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martedì 11 agosto 2009

Clinton a Pyongyang allarma Corea del Sud e Giappone

Wirepullers: mentre una Clinton è in missione in Africa, l'altro Clinton va in Corea del Nord a salvare le due giornaliste americane di origini asiatiche, arrestate dal regime di Kim Jong Il per ingresso illegale nel paese. I rapporti tra l'amministrazione Clinton e il dittatore coreano sono sempre stati buoni, ma ottenere un successo così immediato, in una missione portata avanti a titolo personale (come dichiarato dall'ex presidente USA) senza fare concessioni, sembra poco credibile. E probabilmente non è un caso che ad accogliere Bill Clinton all'aeroporto di Pyongyang ci fosse Kim Kye-gwan, il capo negoziatore nordcoreano sul nucleare. Sembra che Kim Jong Il abbia trovato la chiave di volta nei rapporti con l'America. (3)

Di solito i rapitori non ti lasciano andare via con gli ostaggi se prima non gli hai consegnato il riscatto. E il regime nordcoreano non è nuovo a rapimenti di cittadini stranieri. Può anzi essere definito un "rapitore seriale". Un centinaio i giapponesi e migliaia i sudcoreani che sono ancora detenuti da Pyongyang. E' evidente che prima della partenza di Bill Clinton alla volta della capitale nordcoreana un accordo di massima fosse stato già raggiunto tra i due Paesi per la liberazione delle due giornaliste americane riportate a casa oggi dall'ex presidente Usa, che non avrebbe messo a rischio il suo prestigio personale esponendosi a un rifiuto.

Alcuni funzionari americani hanno assicurato che, in cambio della liberazione, alla Corea del Nord non sono state promesse contropartite specifiche, e che nelle trattative dietro le quinte non è entrata la questione del programma nucleare nordcoreano. Il fatto che ad accogliere Clinton all'aeroporto ci fosse Kim Kye-gwan, il capo negoziatore nordcoreano sul nucleare, farebbe pensare il contrario, ma la sua presenza si può spiegare anche con banali motivi di propaganda da parte di Pyongyang. Il segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, ha confermato che Washington ha sempre considerato la liberazione degli ostaggi e il nucleare due temi distinti e separati, e ha insistito sul fatto che quella del marito è stata una missione strettamente umanitaria, senza alcun messaggio al regime da parte del presidente Obama.

Difficile però credere che Clinton si sia presentato a mani vuote. Ciò che preoccupa soprattutto gli alleati degli Stati Uniti nella regione, Corea del Sud e Giappone, è che qualsiasi cosa affermi il governo americano, l'incontro tra Clinton e Kim Jong Il (terrificante la foto che li ritrae insieme) possa rappresentare l'inizio di trattative dirette, bilaterali, sul nucleare, escludendo gli altri quattro Paesi (Corea del Sud, Giappone, Cina, Russia) coinvolti nei negoziati a sei interrotti da Pyongyang. Non subito, ovviamente, per fugare i sospetti di un collegamento diretto tra la missione di Clinton e l'inizio dei negoziati. Anche senza alcuna contropartita, infatti, la visita di Clinton rappresenta di per sé un messaggio, data la sua autorevolezza (un ex presidente con cui Pyongyang ha avuto a che fare per otto anni). Va nella stessa direzione del tentativo di Kim di disfarsi dei negoziati a sei a favore di quel negoziato diretto con gli Usa che insegue da sempre.

Anche il Wall Street Journal si chiede oggi se la visita di Clinton non sia da interpretare come solo «l'anticipo di una più ampia serie di concessioni che Kim ha estorto all'amministrazione Obama». Se così fosse, Kim Jong Il avrebbe la conferma che la sua strategia, fatta di promesse ripetutamente disattese, di ricatti e provocazioni, funziona. Che anziché accrescere l'isolamento internazionale della Corea del Nord, le garantisce concessioni sempre maggiori. Come dire a Kim, avverte il WSJ, che peggiore è il suo comportamento, più concessioni può riuscire a strappare. E il prezzo per riscattare i prossimi ostaggi sarebbe ancora più alto.

