la politique nucléaire des Etats-Unis menée conjointement par le département de la Défense et plusieurs organismes. Ce rapport informe le président de l'état actuel de la situation et des besoins du programme nucléaire. Le président donne ensuite des directives très générales à son secrétaire à la Défense concernant l'objectif du programme d'armement nucléaire. Il lui indique, par exemple, s'il autorise les frappes préventives dans certains cas ou pas du tout. Enfin, le Pentagone publie en interne une série de possibilités de frappes avec les utilisations précises des armes nucléaires américaines.

Ce document est ensuite transmis au Commandement stratégique des Etats-Unis, où des planificateurs militaires étudient les possibilités de frappes en fonction de conflits hypothétiques avec six adversaires: la Russie, la Chine, la Corée du Nord, l'Iran, la Syrie, ainsi qu'un ennemi qui n'est pas un Etat et qui ressemble à Al-Qaïda. Pour chaque simulation, les planificateurs comptent et classent les cibles potentielles dans quatre catégories : 1) les forces militaires, 2) les infrastructures d'armes de destruction massives, telles que les bases de lancement et les entrepôts, 3) la direction militaire et le gouvernement du pays et 4) les infrastructures de soutien à la guerre, telles que les usines, les lignes de chemin de fer et les centrales électriques. Ils calculent alors le nombre de têtes nucléaires nécessaires pour détruire ou neutraliser ces cibles en tenant compte des dysfonctionnements mécaniques possibles. (Les planificateurs estiment que 15 % des armes nucléaires se révèleront défectueuses.) Ces calculs intègrent également le besoin de redondance, de sorte qu'il y ait suffisamment d'armes nucléaires pour mener une attaque même si une première frappe ennemie visait à mettre hors de combat les Etats-Unis.

Si les scenarios n'envisagent pas une guerre nucléaire entre les Etats-Unis et ses six adversaires en même temps, l'armée a toutefois prévu la possibilité qu'une puissance nucléaire profite du conflit entre deux autres pays pour exercer du chantage ou même effectuer une frappe nucléaire.

Conformément au Traité de réduction des arsenaux nucléaires stratégiques (dit SORT) de 2002, le dernier accord bilatéral entre les Etats-Unis et la Russie prévoit une limite comprise entre 1.700 et 2.200 têtes nucléaires pour chaque pays. Cette limite s'applique uniquement aux têtes nucléaires actuellement installées sur des missiles balistiques intercontinentaux, celles présentes dans des sous-marins ou celles qui doivent être chargées sur des bombardiers longue portée. Ne sont pas comprises les réserves de têtes nucléaires stratégiques (dont beaucoup peuvent être mises en action en l'espace de quelques jours) ou les armes nucléaires tactiques de plus petite taille, qui peuvent être lancées via des missiles de croisière ou par des chasseurs. Aujourd'hui, les Etats-Unis possèdent environ 500 armes nucléaires tactiques. La Russie, elle, en détient près de 3.000.

Autore: Brian Palmer

Usa-Russia: due passi in avanti e uno indietro?

Wirepullers: a conferma di quanto da noi scritto ieri, nella sua prima visita in Russia, Obama non riscuote un grande successo. A parte alcuni accordi economici, l'establishment americano e i vertici russi restano distanti sui temi caldi: scudo spaziale, Iran, sfere d'influenza. Questioni che prima o poi andranno risolte. Si profila un nuovo bipolarismo, per quanto in America si faccia finta di niente.(3)

La visita di Obama al Cremlino non sortisce gli effetti sperati, ma vede un riavvicinamento tra le due parti. Americani e russi sono ancora lontani su temi come l'Iran e lo scudo missilistico voluto dall'amministrazione Bush, ma trovano un accordo su Afghanistan e fanno passi in avanti sul disarmo nucleare.

