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domenica 22 novembre 2009

Petrolio e instabilità

Wirepullers: l'Arabia Saudita ha pubblicamente annunciato un imminente abbassamento del prezzo del petrolio, motivando questa politica con l'intenzione di non infierire su un'economia globale già molto traballante. La spiegazione ufficiale però nasconderebbe il tentativo di colpire le casse iraniane, dando un taglio netto alle entrate di Teheran, la cui economia dipende dall'oro nero molto più di quella di Riyadh. I due paesi sono ai ferri corti già da qualche tempo e ne sanno qualcosa in Yemen, ma ora i sauditi, con la benedizione di Washington, hanno deciso di ispirarsi agli anni della guerra fredda, quando fu proprio l'abbassamento del costo del petrolio una delle armi determinanti per dare il colpo di grazia all'Unione Sovietica. Ahmadinejad si sarà guardato molto bene le immagini dei festeggiamenti per la caduta del muro di Berlino. (3)

Il crollo dei prezzi del petrolio, causato dalla contrazione della domanda conseguente alla recessione mondiale, è senz’altro una benedizione per i Paesi occidentali consumatori di greggio. Ma potrebbe rivelarsi, a lungo termine, una maledizione. Per ragioni economiche e, soprattutto, politiche. Innanzitutto, la caduta dei corsi petroliferi – e di quelli del gas, legati al greggio – interrompe i tentativi di sfruttamento di giacimenti dove l’estrazione è difficile e costosa. Infatti, economie occidentali “sazie” di petrolio ormai a buon mercato non hanno più l’incentivo economico a spendere denaro e risorse per estrazioni onerose: con il barile sotto i cinquanta dollari – un terzo di pochi mesi fa – la redditività scompare. In questo modo, ad esempio, non conviene più alle compagnie petrolifere investire nei costosi scisti bituminosi nordamericani, nelle sabbie bituminose del Canada, nel greggio super-pesante dell’Orinoco, nell’ “offshore profondo” nel Golfo del Messico e nel Golfo di Guinea. Eppure, uno studio della Rand Corporation ha valutato la capacità di produzione media dei soli scisti bituminosi del Nord degli Stati Uniti in circa 800 miliardi di barili: il triplo delle riserve saudite. Anche la ricerca di fonti energetiche alternative, il perseguimento di maggiore efficienza energetica o l’aumento della quota di nucleare potrebbero essere “narcotizzati” dai bassi prezzi. Quando la crisi economica in corso sarà superata e la domanda crescerà di nuovo, l’aumento dei prezzi potrebbe essere violento, a causa di un’offerta rigida e senza alternative, scartate perché non redditizie in tempi di abbondanza. Il Financial Times ha scritto al riguardo che “il crollo del prezzo del petrolio è come un analgesico che crea una pericolosa dipendenza: si ottiene un sollievo a breve termine, al costo di un serio danno sul lungo termine”.