Oltretutto esiste anche un precedente storico. Un altro ex presidente Usa, Jimmy Carter, contribuì a dare una boccata d'ossigeno alla Corea del Nord in un momento di estrema difficoltà. Nel giugno del 1994 Carter si recò a Pyongyang, dove mise a punto le linee guida di un accordo quadro che prevedeva la fornitura alla Corea del Nord di reattori nucleari ad acqua leggera, in cambio della sospensione del programma nucleare e di un suo eventuale smantellamento. Nonostante il parere contrario dell'allora presidente sudcoreano Kim Young-sam, il presidente Clinton accettò l'accordo, che non solo significò la fornitura di assistenza materiale al regime di Pyongyang, ma anche il suo riconoscimento politico da parte americana subito dopo la morte del fondatore, Kim Il Sung, cioè nel periodo di maggiore vulnerabilità dalla Guerra coreana. Ma c'è da augurarsi che Clinton abbia imparato la lezione di allora e non si sia prestato a giocare il ruolo che giocò Carter.

Al di là della soddisfazione formale espressa per la liberazione delle due americane, i governi di Seoul e Tokyo si devono essere chiesti come mai Clinton non abbia intercesso in favore di alcuni dei loro cittadini ancora nella mani del regime nordcoreano. Sul Wall Street Journal, Gordon Chang si augura che la liberazione delle due giornaliste non sia avvenuta al prezzo di ulteriori negoziati, che darebbero a Pyongyang più tempo per completare il suo arsenale militare e per sviluppare i suoi missili balistici, e che gli Stati Uniti non si dimentichino degli altri ostaggi di Kim Jong Il: un centinaio di giapponesi e almeno un migliaio di sudcoreani, alcuni prigionieri addirittura dalla Guerra coreana e gli altri rapiti successivamente. Oltre, naturalmente, ai 23 milioni di nordcoreani che Kim usa come ostaggi.

Autore: Federico Punzi

Bill Clinton n'était pas un «simple citoyen» en Corée du Nord

Wirepullers: mentre una Clinton è in missione in Africa, l'altro Clinton va in Corea del Nord a salvare le due giornaliste americane di origini asiatiche, arrestate dal regime di Kim Jong Il per ingresso illegale nel paese. I rapporti tra l'amministrazione Clinton e il dittatore coreano sono sempre stati buoni, ma ottenere un successo così immediato, in una missione portata avanti a titolo personale (come dichiarato dall'ex presidente USA) senza fare concessioni, sembra poco credibile. E probabilmente non è un caso che ad accogliere Bill Clinton all'aeroporto di Pyongyang ci fosse Kim Kye-gwan, il capo negoziatore nordcoreano sul nucleare. Sembra che Kim Jong Il abbia trovato la chiave di volta nei rapporti con l'America. (2)

L'ancien président s'est rendu à Pyongyang à la demande de la Maison-Blanche, personne n'est dupe.

Bill Clinton, ancien président des Etats Unis, est rentré de Corée du Nord le 5 août, après avoir fait libérer deux journalistes américains. Clinton a insisté sur le fait qu'il voyageait en tant que «citoyen privé», empruntant un avion mis à disposition par des donateurs politiques et sans le moindre représentant du gouvernement. Si Bill Clinton peut aller visiter la Corée du Nord, est-ce que cela signifie que je peux aussi le faire?

Oui. Si vous vous sentez l'âme aventureuse, et désirez visiter la belle Pyongyang, le Secrétariat d'Etat américain vous recommende d'obtenir un visa en passant par le représentant de la Corée du Nord auprès de l'ONU. Mais il reste beaucoup plus facile de voyager avec un tour opérateur certifié, tel qu' Asia Pacific Travel (seule compagnie américaine officiellement autorisée par le gouvernement Nord-Coréen) ou la compagnie britannique Koryo Tours. (Si vous y allez sans tour opérateur, il vous faudra trouver un organisme —disons, une université par exemple— qui vous hébergera).