Fallisce per la prima volta il grande charme di Barack Obama, che in questa prima, importantissima visita a Mosca lascia i russi indifferenti e la sua diplomazia scettica. Nonostante il sorriso del presidente russo Dmitry Medvedev, che ha dato il benvenuto alla famiglia Obama tra i parquet istoriati e i saloni dorati del Cremlino. Ma per le strade di Mosca, avvolte da un gelo novembrino eccessivo anche per questi freddi lidi, nessuna traccia di quella ‘Obamamania’ che ha accolto finora il presidente americano nelle sue visite. Unica eccezione l’apparizione sull’Arbat di matrioske-souvenirs con l’effige del primo presidente americano nero, ma al fianco di quelle dedicate a Saddam Hussein o a Bin Laden.
I vessilli statunitensi sono comparsi solo al Cremlino, e la notizia in tv è stata data in sordina: dopo la cronaca dell’incontro presidenziale, il telegiornale ha mandato in onda un lungo servizio sulla visita del premier Putin nella città di Rostov sul Don. Barack Obama in conferenza stampa è apparso giù di tono, e impegnato in una diplomatica marcia indietro dopo che nei giorni scorsi aveva lodato Medvedev come ‘progressivo’, e accusato Putin di tenere un piede ancora nella Guerra Fredda. Una dichiarazione letta dagli analisti come il tentativo americano di seminare zizzania tra la coppia al governo, e che – sempre secondo gli analisti - avrebbe invece reso in futuro il duopolio Putin-Medvedev ancor più compatto.
Anche sulle dichiarazioni ufficiali i due staff hanno proceduto con grande cautela: i protocolli d’intesa firmati sono sicuramente un passo avanti, ma resta il dubbio che si tratti più di operazioni di facciata che di trattati concreti. Tutto chiaro per l’accordo che riguarda l’Afghanistan, in cui la Russia garantisce al partner statunitense il passaggio gratuito di materiale bellico e logistico nel proprio spazio aereo. Ma era quasi un atto dovuto, e il minimo da aspettarsi dopo tante dichiarazioni di benvenuto alla nuova amministrazione americana. In fin dei conti la Russia è la prima a guadagnarci se gli USA porteranno stabilità nel paese dove trent’anni fa è affossata l’Armata Rossa.

Sul resto entrambe le potenze sono rimaste abbottonate: è effettivamente arrivato il nuovo protocollo d’intesa necessario per rimpiazzare lo START che scadrà in dicembre, e che impegna i due paesi a ridurre il numero di testate nucleari a circa 1500 – 1675 (dalle precedenti 2200) e di vettori balistici a 500 - 1100 (dai precedenti 1600). Ma non è ancora chiaro che cosa gli USA faranno dello scudo missilistico che l’amministrazione Bush aveva promesso di costruire in Polonia e in Repubblica Ceca: i russi non sono riusciti a legare l’accordo per un nuovo START alla promessa americana di stracciare il piano che tanto li angustia. Su questo punto i due presidenti sono usciti dagli incontri su posizioni lontanissime, anche se Medvedev ha riconosciuto lo sforzo della nuova amministrazione nel prendersi una pausa di riflessione per analizzare l’effettiva efficacia dello scudo. Altro irrisolto pomo della discordia è stato l’Iran: ricordato da Barack Obama in maniera quasi ossessiva, mai menzionato direttamente dal presidente russo, che ha riferito soltanto di “potenze che è inutile nominare”.
Un gesto chiarissimo: se Teheran per gli Usa è la minaccia numero uno, per la Russia è un partner commerciale. E una sponda da giocarsi nelle alleanze internazionali. Senza contare che le discordie tra Usa e Iran fanno decollare il prezzo del greggio (per la felicità di Mosca). Inoltre Mosca accusa Washington di considerare i propri nemici minacce per l’intero pianeta, mentre i russi asseriscono da anni di sapere riconoscer da soli i propri alleati e i propri nemici: come la Georgia, tirata in ballo da Obama. Il presidente americano sul tema è stato meno accomodante di quanto ci si aspettasse, ricordando che la sovranità altrui va rispettata, e confermando che sul tema le discordie continuano. Una stoccata quindi al riconoscimento di Abkazia e Ossezia del Sud da parte di Mosca. L’incontro insomma è stato un passo avanti dopo il gelo calato al tempo di Bush, che riteneva persino superfluo un nuovo accordo START e aveva lasciato morire una commissione intergovernativa russo-americana e congelato ogni dialogo in campo militare, adesso entrambi ristabiliti. Ma una delusione per chi pensava che il tanto acclamato ‘reset’ tra le due diplomazie fosse già avviato.

Autore: Margherita Belgiojoso

Business Deals in Moscow Meeting’s Shadow

Wirepullers: a conferma di quanto da noi scritto ieri, nella sua prima visita in Russia, Obama non riscuote un grande successo. A parte alcuni accordi economici, l'establishment americano e i vertici russi restano distanti sui temi caldi: scudo spaziale, Iran, sfere d'influenza. Questioni che prima o poi andranno risolte. Si profila un nuovo bipolarismo, per quanto in America si faccia finta di niente.(2)

PepsiCo will invest $1 billion in Russia over the next three years and open its largest bottling plant in the world outside Moscow, the company said Monday, on the sidelines of a summit meeting of the Russian and American presidents.

Pepsi’s announcement came as an echo of the company’s first appearance in this country, also on the sidelines of a political tête-à-tête in Moscow in 1959, known as the kitchen debate.
It gained that nickname because Vice President Richard M. Nixon and the Soviet prime minister, Nikita S. Khrushchev, debated the merits of capitalism and Communism in a model American kitchen built at an exhibition center in Moscow. At that exhibit, Mr. Khrushchev also tried Pepsi.

The company became an exclusive soft-drink supplier to the Soviet Union under a 1973 agreement that also allowed the Soviets to export Stolichnaya vodka to the United States.
PepsiCo, the beverage and snack-food giant based in Purchase, N.Y., said its investment in Russia came during a wider push into developing markets.