Il lato politico del crollo dei prezzi petroliferi è forse ancora più pericoloso. I Paesi produttori sono praticamente tutti monoesportatori, non hanno cioè alternative economiche per produrre benessere. E’ la “maledizione del petrolio”, così definita dal direttore di Foreign Policy ed ex ministro dell’Industria del Venezuela Moisés Naìm: “Il petrolio non è soltanto una risorsa, è una forza capace di orientare la politica interna di una nazione, i suoi rapporti internazionali e persino la sua cultura. In Paesi privi di istituzioni democratiche mature e di un settore pubblico flessibile, il petrolio diventa una maledizione. Genera corruzione, ineguaglianza, disoccupazione e lotte per il potere che si concentrano naturalmente sul controllo della principale industria nazionale. Il petrolio garantisce al governo potere e autonomia, assicura entrate indipendenti dalle tasse”. E’ la storia delle petromonarchie del Golfo Persico, degli esportatori del mondo arabo, dell’Iran, della Nigeria, dell’Angola, del Messico, del Venezuela e della Russia. Questi Stati sono ovviamente fra loro diversissimi, ma li unisce la dipendenza dall’esportazione di materie prime come unico modo per ottenere valuta. Appagati dalle entrate del petrolio e del gas, non hanno mai conosciuto incentivi e stimoli per diversificare le loro economie, il che vincola il benessere di intere popolazioni ai corsi delle materie prime, per definizione fluttuanti. Tutti i Paesi produttori di greggio dipendono in gran parte dagli introiti dell’oro nero per finanziare l’educazione, la sanità, le infrastrutture, il welfare e i sussidi per la disoccupazione, specie quella giovanile. Un netto calo di questi fondi potrebbe creare problemi sociali gravi in Paesi in cui la gran parte della popolazione è rimasta povera e si sono arricchite solo le élite. Ad esempio, le politiche di redistribuzione del Venezuela di Chavez già non avevano molto successo con i prezzi del greggio alle stelle; se, come alcuni economisti prevedono, il barile dovesse crollare a 25 dollari, sarà difficile immaginare un futuro roseo per il “socialismo bolivariano” di Caracas, che ha tra l’altro speso somme enormi per acquistare materiale militare dalla Russia. Così come ha fatto l’Iran, che ha un’inflazione e un tasso di disoccupazione giovanile altissimi e ha varato bilanci espansivi nel tentativo di finanziare lavori pubblici, generare sussidi e creare lavoro. Venezuela e Iran non devono temere il fascino dell’integralismo islamico – per motivi opposti – ma i Paesi arabi sì: se la crisi dovesse costringere le petromonarchie del Golfo a rispedire a casa i giovani immigrati egiziani, giordani e yemeniti che lavorano nella penisola arabica, questi disoccupati, una volta tornati nei loro Paesi e senza prospettive di lavoro, potrebbero contribuire ad alimentare la protesta islamica contro i regimi filoccidentali.

Il caso della Russia presenta quasi un rapporto di causa ed effetto fra fluttuazioni petrolifere e mutamenti politici: dopo il primo shock petrolifero del 1973, Mosca incrementa il ritmo del riarmo e si espande in Asia e in Africa; dopo il secondo shock del ’79, un’Unione Sovietica ricca di valuta e sicura di sé invade l’Afghanistan; la caduta dei prezzi negli anni ’80 obbliga il Cremlino alla perestrojka gorbacioviana, nel tentativo di salvare uno Stato in bancarotta; il crollo dei prezzi di fine anni ’80 contribuisce alla fine dell’Urss; dopo la transizione eltsiniana, il rialzo dei corsi finanzia la restaurazione autoritaria di Putin e la sua politica estera aggressiva. Non è che oggi le cose siano molto cambiate. Come ha dichiarato al Sole 24 Ore l’ex premier russo Egor Gaidar, “l’80 per cento dell’export è greggio, gas e metalli. Come in epoca sovietica, come negli anni ‘90”. E la caduta dei prezzi incide pesantemente su un’economia legata al petrolio e al gas: il colosso energetico Gazprom ha perso in un anno il 74 per cento del valore, nello stesso periodo la Borsa ha ceduto il 67 per cento, i primi 32 oligarchi hanno perso 250 miliardi di euro secondo la rivista Forbes.

Lo scenario peggiore è quello di Paesi destabilizzati dalla caduta dei prezzi del petrolio, con rivoluzioni islamiche o nazionaliste. Questi nuovi regimi rivoluzionari nati dalla crisi sarebbero però in grado di consolidarsi al momento della ripresa internazionale, grazie al rialzo dei prezzi, reso più acuto dalla mancanza di alternative energetiche. In questo caso, oltre a poter distribuire nuova ricchezza ai loro cittadini per ottenere consenso, i nuovi governi, qualunque fosse la loro natura, non potrebbero essere ignorati né tantomeno contrastati da un Occidente sempre dipendente dal petrolio.