Tout ce que vous avez à faire est de soumettre une copie de votre passeport, deux photos, et un formulaire pour un visa coréen. Le tour opérateur fournit ces documents à la Compagnie de Voyage Internationale Coréenne— agence gouvernementale chargée d'examiner les candidatures. (Le traitement du dossier prend environ un mois.) Votre demande peut être rejetée pour n'importe quelle raison, mais la seule raison qui vous bannirait automatiquement l'accès serait de cocher la case «journaliste» pour décrire votre profession. Même si vous êtes accepté, vous ne pouvez rester que cinq jours lors de la période annuelle du Festival Arirang, ou «jeux de masse», qui se tient cette année en août et septembre. Les Occidentaux non-américains peuvent se rendre dans le pays toute l'année, et généralement rester jusqu'à 10 jours lors du festival, mais autrement, les mêmes règles sont applicables.

Les voyageurs se rendant en Corée du Nord doivent s'attendre à une surveillance permanente. Dès votre arrivée à l'aéroport, un guide touristique officiel, dépêché par le gouvernement, vient à votre rencontre, et restera avec vous durant tout le séjour.

Les douaniers peuvent vous confisquer tout ce qu'ils considèrent comme de nature pornographique, ou tous éléments religieux qui pourraient être utilisés pour tenter de convertir les locaux. Il vous faut laisser votre téléphone portable à l'aéroport, et c'est le guide qui garde votre passeport. A partir de là, vous êtes conduit directement à votre hôtel, le plus souvent le Koryo ou le Potanggang, connu comme les seuls de Corée du Nord qui reçoivent CNN.

Les visites sont régentées avec rigueur et comprennent toujours le même circuit d'attractions touristiques, de la Juche Tower, qui commémore l'anniversaire de Kim Il-Sung, au Musée d'Histoire Centrale, qui présente une histoire du pays pour le moins originale, à des musées qui hébergent tous les présents faits à Kim Il-Sung et Kim Jong-il par les dignitaires étrangers, au fil des ans. Les voyages se déroulant pendant le festival Arirang incluent des représentations élaborées, dans le style des jeux olympiques de Pékin, comprenant musique, danse, et tifos à la coréenne. (Voir des photos ici.)

S'éloigner seul est strictement interdit. Il en va de même pour ce qui est de parler à des Nord-Coréens. Si vous tentez de parler à des habitants, ils sont censés vous dénoncer auprès des autorités. S'ils ne le font pas, quelqu'un d'autre pourrait les dénoncer. On déconseille fortement aux voyageurs de critiquer ouvertement le régime. Et si vous prenez des photos, notamment d'immeubles militaires ou personnels, votre appareil ou sa pellicule pourraient être confisqués. Il n'y a pas d'ambassade américaine vers laquelle se tourner en cas d'urgence; mais l'ambassade Suédoise à Pyongyang fournit des services consulaires élémentaires aux citoyens américains.

Bonus Explainer
L'arrêt Logan, promulgué en 1799 et mis à jour en 1994, interdit à tous de négocier avec des nations étrangères au nom du gouvernement des Etats-Unis, «sans l'autorité des Etats Unis». Le président Clinton a-t-il donc enfreint la loi? Peu probable. D'une part, Clinton ne menait pas une réelle négociation. Quels que soient les accords qui ont été passés pour permettre le transfert des deux journalistes, ils ont eu lieu bien avant que Clinton ne pose le pied à Pyongyang. Le rôle de Clinton était simplement de les récupérer. Et alors que Clinton prétendait voyager en tant que citoyen indépendant, il le fit à la demande de la Maison-Blanche. Quant à savoir si cela relève de l'«autorité des Etats-Unis, ou s'il aurait aussi fallu l'approbation du Congrès, ce n'est pas précisé dans le texte de la Déclaration.