“Russia is a very attractive growth market,” said the chief executive of the Pepsi Bottling Group, Eric J. Foss. The bottling group, which is distinct from the brand owner, is joining PepsiCo in the investment.

“We’re looking forward to playing an active role in the country’s business community for many years to come,” Mr. Foss said.

This time, other Russian and American companies also capitalized on the amiability of the summit meeting of President Obama and President Dmitri A. Medvedev, whose main business was an agreement to reduce nuclear warheads and delivery vehicles by the hundreds on both sides.

Boeing agreed to buy Russian titanium parts for its wide-body Dreamliner jet, and Deere & Company, the farm-equipment maker, announced plans to invest in its operations in Russia. Both companies, like Pepsi, already do extensive business here.

Boeing cooperates broadly with the Russian titanium smelter VSMPO-Avisma, whose formerly closed military factory in the Ural Mountains now supplies parts to Boeing and its European competitor, Airbus. Boeing also operates a design and engineering office in Moscow. Reuters cited industry officials as saying that Boeing would buy up to $900 million worth of titanium parts for its planes.

Deere is the beneficiary of an agricultural renaissance in Russia, created when investors made a business of modernizing former collective farms.

On the Russian side, Lukoil, the country’s largest private oil company, said it would cooperate with its American partner, ConocoPhillips, in building a refinery on the East Coast of the United States. Lukoil said the plant would be designed to process Russian crude oil for Lukoil’s American gas station network. The two companies operate an oil depot in the Russian Arctic that can ship directly to America.

Exxon Mobil, which operates an oil development on Sakhalin Island, off the coast of Siberia, said it would ramp up investments in coming years.

Autore: Andrew E. Kramer

martedì 2 giugno 2009

Ein Tag wie jeder andere

Wirepullers: a pochi giorni dal ventennale della fine degli scontri di piazza Tienanmen, vediamo cosa è rimasto di quella rivolta.

Vor fast 20 Jahren rollten Panzer über den Platz des Himmlischen Friedens in Peking. Die Volksbefreiungsarmee schlug die von den Studenten angeführte Demokratiebewegung blutig nieder, mehrere hundert Menschen wurden getötet. Doch im zensierten chinesischen Internet kommt der Jahrestag nicht vor, genauso wenig wie in der staatlichen Presse. Der 4. Juni 1989 (auf Chinesisch nur „liu si“ - „sechs, vier“ genannt) ist für die heutigen Studenten ein Tag wie jeder andere. „Für uns spielt der Tag keine Rolle mehr“, sagt eine Politikstudentin der Volksuniversität in Peking.
Wer bei der Bildersuche der chinesischen Google-Version den Begriff Tiananmen eingibt, findet zunächst nur bunte Bildchen, auf denen das Tor zum Himmlischen Frieden abgebildet ist. Die internationale Version zeigt dagegen Aufnahmen von 1989: als Erstes das berühmte Foto von dem „Tank Man“, der sich mit Einkaufstüten in beiden Händen den Panzern in den Weg stellte. Chinas Bevölkerung, die große Sympathien für die demonstrierenden Studenten hegte, stand damals unter Schock, weil die Führung das Gewehr gegen das eigene Volk gerichtet hatte. Das Ausland war über die Brutalität empört. Doch Chinas Führung verordnete Schweigen.

„Das ist Geschichte“

„Warum erinnert ihr Ausländer nur immer wieder daran?“, stöhnt die Studentin. „Das ist Geschichte.“ Die in den achtziger Jahren geborenen Chinesen wissen wenig von damals, es sei denn, sie leben im Ausland. Selbst wenn viele die Reaktion der damaligen Führung als zu hart empfinden, wird in der Regel Verständnis geäußert und wenig Kritik. Die junge Generation hat eigene Interessen, will einen lukrativen Beruf annehmen, eine Familie gründen.
Die meisten Chinesen scheinen sich der offiziellen Version der Dinge angeschlossen zu haben. Demnach war der Militäreinsatz notwendig, um die Stabilität Chinas zu sichern und „Chaos“ zu verhindern, wie es später in Osteuropa oder Russland ausgebrochen sei. Das Eingreifen der Armee habe Chinas rasante Entwicklung erst möglich gemacht. Der Schießbefehl war die Voraussetzung für das zweistellige Wirtschaftswachstum, ließe sich diese Logik wohl verkürzt zusammenfassen.