Autore: Pierluca Pucci Poppi

Il petrolio fu l’arma finale contro l’Urss

Wirepullers: l'Arabia Saudita ha pubblicamente annunciato un imminente abbassamento del prezzo del petrolio, motivando questa politica con l'intenzione di non infierire su un'economia globale già molto traballante. La spiegazione ufficiale però nasconderebbe il tentativo di colpire le casse iraniane, dando un taglio netto alle entrate di Teheran, la cui economia dipende dall'oro nero molto più di quella di Riyadh. I due paesi sono ai ferri corti già da qualche tempo e ne sanno qualcosa in Yemen, ma ora i sauditi, con la benedizione di Washington, hanno deciso di ispirarsi agli anni della guerra fredda, quando fu proprio l'abbassamento del costo del petrolio una delle armi determinanti per dare il colpo di grazia all'Unione Sovietica. Ahmadinejad si sarà guardato molto bene le immagini dei festeggiamenti per la caduta del muro di Berlino. (2)
Gli Stati Uniti, con l'Arabia Saudita, usarono il prezzo del greggio per mettere in crisi Mosca, al cui bilanci in crisi erano indispensabili le esportazioni dell'oro nero.

La caduta del muro di Berlino vent’anni fa è stato il segnale più dirompente della crisi sovietica in fase avanzata. Si temeva nella notte del 9 novembre l’arrivo devastante di divisioni corazzate sovietiche, come già successo nel 1953 nella stessa città e nel 1968 a Praga. Non successe, e il mondo cambiò per sempre.

Sulle ragioni della crisi sovietica si è scritto molto e la tesi più accreditata è quella dell’ “iperspesa” sovietica. Il sistema statale inefficiente, reso isterico dalla competizione militare reaganiana, giunse in pochi anni a una crisi che generò prima il disarmo, e poi la disgregazione.

Esiste però un altro aspetto meno noto della crisi, dovuto al calo delle entrate pubbliche, fortemente dipendenti dall’esportazione di gas e petrolio. La Cia ha calcolato che nel 1985 il 35% delle entrate in valuta pesante di Mosca dipendevano dagli idrocarburi. Queste enormi entrate erano generate per solo un terzo dell’esportazione, destinata ai Paesi occidentali, i restanti due terzi erano assegnati ai Paesi socialisti del Council of Mutual Economic Assistance.

Nel maggio del 1986, il prezzo del barile scese sotto i 10 dollari. Ciò generò un duplice effetto: da una parte le entrate in valuta pesante si abbassarono; dall’altra, i Paesi socialisti, legati a contratti di fornitura di lungo periodo, finirono per pagare il petrolio più della compagine occidentale, acuendo i problemi di stagnazione condivisi dalle maggiori economie di comando.

Mosca tentò di reagire: a partire dal 1986, i fondi destinati agli investimenti energetici aumentarono, raggiungendo in due anni il 24,3 % del totale degli investimenti sovietici. Ciò non bastò: le attrezzature sovietiche erano almeno vent’anni indietro rispetto a quelle americane. L’esplorazione portava sempre meno risultati.

Già nel 1983 la Cia rilevava che l’Urss stava iniziando a dirottare il petrolio dai consumatori allineati dell’Est Europa all’Occidente, pur di far cassa; e per alcuni mesi era riuscita a tenere in equilibrio il bilancio statale. Dagli inaffidabili bilanci statali iniziò a trasparire che Mosca stava però incorrendo in qualche problema: tra il 1985 e il 1987 i prestiti delle banche europee al Cremlino salirono da 11 a 26 miliardi di dollari. Il deficit nel 1989 esplose a 160 miliardi.

Il punto chiave della storia è che la crisi petrolifera sovietica è stata in parte indotta da una deliberata strategia americana. Nel 1977 la Cia rilevò che il settore petrolifero sovietico era sull’orlo della crisi (The Impending Soviet Oil Crisis, Er 77-10147); sarebbe stato salvato dalla risalita dei prezzi del 1979. Il neoliberale Regan aprì il settore petrolifero per motivi squisitamente domestici (favorire i consumi nazionali), ma con la consapevolezza che ciò avrebbe danneggiato le casse sovietiche.