Autore: Christopher Beam

Schadensbegrenzung

Wirepullers: mentre una Clinton è in missione in Africa, l'altro Clinton va in Corea del Nord a salvare le due giornaliste americane di origini asiatiche, arrestate dal regime di Kim Jong Il per ingresso illegale nel paese. I rapporti tra l'amministrazione Clinton e il dittatore coreano sono sempre stati buoni, ma ottenere un successo così immediato, in una missione portata avanti a titolo personale (come dichiarato dall'ex presidente USA) senza fare concessioni, sembra poco credibile. E probabilmente non è un caso che ad accogliere Bill Clinton all'aeroporto di Pyongyang ci fosse Kim Kye-gwan, il capo negoziatore nordcoreano sul nucleare. Sembra che Kim Jong Il abbia trovato la chiave di volta nei rapporti con l'America. (1)

Die „humanitäre Mission“ des Privatmanns Bill Clinton war in dieser Hinsicht ein voller Erfolg. Die zwei von Nordkorea über mehrere Monate festgehaltenen amerikanischen Journalistinnen sind frei. Und es ist nicht von Belang, ob sich Clinton während seines Besuchs in Pjöngjang für Taten „entschuldigt“ hat, die die beiden womöglich gar nicht begangen haben. Solche Gesten sind bei Geiselnahmen aller Art üblich und verpflichten zu nichts.

Politisch allerdings muss Washington jetzt Schadensbegrenzung betreiben. Nach außen wird stur die Version verbreitet, Clinton habe nur den Auftrag gehabt, die beiden Frauen aus nordkoreanischer Haft freizubekommen. Aber es fällt schwer, sich vorzustellen, dass bei den Unterredungen des Ehemannes der amerikanischen Außenministerin mit dem nordkoreanischen Chefunterhändler bei den Atomverhandlungen das Thema „nukleare Aufrüstung Nordkoreas“ so gar keine Rolle gespielt haben sollte.

Wenn man also annimmt, dass die beiden über das Atomprogramm gesprochen haben, dann haben die Vereinigten Staaten eine der wichtigsten Forderungen Pjöngjangs erfüllt. Nordkorea möchte als Atommacht betrachtet werden. Und als solche wünscht es bilateral mit Washington zu sprechen. Genau das sollte eigentlich vermieden werden. In diesem Sinne sind die Beschlüsse des UN-Sicherheitsrates aus den vergangenen Wochen zu verstehen.

Jetzt könnte zum Beispiel Südkorea seinem Verbündeten Amerika vorwerfen, es sei ihm in den Rücken gefallen. Die Position Seouls gegenüber dem Norden wird noch dadurch erschwert, dass ein südkoreanischer Arbeiter von Nordkorea festgehalten wird. Sein „Vergehen“: Kritik am politischen System des Nordens.

Dieses um jeden Preis zu erhalten ist oberstes Staatsziel in Pjöngjang. Und deshalb erscheint es unrealistisch, ein substantielles Nachgeben Nordkoreas in der Atomfrage zu erwarten. Selbst kleinere Zugeständnisse sind wenig wahrscheinlich. Kim Jong-il und seine Führung leiden auch knapp zwanzig Jahre nach den Umwälzungen im Ostblock noch am „Gorbatschow-Syndrom“: Demnach führen kleine Zugeständnisse zum großen Zusammenbruch. Und ein Leben fern der Höhen der Macht ist für Funktionäre vom Typ Kims nicht lebenswert.