Dennoch scheint die Führung die Furcht nicht loszulassen, dass sich die Geschichte einmal gegen sie wenden könnte. Denn es gibt auch einige, die die Erinnerung nicht loslässt. Vor ein paar Wochen versammelten sich am Muttertag neunzehn Chinesen an einem unbekannten Ort in Peking. Das Thema ihres geheimen Seminars: „20 Jahre Demokratiebewegung“. Die Teilnehmer waren Intellektuelle wie der frühere Philosophieprofessor Xu Youyu oder der Anwalt Teng Biao. Wenig später erschien ein Protokoll der denkwürdigen Sitzung im Internet. Die Intellektuellen sprachen sich gegen das Vergessen aus. „Wir haben kollektiv für eine so lange Zeit über den 4. Juni geschwiegen, dass wir uns an der Vertuschung dieses Verbrechens praktisch mitschuldig gemacht haben“, zitierte die Dozentin der Filmakademie, Cui Weiping, aus einem Brief, den sie schon vor zehn Jahren an einen Freund geschrieben hatte.


Noch bevor die neunzehn mit der Diskussion begannen, gedachten sie der „Mütter vom Tiananmen“, die damals ihre Kinder verloren haben. Ein loser Zusammenschluss von Frauen und Männern kämpft unter diesem Namen seit Jahren für eine Neubewertung der Demokratiebewegung von 1989. Zu den bekanntesten Kritikern der amtlichen Amnesie gehört auch der 76 Jahre alte Bao Tong. Er war einst Sekretär des damals entmachteten Parteichefs Zhao Ziyang, verbrachte einige Jahre im Gefängnis und lebt seither unter Hausarrest. Berichten nach musste er Peking vor dem Jahrestag verlassen.

Dissidenten werden ermahnt stillzuhalten

In den vergangenen Tagen haben die Behörden die Einschüchterung der Intellektuellen und ihre Überwachung noch einmal verstärkt. Um mögliche Proteste zu verhindern, klopfen jedes Jahr Polizisten vor dem 4. Juni an die Haustüren der Dissidenten, ermahnen sie, stillzuhalten. Am Tiananmen-Platz stehen Zivilpolizisten. Die Staatsmacht ist wachsam, denn an Herausforderungen der auf Stabilität bedachten Führung fehlt es nicht. Landesweit kommt es jedes Jahr zu Zehntausenden Protesten und „Zwischenfällen mit Massenbeteiligung“. Im vergangenen Jahr erschien die „Charta 08“, in der mehr als 300 Intellektuelle eine Demokratisierung in China und eine Achtung der Menschenrechte forderten. Sie wurde mittlerweile von mehr als 8000 Menschen unterzeichnet.

Der Militäreinsatz vor 20 Jahren war eine politische Richtungsentscheidung, die nach Jahren der Vertuschung nun von der Mehrheit der Bevölkerung offenbar mitgetragen wird. Im Angesicht der Demonstranten stand die Führung damals vor der Frage, ob sie neben der wirtschaftlichen Öffnung auch einen politischen Systemwandel erlauben sollte. In der Parteiführung gab es unterschiedliche Auffassungen. Durch die wochenlangen Demonstrationen der Studenten, die auch Unterstützung im Volk fanden, wurde die Führung in die Enge getrieben. Innerhalb der Partei brach der Machtkampf aus. Die Scharfmacher um Ministerpräsident Li Peng setzten sich gegen die Reformer um Parteichef Zhao Ziyang durch. Unter dem greisen Machthaber Deng Xiaoping entschied sich die Kommunistische Partei schließlich, ihre Macht zu verteidigen, zur Not mit allen verfügbaren Mitteln.

Dieses Prinzip gilt auch heute noch. Insofern ist der von der Führung verschwiegene 4. Juni 1989 vielleicht ebenso ein Gründungstag des modernen China wie der 1. Oktober 1949, dessen 60. Jahrestag die Volksrepublik in diesem Jahr feiern wird - mit der wohl größten Militärparade ihrer Geschichte.

Autore: Till Fahnders

Der Spion, der aus der Akte kam


Wirepullers: l'opinione dello Spiegel sul caso Kurras. Nel post di ieri l'opinione de Il Giornale.


Was für ein Irrsinn: Seit der Ohnesorg-Todesschütze Kurras als DDR-Spion enttarnt wurde, streiten Alt-68er, als wäre ihre Geschichte plötzlich auf den Kopf gestellt. Dabei müssten sie nur zurückdenken - will wirklich einer behaupten, die Stasi habe diese Generation ferngesteuert?
Zwei unerschöpfliche Reservoire stehen der deutschen Geschichtsbesessenheit vulgo "Vergangenheitsbewältigung" seit dem Ende des Zweiten Weltkriegs zur Verfügung: Hitler und die Revolte von 1968. Die zwölfjährige Nazi-Herrschaft mit Holocaust und Weltkrieg und die Saga vom revolutionären Aufstand einer Generation.
So oft die 68er schon totgesagt und mit allem rhetorischen Aufwand beerdigt worden sind - plötzlich und immer wieder, zuletzt im vergangenen Jahr zum 40-jährigen "Jubiläum", scheinen sie springlebendig und höchst gegenwärtig.Sicheres Zeichen für die Unzerstörbarkeit des Mythos: Längst ergraute Männer im Rentenalter erklären im Fernsehen noch einmal, wie es wirklich war.So oder so - die Erde war rot. Oder sollte es werden.