Non è un caso che nel 1985 il direttore della Cia Bill Casey venne inviato in Arabia Saudita a parlare col suo omologo, il principe Turki. Il messaggio? Se volete mandar via i russi dall’Afghanistan, producete più petrolio. Gli arabi presero tempo. Poi si accorsero che, in realtà, già i consumi petroliferi erano in caduta (a causa dell’efficientamento economico post-1979); inoltre la produzione non-Opec era cresciuta di 10 milioni di barili al giorno tra il 1981 e il 1986, grazie anche alle aperture americane. L’Arabia Saudita produceva 2 milioni di barili di petrolio al giorno nell’agosto del 1985; in sei mesi passarono a cinque milioni di barili al giorno. I sauditi mantennero costanti i loro introiti aumentando le quantità, con il barile scivolato sotto i dieci dollari; ma riuscirono a ottenere l’obiettivo della ritirata sovietica. Mosca lasciò in realtà tutto il quadrante mediorientale. Non fu un caso.

Autore: Stefano Casertano

Is Saudi Arabia ready to play hardball with Iran?

Wirepullers: l'Arabia Saudita ha pubblicamente annunciato un imminente abbassamento del prezzo del petrolio, motivando questa politica con l'intenzione di non infierire su un'economia globale già molto traballante. La spiegazione ufficiale però nasconderebbe il tentativo di colpire le casse iraniane, dando un taglio netto alle entrate di Teheran, la cui economia dipende dall'oro nero più di quella di Riyadh. I due paesi sono ai ferri corti già da qualche tempo e ne sanno qualcosa in Yemen, ma ora i sauditi, con la benedizione di Washington, hanno deciso di ispirarsi agli anni della guerra fredda, quando fu proprio l'abbassamento del costo del petrolio una delle armi determinanti per dare il colpo di grazia all'Unione Sovietica. Ahmadinejad si sarà guardato molto bene le immagini dei festeggiamenti per la caduta del muro di Berlino. (1)

Are the Saudis prepared to constrain oil prices to weaken Iran? It's an intriguing possibility that, if implemented, could have major implications for U.S.-led efforts to curb the Islamic Republic's nuclear program.


In no small part because of a weakening dollar, oil prices have risen for most of the past year from a low of close to $30 per barrel to around $82 per barrel last week. But since then, prices have been slowly sliding back, dipping below $77 yesterday. Most media attributed Thursday's decline to a report that U.S. oil inventories had increased higher than expected, and that U.S. consumers continued to reduce energy use in a still sluggish economy. No doubt true. But other factors have been at play as well.


Specifically, the near-record stockpiles of oil that currently exist not only in the United States, but across the developed world, have been made possible by the fact that OPEC has been increasing output at the fastest pace in two years. Earlier this week, Bloomberg reported that the cartel has boosted production more than a million barrels a day since March -- despite the worst global recession since World War II. OPEC's largest producer, the Saudis, have helped lead the way, increasing exports four out of the past six months. Saudi output has increased almost 300,000 barrels per day since earlier this year. Overall OPEC production reached its highest level in 10 months in October.


The Saudis have said that $75 per barrel is an appropriate target price. This week, a Saudi government advisor told the press that, at over $80 per barrel, prices had reached "the high end of our range" and any further rise could prompt the Kingdom to further tap its unused capacity -- which currently stands at approximately 4 million barrels a day.


The Saudis have publicly explained their effort to moderate prices as a function of their desire to protect a fragile global economy. But it's hard not to notice that the Saudi strategy also has the side benefit of pinching Iran. Specifically, while the Saudis in 2009 require an average oil price of about $51 a barrel to cover their budget, Iran needs an average price in excess of $90. If the price holds steady at the Saudi-designated range of $70-$80 for the rest of this year, the Saudi treasury could come in with a slight surplus. The Iranians, by contrast, have reportedly been forced to consider phasing out food and energy subsidies in an attempt to battle their looming fiscal problems.


Of course, reducing subsidies on essential commodities is almost always political dynamite -- especially in a place like Iran, where the economy is already in a shambles, and where millions of Iranians have taken to the streets since the fraudulent June 12 elections to make known their hatred of the current regime. The fact is that the Islamic Republic is desperate for increased cash flow that could be used to buy off as many of its disaffected citizens as possible and cover up its gross economic mismanagement. Saudi determination to limit any price spike -- for whatever reason -- is clearly an impediment.