Autore: Peter Sturm

martedì 26 maggio 2009

Kim bombt, Obama rätselt

Wirepullers: perchè, da quando gli Stati Uniti hanno invaso Afghanistan e Iraq, alcuni regimi fanno di tutto per allarmare la comunità internazionale e ridicolizzare il ruolo di poliziotto del mondo assunto dall'America dopo il crollo del muro di Berlino, facendo sapere con regolarità che stanno per entrare in possesso dell'arma atomica? Cercano in tutti i modi di farsi attaccare o c'è dell'altro? E se informare il mondo di ogni minimo progresso nel proprio programma nucleare fosse solo un sistema per monetizzare: stop alla ricerca in cambio di "aiuti allo sviluppo"? Siamo di fronte a una nuova forma di ricatto tra stati, tipica dell'epoca del post-comunismo? Vediamo cosa ne pensano lo Spiegel e a seguire il Corriere della Sera.

Als hätte Barack Obama nicht genug Probleme: Kim Jong Ils neuer Atomtest entlarvt das Scheitern der US-Strategie für die Region. Washington hat kaum Druckmittel gegen den kapriziösen Diktator - und fürchtet eine Allianz der Möchtegern-Atomstaaten Nordkorea, Syrien und Iran.

Memorial Day ist der inoffizielle Sommerbeginn in den USA. Den Feiertag verbringen Amerikaner am liebsten am Strand, in der Hauptstadt Washington läutet er meist den Beginn einer gefürhteten Hitzewelle ein.

Auch US-Präsident Barack Obama war zum Wochenende ins präsidiale Feriendomizil Camp David enteilt. Doch gleich nach Rückkehr mussten ihm Helfer übermitteln, dass sein ohnehin arbeitsamer Sommer noch etwas hitziger werden dürfte. Nordkoreas Diktator Kim Jong Il unterstrich mit seinem unterirdischen Nukleartest nahe der Stadt Kilju - dem zweiten binnen drei Jahren -, dass er seine Ambitionen, als Atommacht anerkannt zu werden, nicht begraben hat. Am Dienstag erneuerte das Regime die Provokationen und schoss zwei Kurzstreckenraketen von seiner Ostküste ab.

Obamas Reaktion am Montag klang entsprechend scharf. "Nordkorea fordert die internationale Gemeinschaft rücksichtslos heraus", zürnte der Präsident. "Diese bedrohlichen Aktivitäten verlangen nach einer Antwort."

Die folgte prompt. Der Uno-Sicherheitsrat trat am Montagabend zu einer Sondersitzung zusammen und verurteilte einstimmig die Bomben-Provokation. Eine Resolution mit Sanktionen gegen Nordkorea soll folgen. Selbst dessen wichtigster Verbündeter, China, bekräftigte seinen Protest.

Dennoch wirken die Reaktionen auf Pjöngjangs erneuten Test, der für Experten nicht völlig unerwartet kam, beinahe ähnlich routiniert wie Amerikas jährliches Sommer-Anfangs-Ritual. Überraschung herrscht unter Washingtons Außenpolitik-Beobachtern eher darüber, dass Obama so schnell an ein explosives Bush-Erbe erinnert wird. Seit seinem Amtsantritt standen eher die Debatten zum Umgang mit Irans atomaren Ambitionen im Vordergrund.

Die Nuklear-Demonstration zeige, "wie wenige Optionen" Obama in dieser Frage habe, schreibt Robert Kagan, Nordkorea-Experte vom Carnegie Endowment for International Peace, in der "Washington Post". Tatsächlich wirken die Herausforderungen aus Pjöngjang besonders knifflig. Wie überzeugt man ein instabiles und beinahe komplett abgeschottetes Regime, sein offensichtlich funktionstüchtiges Nukleararsenal aufzugeben? Vor allem, da Kim Jong Il und sein Clan sich von Feinden umzingelt fühlen und Atomwaffen wohl als einzige Möglichkeit ansehen, die Familien-Dynastie an der Macht zu halten?