Wenn in diese windungsreich zerklüftete Erzählung von Abenteuer und Untergang, von Traum und Wirklichkeit dann noch ein Blitz einschlägt, der direkt aus dem vermodert-luziferischen Dunkelreich namens "DDR" kommt und "Stasi" heißt, ist kein Halten mehr in Sachen Sensation und Spekulation.Als vor zwei Wochen bekannt wurde, dass der Westberliner Polizeiobermeister Karl-Heinz Kurras, der am Abend des 2. Juni 1967 den Studenten Benno Ohnesorg aus nächster Nähe erschossen hatte, ein Stasi-Agent war, zudem noch Mitglied der "Sozialistischen Einheitspartei Deutschlands" (SED) - da herrschte für eine Millisekunde einfach nur Sprachlosigkeit."Moment mal", dachten viele, das war doch der "Faschobulle", das "Bullenschwein", das den wehrlosen Ohnesorg von hinten kaltblütig ermordet hat.Richtig.
Kurras - das war für die demonstrierenden Studenten im Juni 1967 (und nicht nur für sie) das Sinnbild der Verhältnisse: der westdeutsche "Polizeistaat" in Aktion. Das Fanal für die Radikalisierung der Revolte.Jetzt also wissen wir: Am Abzug der Westberliner Dienstpistole Kaliber 7,65 befand sich der Finger eines hochrangigen und langjährigen Stasi-Spions, eines Beauftragten von Ulbricht, Mielke & Co.

Nun wird wieder heftig in den Feuilletons diskutiert

Muss die Geschichte also umgeschrieben werden? So fragten beinah alle, als die Schrecksekunde des ungläubigen Staunens vorüber war.Kämpften die 68er gegen ein falsches Feindbild?
Saß ihr Gegner in Wahrheit in Ost-Berlin?Wäre alles anders gekommen, hätten Dutschke & Co. damals gewusst, dass Kurras kein Fascho, sondern DDR-Parteikommunist war, ein geheimer Vorkämpfer des Sozialismus?Haben sie sich ins Bockshorn jagen lassen?Beruht der Mythos 68 also auf einer absurden Geschichtslüge, einer Undercover-Aktion von VEB Horch & Guck?So wird nun wieder heftig diskutiert in den Feuilletons der Republik, und, wen wundert's, Alt-68er wieder an vorderster Front. Es geht immer wieder, wie im vergangenen Jahr, um Interpretationshoheit und Deutungsmacht der jüngsten deutschen Geschichte.
Die einen werfen den anderen das "Herunterspielen" beziehungsweise die Dramatisierung des Einflusses der Stasi auf das Geschehen vor. Einige alte Recken zeigen sich völlig unbeeindruckt, andere spielen mit Verschwörungsphantasien. Hier und da verpasst man einem alten 68er-Genossen, zugleich Konkurrent auf dem Buchmarkt, noch rasch einen Tritt ans Schienbein.Keine Frage: Die Stasi-Enthüllung wirft neues Licht auf die Ereignisse. Aber, bitte schön, welches genau? Will jemand ernsthaft behaupten, die Stasi habe die Studentenbewegung initiiert, gelenkt, radikalisiert und dann mit Hilfe ihrer Unterwanderung der RAF ins terroristische Abseits geschossen?Nachdem 2008 durch Götz Alys Polemik mit dem bezeichnenden Titel "Unser Kampf" die 68er erstmals mit einem Nazi-Stigma belegt wurden, also doch irgendwie "Hitlers Kinder" seien, mag es nun in den Augen des einen oder anderen nahe liegen, die Farbpalette zu komplettieren: die 68er gleichsam als Nazi-Stasi-Cuvée, Ausgeburt des Schreckens, ein teuflischer Molotowcocktail aus dem giftig brodelnden Hinterhof des "Weltbürgerkriegs" (Ernst Nolte) im 20. Jahrhundert. "Rotlackierte Faschisten" eben.

Hundertprozentig hinter Kurras

Nun muss man derartige Schmähungen gar nicht bemühen, um die ideologischen und gewalttätigen Verirrungen der sich radikalisierenden Revolte zu brandmarken. Ob RAF oder maoistische Parteisekten - längst haben viele intellektuelle Köpfe der Studentenbewegung dezidierte Selbstkritik geübt, in Wort und Tat.In Zeiten der ständigen Eilmeldungen und Pseudonachrichten ist es allerdings ganz gut, die Dinge mal ein paar Tage ruhen zu lassen. Mit ein klein wenig Abstand kommt man auf andere Gedanken. Manchmal sogar auf Banalitäten, die in der spekulativen Aufregung - was kommt als nächstes raus? - allzu leicht untergehen.

"Durch den Ofen jagen, das ganze Pack!"