With daily exports in the range of 2.5 million barrels per day, Iran stands to lose about $900 million annually from every one dollar drop in the price of oil. With excess capacity of 4 million barrels per day, the Saudis are clearly in position to go much farther than they have to date in squeezing Iran if they so choose. An aggressive Saudi effort to depress oil prices well below the current $75 target could prove extremely harmful to Iran's already reeling economy and tumultuous political situation. Almost certainly, such an effort could inflict as much pain on the Iranian regime as many of the sanctions currently being discussed by the United States and its international partners -- and, given Russian and Chinese reluctance to get tough with Iran, would almost certainly be quicker and easier to implement.


Would the Saudis really be prepared to play hardball with Iran in this way? In the past, the answer has usually been no. Taking big risks to offend more powerful neighbors has generally not been the Saudi way. A transparent effort to inflict major damage on the Iranian economy would certainly incur the Islamic Republic's wrath. The Saudis no doubt recall that a similar charge about depressing oil prices led Saddam Hussein to invade Kuwait in 1990. Even if an Iranian military attack is not likely in the cards, the Saudis have good reason to fear the kind of mischief Iran could cause within the Kingdom -- especially among the large, potentially restive Shiite population that is concentrated in its oil-rich Eastern Province.


That said, there's no doubt that Saudi King Abdullah views Iran -- and the near-term prospect of its acquiring nuclear weapons -- as nothing short of an existential threat to the House of Saud and its preeminent position in the Islamic world. There's at least some chance that he may be prepared to consider doing things now that in the past would have been unthinkable in order to prevent his worst nightmare from coming to pass -- especially if he's provided sufficient support, encouragement and guarantees from the United States and our major European allies.


In this regard, the current crisis in Yemen, in which Saudi forces have been drawn into combat on their southern border against Iranian-backed Shiite rebels, has only upped the ante. As with almost everything Iran does, Abdullah no doubt perceives the Islamic Republic's involvement in Yemen as the latest maneuver in a grand strategy whose ultimate target is the Kingdom itself and control of the Islamic holy sites of Mecca and Medina.


The big question is how far the Saudis are willing to go in drawing on their oil power to really do something about it -- something, that is, that actually stands a chance of either 1) compelling the Iranian regime to fundamentally re-calculate its nuclear ambitions, or 2) speeding the regime's unraveling at the hands of its already seething population. Of course, encouraging the Saudis to use oil as a political weapon is not without its downside risks; after all, the United States was on the receiving end of just such a Saudi gambit during the oil embargo that followed the 1973 Arab-Israeli war. But given the enormity of the stakes now at play vis a vis Iran -- both for the Kingdom and for the United States -- it's clearly an option that at least deserves serious consideration. One hopes that it's already the subject of intense consultations between Washington and Riyadh, preferably at the highest levels. Should the United States conclude that the potential benefits outweigh the risks, it will need to muster every instrument at its disposal to steel the Saudi king to take unprecedented measures to face down Iran's unprecedented challenge.


Articolo del 13.11.2009


Autore: John Hannah

Fonte: www.foreignpolicy.com

martedì 20 ottobre 2009

Nuovo asse energetico e militare sino-russo nel Pacifico, verso una nuova Guerra Fredda?

Wirepullers: dopo la seconda guerra mondiale, per quarant'anni, il mondo è rimasto congelato, fermo sulla cortina di ferro. La storia di quegli anni è stata la storia della contrapposizione tra i due blocchi e qualsiasi cosa succedesse, anche nel più remoto angolo del pianeta, trovava giustificazione nella distinzione est/ovest. La caduta del muro prima e l'11 settembre dopo hanno sconvolto questo mondo, prima sancendo la fine della contrapposizione tra i blocchi, poi creando le condizioni per la nascita di un mondo nuovo, monocolore, a stelle e strisce. Era l'inizio di una nuova epoca, caratterizzata dal controllo di Washington sul pianeta. Ma questo nuovo mondo già scricchiola, come il vecchio aveva iniziato a fare negli anni Ottanta, preannunciando la propria fine. Il multipolarismo è una realtà che si sta inesorabilmente affermando. La crisi economica, le guerre stagnanti in Iraq e Afghanistan e l'emergere di nuove economie, sempre più solide e potenti, fanno intravedere le prime crepe nel progetto dei neocon americani. I sismografi geopolitici registrano le prime vibrazioni, anticipo delle scosse telluriche che potrebbero aspettarci in un futuro non troppo lontano. Un mondo si è chiuso nell'89, uno forse lo sta per fare a breve. E a Mosca e Pechino ci si dà da fare per accelerare il tutto, cancellando un caposaldo di entrambi: il dollaro. (4)