Unklar ist bislang auch, welche Botschaft Nordkorea mit dem Bomben-Gruß senden wollte. Denkbar ist ein innenpolitischer Kampf um die Nachfolge des als schwer krank geltenden 67 Jahre alten Kim Jong Il. Dieser hat drei Söhne, sein jüngster Kim Jong Un (Mitte 20) könnte zu einem späteren Zeitpunkt die Macht übernehmen, doch formell ist ein Erbe bislang nicht auserkoren. Als eine mögliche Interimslösung gilt, dass Kims Schwager Jang Song Teak die Macht übernimmt. Durch den Test könnte der Diktator versuchen, sich die Sympathien des Militärs zu sichern, um die Nachfolge-Frage leichter regeln zu können - oder einfach nur Stärke demonstrieren wollen.

Andere Stimmen vermuten eher eine Botschaft an Washington als an das heimische Publikum. Auch Nordkorea ist nicht verborgen geblieben, dass Obama durch viele andere Krisen abgelenkt ist. Die Detonation könnte ein zynischer Versuch des Regimes sein, wieder auf die US-Agenda zu gelangen - und Zugeständnisse wie die Wiederaufnahme von Nahrungsmittelhilfen zu erreichen, die nach einem nordkoreanischen Raketentest im April dieses Jahres suspendiert worden waren.

Doch der Bombentest könnte auch Verhandlungsbereitschaft signalisieren. Nordkorea wäre mit Zusicherungen, dass die USA keinen aktiven Regime-Wechsel in Nordkorea anpeilen, schon gedient. Noch angenehmer wäre für das Regime, wenn die USA es offiziell als Nuklearstaat anerkennen würden. Manche Landeskenner raunen gar, Kim Jong Il wolle mit einem Staatsbesuch in Washington und einem Friedensvertrag in die Geschichte eingehen (der Koreakrieg der fünfziger Jahre ist offiziell nicht beendet, es existiert nur ein Waffenstillstandsabkommen).

Vermutlich ist all das mit Obama nicht zu machen. Washington verhandelt seit langem mit Nordkorea, die Resultate sind wenig ermutigend. Präsident Bill Clinton hatte dem Land 1994 Energie- und Wirtschaftshilfe im Gegenzug für einen Nuklearstopp angeboten. Doch die Übereinkunft scheiterte. Dennoch sandte der Demokrat kurz vor Ende seiner Amtszeit noch Außenministerin Madeleine Albright nach Pjöngjang.

Die Bush-Regierung hielt von solchen Annäherungen wenig, sie propagierte auf Anweisung von Vizepräsident Dick Cheney einen harten Kurs. Aber während das Weiße Haus durch den Irak-Krieg abgelenkt war, trieb Nordkorea die Entwicklung der Bombe entscheidend voran. Wegen Bushs Irak-Fixierung sei Nordkorea der Nuklear-Rebell, "der davon kam", urteilte "New York Times"-Korrespondent David Sanger in seinem Buch "The Inheritance".

Partnerschaft der Möchtegern-Atomstaaten?

In Bushs zweiter Amtszeit drängte US-Außenministerin Condoleezza Rice zwar auf eine Kehrtwende und setzte wieder Verhandlungen durch. Nordkorea sprengte einen Kühlturm seiner mutmaßlichen Nuklearanlage in Yongbyon, im Gegenzug strich Washington das Land unter anderem offiziell von seiner Liste mit Terror-Staaten.

Doch auch dieser Versuch der Annäherung währte nicht lang, der Ton wurde wieder rau und blieb es auch seit Obamas Amtsantritt. Washington und Pjöngjang stritten sich zuletzt um einen nordkoreanischen Raketentest, die Verhaftung zweier US-Journalisten oder die Ausweisung von Uno-Inspektoren. Die Unterredungen der Sechser-Gruppe - bestehend aus Nord- und Südkorea, China, Japan, USA und Russland - liegen auf Eis.

Daher scheint Rätselraten in Obamas Team über den künftigen Kurs zu herrschen. Eine militärische Lösung ist so gut wie ausgeschlossen. Südkoreas Hauptstadt Seoul liegt nur etwa 60 Kilometer von Nordkoreas Grenze entfernt, leicht erreichbar für einen nordkoreanischen Vergeltungsakt. US-Militärschläge seien nur denkbar, wenn der Schutz der Verbündeten in der Region gesichert werde, glaubt Robert Kagan.