Der Tathergang selbst liefert weiteres Material für den offensichtlichen Umstand, dass für den gesamten Ablauf des 2. Juni 1967 die Westberliner Polizei und der Senat unter dem Sozialdemokraten Heinrich Albertz verantwortlich war - und nicht die Stasi.Oder waren etwa auch jene Polizisten aus dem Osten gesteuert, die auf Benno Ohnesorg einprügelten, auch als er schon am Boden lag? Eine Augenzeugin berichtete:

"Von hinten tauchte plötzlich ein uniformierter Beamter aus dem Dunkeln auf und schlug dem Mann im roten Hemd von hinten auf den Kopf. Der Getroffene sank langsam in sich zusammen, und nun kamen die beiden Polizisten, die erst rechts und links des VW gestanden hatten, hinzu, und zu dritt schlugen sie auf ihn ein. Ich habe zwischen all diesen Geschehnissen einen Knall gehört, den ich aber nicht als Schuss deutete. Ich lief zu dem am Boden liegenden Mann und bückte mich links von ihm zu ihm herunter. Als ich zu den Beamten hochblickte, sah ich, dass sie immer noch ihre Schlagstöcke in der Hand hatten, und bat sie leise: 'Nicht schlagen, bitte holen Sie die Ambulanz!'"

"Blutige Krawalle: 1 Toter!" titelte "Bild" am 3. Juni. Im Kommentar hieß es: "Sie müssen Blut sehen. Hier hören der Spaß und der Kompromiss und die demokratische Toleranz auf. Wir haben etwas gegen SA-Methoden."Wohlgemerkt: "Bild" meinte die Studenten, nicht Kurras & Co. Die Opfer wurden zu Tätern gemacht.

Es muss der Phantasie überlassen bleiben, wie der Kommentar mit dem Wissen von heute ausgesehen hätte. Doch schon die Formulierung zeigt: Diese Spekulation bringt nichts.Die teils pogromartige Stimmung in Westberlin veranschaulichen in schlagender Weise auch unzählige Briefe an den AStA der Freien Universität und den SDS nach Ohnesorgs Tod, in denen die Bürger ihren Gefühlen - und dem Zeitgeist - freien Lauf ließen. "Mir graust, wenn ich daran denke, dass dieser Pöbel später mal die Führungsschicht in unserem Vaterlande stellen soll", schrieb einer. "Hier fehlt ein Innenminister wie Hermann Göring, der mit den Ganoven aus dem Scheunenviertel (bis 1940 von Juden bewohnt, d. Red.) spielend fertig wurde."Ein anderer: "Ungeziefer muss man mit Benzin begießen und anzünden! Tod der roten Studentenpest!"Noch einer: "Nur ein Student erschossen, das ist viel zu wenig. Durch den Ofen jagen, das ganze Pack!"
Bis in die SPD hinein reichte der Hass braver Bürger. Der Abgeordnete Theis riet, die "Unbelehrbaren" aus der "Gemeinschaft" möglichst "auszugliedern". Oder an jene "zurückzugeben", von denen "sie offenbar Aufträge" haben, also von "drüben".Er meinte damit gewiss nicht Kurras. Wenn das keine Ironie der Geschichte ist.

Den Lauf der Geschichte hat die Stasi nur minimal verändert

So zeigt sich: Es war eben nicht allein der Schuss, der die Republik veränderte. Es war die Polizeibrutalität dieses Tages insgesamt, die offizielle Feinderklärung an die Protestgeneration.Diese wiederum steigerte sich in ihre eigenen Freund-Feind-Projektionen hinein und nahm pars pro toto - als ob der blutige 2. Juni in Westberlin die ganze gesellschaftliche Wirklichkeit der Bundesrepublik repräsentiert hätte.Am Ende aber ist es stets die unübersehbare Vielzahl von Interessen, Motiven, Stimmungen und Gefühlen, die den historischen Augenblick bestimmen und das, was aus ihm wird. Zu ihm gehörten damals auch jene privaten Worte des linken DDR-Dramatikers Heiner Müller, der dem Schriftsteller Peter Schneider vorhielt, er und seine rebellierenden 68er-Genossen seien doch nichts weiter als die "hedonistische Speerspitze des Kapitalismus".Geschichte wird gemacht, wenn sie passiert.Und wie sie doch passiert!Mit all ihren hehren Motiven, ihren seligen Hoffnungen, Sehnsüchten und Utopien. Aber auch mit ihrem Irrsinn, mit dem Wahnsinn der Weltverbesserer, mit ihrem Fanatismus und ihrer ideologischen Blindheit für das Kleine im Großen, für das "krumme Holz" (Isaiah Berlin), aus dem der Mensch gemacht ist.