Settanta miliardi di metri cubi di gas e venticinque miliardi di dollari: questo il valore del patto siglato da Gazprom e China National Petroleum Corporation. Con questo agreement, negoziato direttamente dai due premier Wen Jabao e Wladimir Putin nel corso di colloqui ufficiali tenutisi a Pechino nei giorni scorsi, il gigante cinese corre in soccorso di un’economia russa che attraversa, ormai da alcuni mesi, una crisi produttiva profonda. Le previsioni degli economisti e le dichiarazioni dello stesso primo ministro russo Dmitri Medvedev indicano che nell’ultimo anno il paese ha prodotto il 7,5% in meno rispetto ai passati dodici mesi mentre la Cina crescerà di una percentuale variabile tra l’8,3 ed il 9%, un differenza sostanziale che potrebbe riscrivere gli equilibri geopolitici nell’area asiatica nel prossimo futuro e in prospettiva nel medio e lungo periodo.

Mosca fornirà a Pechino ogni anno 70 miliardi di metri cubi di gas ottenendo in cambio prestiti commerciali per 25 miliardi di dollari, i tecnici russi in collaborazione con quelli cinesi costruiranno una raffineria a Tianjin e gestiranno in joint venture tra le 300 e le 500 stazioni di rifornimento. Gazprom si è impegnata inoltre a fornire alla Cina gas liquido estratto da Sakhalin, ad ulteriore riprova della volontà di entrambi i paesi di stringere rapporti politico-commerciali sempre più profondi in tema di energia ed idrocarburi. Il vicepremier cinese Wang Qishan ha definito quella apertasi nei giorni scorsi come “una nuova fase di collaborazione a lungo termine” tra le due potenze, che riguarderà non solo il settore energetico ma anche quelli finanziario e militare. La Development Bank e la Agricultural Bank, entrambe cinesi, hanno infatti accordato a Vnesheconombank e a Vneshtorgbank, banche russe, un prestito da mezzo miliardo di dollari ciascuna e le Forze Armate dei due paesi si doteranno di una linea di comunicazione preferenziale per mantenere un contatto costante in caso di lanci di missili balistici contro i due paesi. Cina e Russia si candidano quindi a diventare il baricentro politico ed economico di una regione, quella del Pacifico, che sarà di fondamentale importanza per gli interessi globali. Al contempo, condividendo informazioni in campo di sicurezza militare, cercano di gettare basi comuni che possano consentire ad entrambe di affrontare eventuali sfide strategiche, in un futuro che sembra farsi ormai sempre più prossimo. Se nei prossimi quindici o venti anni il mondo assumerà sempre più una dimensione “Pacifico-centrica” non potranno essere che Pechino e Mosca a decidere di voler spostare a proprio favore gli equilibri regionali, a probabile detrimento di una posizione statunitense che sembra farsi sempre più debole nell’area asiatica.

Restano da verificare quali saranno le scelte statunitensi per la regione, sia a livello strategico che commerciale. Al momento scenari di scontro tra Washington e Pechino sembrano essere quanto mai utopici. Gli Stati Uniti sono fortemente indebitati e scatenare un conflitto di qualsivoglia tipo con la Cina rischierebbe di portare il paese verso un crollo in stile sovietico. Non è però da escludersi a priori la possibilità che, nel prossimo futuro, la Casa Bianca si trovi costretta a dover fronteggiare una Cina più potente ed arrogante sia sul versante economico che su quello strategico-militare. Come affronteranno allora a Washington la minaccia cinese? Si tornerà ad una situazione già vista, in cui due superpotenze si affrontano in una guerra congelata dalla paura? Difficile dirlo ora, ma tutto lascia pensare che in questo caso non ci troveremo di fronte a ricorsi storici, le leadership saranno quindi chiamate a scrivere una nuova pagina di politica internazionale se vorranno preservare uno dei beni più preziosi per l’umanità.