Autore: Gregor Peter Schmitz
Fonte: www.spiegel.de




Ricatti globali

Per bussare alla por­ta di Obama la Co­rea del Nord ha scelto l’unico meto­do che conosce: il ricatto nucleare. Il test atomico di ieri è il primo dal 2006, quando alla Casa Bianca c’era ancora George Bush e Pyongyang voleva alzare la posta di un balbettante ne­goziato. L’anno dopo, in ef­fetti, si arrivò a un accordo molto vantaggioso per i nord-coreani. Ma poi nel mondo sono sorti nuovi problemi e soprattutto è ar­rivato Barack Obama.

Secondaria rispetto alle molte urgenze che attende­vano il nuovo presidente, la Corea del Nord si è senti­ta trascurata. Ecco, allora, il promemoria del 5 aprile: il lancio di un missile bali­stico a lunga gittata. In Oc­cidente, proteste e nient’al­tro. Forse, deve aver pensa­to il carissimo leader Kim Jong-il, serve un messag­gio più forte. È il turno del­l’esplosione sotterranea di un ordigno atomico.

La cronaca di queste ore ci riferisce di altre proteste, di altra indignazione, di al­tri impegni all’intransigen­za. Ma in realtà l’America e la comunità internazionale nascondono un segreto: la loro impotenza, oggi come ieri, davanti alle reiterate provocazioni di Pyong­yang.

La più parossistica e iso­lata dittatura comunista del pianeta ha l’atomica e un esercito di un milione di uomini, ma senza mas­sicci aiuti non è in grado di nutrire decentemente i suoi cittadini. Gli Usa di Bu­sh avevano pensato di per­correre questa strada. A Pyongyang arrivarono tan­ti generi di prima necessi­tà. Ma tutto quel ben di Dio, invece di indurre i ge­rarchi nord-coreani al prag­matismo, ebbe l’effetto con­trario: Pyongyang ruppe con Seul e cacciò gli ispetto­ri dell’Agenzia atomica pri­ma di rinnovare, per due volte, il suo solito ricatto. Evidentemente alla casta paranoica che governa la Corea del Nord serve anche quello status che soltanto l’attenzione dell’America può conferire e serve so­prattutto che il Paese conti­nui a essere un grande cam­po di concentramento pri­vo di rischi per il potere. Un potere misterioso, che dopo la malattia di Kim Jong-il potrebbe essere og­gi nelle mani di militari ol­tranzisti.

Il risultato è la sconfitta di tutti. Della Cina, che si vanta di esercitare su Pyon­gyang una certa influenza. Della Russia, che usa citare la sua mediazione con i nord-coreani come esem­pio di comportamento co­struttivo. Ma anche del­l’America di Obama, che ve­de aprirsi un nuovo fronte di crisi proprio mentre l’ira­niano Ahmadinejad restitu­isce al mittente l’idea di ne­goziare sull’arricchimento dell’uranio.

Proprio nei confronti dei programmi atomici del­­l’Iran e delle bombe atomi­che già esistenti nella Co­rea del Nord si è detto spes­so che gli Usa di Bush ab­biano applicato due pesi e due misure. È vero, per ra­gioni ovvie: l’Iran minaccia Israele e può far scattare la proliferazione nucleare nel grande forziere mondiale del petrolio, la Corea del Nord è inattaccabile per­ché garantita dalla Cina e non crea un pericolo di pro­liferazione in aree cruciali. Eppure Obama, malgrado queste differenze, dovrà porsi il problema. Forse è il caso che sia lui, per una vol­ta, a ritirare la mano che era stata tesa ai ricattatori di Pyongyang.

Autore: Franco Venturini
Fonte: www.corriere.it