Der Fall Kurras dokumentiert eindringlich, wie aktiv die Stasi versuchte, Einfluss im Westen zu gewinnen. Doch den Lauf der Geschichte hat sie trotz aller Bemühungen, soziale Protestbewegungen in der demokratischen Bundesrepublik für ihre Zwecke zu instrumentalisieren, nur minimal verändert.
Die große Mehrheit der Rebellierenden hat stur darauf bestanden, ihre Fehler und Irrtümer selbst und auf eigene Rechnung zu begehen. Dafür waren es auch ihre ureigenen Träume und Hoffnungen, die sie antrieben.Der größte Erfolg der Stasi aber war eine gigantische und historisch äußerst verdienstvolle Abrissaktion in eigener Sache: der Untergang der DDR. Trotz flächendeckender Bespitzelung war ihr verborgen geblieben, dass die Bevölkerung die Geschichte einfach in die eigenen Hände, besser: Füße genommen hatte.

Autore: Reinhard Mohr
Fonte: http://www.spiegel.de/

lunedì 1 giugno 2009

Toh, anche la Stasi dietro il Sessantotto

Wirepullers: da una recente scoperta fatta negli archivi della Stasi emerge una verità scioccante: Karl-Heinz Kurras, il poliziotto che uccise Benno Ohnesorg con un colpo di pistola nel '67, durante i tumulti che incendiarono Berlino nei giorni della visita dello Scià di Persia, era un uomo della della Stasi. La storia del Sessantotto tedesco va forse riscritta? Il Giornale e a seguire lo Spiegel.

Per quarant’anni l’hanno chiamato «il colpo di pistola che ha cambiato la storia della Repubblica Federale tedesca». È il colpo di pistola che il 2 giugno del 1967 uccise a Berlino Ovest lo studente ventiseienne Benno Ohnesorg durante una manifestazione organizzata dallo Sds (Movimento studentesco socialista) per protestare contro la visita di Stato di Reza Pahlewi, scià di Persia, considerato dall’estrema sinistra un servo degli americani. A sparare quel colpo fu un poliziotto berlinese, Karl-Heinz Kurras. Perché si disse che quella pallottola cambiò la storia della Germania Ovest? Perché diede il la al Sessantotto tedesco, o meglio alla sua deriva più dura e più violenta. Il «movimento» considerò l’uccisione di Ohnesorg come «la fine dell’innocenza»: esattamente come il «movimento» italiano considerò la strage di piazza Fontana.
Quell’omicidio fu la ragione, o se preferite il pretesto, della svolta violenta della contestazione allo «Stato autoritario e filo-fascista», come si diceva allora. Non è un caso se una delle più grandi organizzazioni terroristiche tedesche si volle chiamare «2 giugno», proprio in ricordo della morte di Ohnesorg.Ora quel colpo di pistola rischia di cambiare un’altra volta la storia della Germania. E di cambiarla radicalmente. Nel senso che si rovescia la prospettiva sul Sessantotto tedesco (e forse non solo tedesco) e sulla nascita del terrorismo.Giovedì scorso, infatti, i due storici Helmut Müller-Enbergs e Cornelia Jas hanno trovato, quasi per caso, un documento sorprendente negli archivi della Stasi, la polizia segreta della Germania dell’Est. Karl-Heinz Kurras, l’assassino di Ohnesorg, ufficialmente dipendente della polizia della Germania Federale, era in realtà un agente segreto della Stasi. Lavorava insomma per la Germania comunista, alle dirette dipendenze di Markus Wolf, la più famosa spia della Ddr. La notizia è stata diffusa dalla tv di Stato tedesca e da un quotidiano, scatenando un dibattito che potrebbe gettare una luce completamente diversa sugli anni di piombo.
Per i tedeschi è uno choc. Stefan Aust, ex direttore del settimanale Der Spiegel, ha detto che questa notizia ha avuto in Germania lo stesso effetto che negli Stati Uniti avrebbe la rivelazione di un complotto del Kgb dietro l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy. «Non mi sarei mai immaginato una cosa del genere», ha detto.L’omicidio di Ohnesorg non solo incattivì la protesta studentesca. Ma contribuì, e in modo determinante, a diffondere un clima di sfiducia generalizzata nei confronti delle istituzioni democratiche della Germania Ovest. Della polizia, innanzitutto. Ma anche della magistratura. Ieri il quotidiano di Monaco di Baviera Süddeutsche Zeitung ha ricordato il processo che fu celebrato contro il poliziotto assassino, Karl-Heinz Kurras. L’imputato si difese con una versione che definire poco credibile sarebbe riduttivo. Disse di essere stato aggredito, e che cadendo a terra gli partì, accidentalmente, un colpo. Nonostante la smentita di molti testimoni oculari, Kurras venne assolto con un mezzo espediente, o meglio con un espediente intero: i giudici s’inventarono una specie di «legittima difesa putativa»; dissero insomma che Kurras non era né aggredito né minacciato, ma aveva buoni motivi per pensare di esserlo, e quindi aveva sparato per difendersi. Gli avvocati della parte civile, Otto Schily e Hans Christian Stroebele, che all’epoca facevano parte di qualcosa di analogo al «Soccorso rosso» italiano, trasformarono il processo in un caso politico, denunciando la sentenza-farsa. I due legali divennero essi stessi capi della protesta, percorrendo poi un’importante carriera politica: Schily è stato ministro degli Interni nel governo Verdi-Sinistra, Stroebele è tuttora un parlamentare dei Verdi. Fu in quel processo che si misero le radici della sfiducia nello Stato.
Da allora i movimenti di estrema sinistra presero forza. Lo Sds cominciò a crescere a dismisura. L’omicidio di Ohnesorg e la beffa dell’assoluzione di Kurras diventarono la giustificazione del terrorismo: nacque, oltre alla «2 giugno», la celeberrima Raf, Rote Armee Fraktion.Ora la scoperta che Kurras era un agente della Stasi rovescia totalmente i sospetti su chi abbia voluto accendere la miccia. Molti ex sessantottini tedeschi dicono che non c’è la prova che quell’omicidio fu ordinato direttamente dalla Stasi, e che se anche così fosse non cambierebbe nulla. Sono discorsi che francamente sembrano più che altro una difesa personale delle proprie scelte di gioventù. Che lo scenario cambi, e non di poco, è evidente. È chiaro che, se si fosse saputo già allora che il poliziotto era un doppiogiochista al servizio della Germania comunista, non sarebbe stato possibile montare la propaganda che fu montata.E infatti il dibattito è partito. Ieri la Frankfurter Allgemeine Zeitung ha dedicato al tema la sua sezione cultura. Ci si interroga sul «gioco sporco» della Ddr nel Sessantotto tedesco. Anche perché oltre all’omicidio di Ohnesorg sta emergendo un altro inquietante fantasma del passato. Quello nientemeno che di Rudi Dutschke, il Capanna tedesco, o forse ancor di più, il Sofri tedesco. Grande affabulatore e grande agitatore, Dutschke era il capo carismatico della contestazione studentesca quando, l’11 aprile 1968, venne ferito gravemente a Berlino da un misterioso imbianchino disoccupato (e con precedenti penali), Josef Bachmann. Dutschke sopravvisse, ma con una grave menomazione al cervello che lo portò poi alla morte nel dicembre 1979.
Ebbene ieri, sulla Süddeutsche Zeitung, il figlio di Rudi Dutschke - Marek, 29 anni - ha reso nota una lettera indirizzata dal padre alla moglie, lettera nella quale diceva di essere sempre stato nel mirino della Stasi, e di ritenere che fu proprio la Stasi, appunto, a ordinare l’attentato contro di lui. Dutschke era originario della Ddr ed era poi passato a Ovest; si batteva per un socialismo antiautoritario. Da qui i motivi del presunto odio della Stasi contro di lui. Dutschke è stato un mito non solo per il movimento tedesco, ma per quello di tutto l’Occidente.Oggi Karl-Heinz Kurras ha 81 anni e vive solo a Berlino Spandau, in una modesta casa di periferia. Ha problemi con l’alcol. Ogni tanto qualche collega lo va a trovare e lo accompagna a fare una passeggiata. Una scena che sembra tratta dal film Le vite degli altri di Florian Henckel von Donnersmarck. Chi siano questi ex colleghi - se ex poliziotti dell’Ovest o ex spie della Stasi - è un mistero. Come i tanti misteri che si portano dietro coloro che in quegli anni cercarono di manipolare, aizzare, deviare quel che stava scoppiando in mezza Europa.
Si è sempre detto e scritto, soprattutto in Italia, che i registi occulti di tante morti furono i servizi segreti occidentali. La Cia, il nostro Sid, e così via. S’è detto e scritto per tanti anni che, a fronte dell’avanzata della sinistra nel mondo occidentale, le forze reazionarie cercarono di fomentare la violenza rossa per spaventare l’opinione pubblica e provocare uno spostamento a destra o al centro dell’elettorato. Piazza Fontana è l’esempio principe. Ma anche di Calabresi si disse che era un agente della Cia, ex «uomo di fiducia del generale Edwin A. Walker, uomo di Barry Goldwater», scrissero Lotta Continua e l’Unità, anche se Calabresi non era mai stato in America in vita sua. E pure sull’omicidio di Moro è pesato il sospetto di una matrice «altra» rispetto alle Brigate rosse: ancora nel 1998, nel ventennale dell’omicidio Moro, Veltroni scrisse sull’Unità che le Br avevano solo «premuto il grilletto».
Ora gli archivi della Stasi aprono nuove piste. Vogliamo dire che il Grande Vecchio del terrorismo stava a Est? No. Vogliamo dire che più che probabilmente stava anche a Est. E che forse si rivelerà troppo semplicistica la tesi di chi, per anni, ha ritenuto che un’estrema sinistra violenta giovasse solo alle forze della «reazione». A quanto pare, anche a Est c’era interesse ad alzare il livello dello scontro.
Autore: Michele Brambilla