Autore: Simone Comi

Karl Marx Predicted Collapse of US Dollar in 1857

Wirepullers: dopo la seconda guerra mondiale, per quarant'anni, il mondo è rimasto congelato, fermo sulla cortina di ferro. La storia di quegli anni è stata la storia della contrapposizione tra i due blocchi e qualsiasi cosa succedesse, anche nel più remoto angolo del pianeta, trovava giustificazione nella distinzione est/ovest. La caduta del muro prima e l'11 settembre dopo hanno sconvolto questo mondo, prima sancendo la fine della contrapposizione tra i blocchi, poi creando le condizioni per la nascita di un mondo nuovo, monocolore, a stelle e strisce. Era l'inizio di una nuova epoca, caratterizzata dal controllo di Washington sul pianeta. Ma questo nuovo mondo già scricchiola, come il vecchio aveva iniziato a fare negli anni Ottanta, preannunciando la propria fine. Il multipolarismo è una realtà che si sta inesorabilmente affermando. La crisi economica, le guerre stagnanti in Iraq e Afghanistan e l'emergere di nuove economie, sempre più solide e potenti, fanno intravedere le prime crepe nel progetto dei neocon americani. I sismografi geopolitici registrano le prime vibrazioni, anticipo delle scosse telluriche che potrebbero aspettarci in un futuro non troppo lontano. Un mondo si è chiuso nell'89, uno forse lo sta per fare a breve. E a Mosca e Pechino ci si dà da fare per accelerare il tutto, cancellando un caposaldo di entrambi: il dollaro. (3)

The great October fall of the US dollar is turning into an avalanche. On Tuesday, the American currency lost nine kopeks in Russia and reached a new minimum mark this year - 29.5 rubles per dollar. Within six months (April through September) the dollar lost over 10 percent at the world foreign exchange trading, which marked the sharpest decline since 1991. Some experts believe that the American currency is close to collapse, which may lead to a new financial crisis.

The tendency of the US dollar devaluation has been observed for a few years, but the current rate of decline is unprecedented. Some jokesters even rushed to re-read the letters of Karl Marx to Friedrich Engels written during the US financial panic of 1857 discussing the collapse of America. It would have been funny if it wasn’t so serious.

The chief economist of HSBC Bank Stephen King believes that if the US officials fail to stop the fall of American currency, it may provoke another financial crisis. “A dollar collapse would be a disaster all round… It would leave the international monetary system short of stability and long of fear. It would unleash economic upheavals on a similar scale to those seen in the 1970,” King wrote for The Independent.

American officials don’t seem to be overly concerned since nothing is being done about it. The US hasn’t done anything to support the currency since 1955. But is a collapse inevitable? From the viewpoint of macroeconomic indicators, the US state of affairs is, indeed, scary: record budget deficit of $1.4 trillion, record state debt that now exceeds $11.9 trillion, high unemployment and weak currency. Huge inflows of capital into the economy that Obama is proud of haven’t yet shown results.

But on the other hand, weak currency may be good for the US.
“The economy is supported by industrial orders based on the current weak dollar and higher prices in the future. Key players in the market are ready to support their manufacturers by weakening the currency,” says Alexander Kuptsikevich, FxPro financial analyst.

If the state debt is growing, it means that the US continues to obtain loans.

“Market participants prefer to borrow money in dollars, and dollar loans are relatively affordable. They invest into more active instruments denominated in currencies of developing countries,’ explains Yevgeny Nadorshin, chief economist of Trust Investment Bank.
This causes growth of stock index. For example, Russian Trading System increased by 34 percent within two and a half months.


World center banks, who used to be trusted American partners, also turn their backs to dollar. They reduced investments into assets denominated in American currency. According to Barclays Capital , in April, May, and June, the banks invested 63% of their gains in euro or yen. If it continues, this may lead to further devaluation of dollar.

However, central banks of the countries that depend on export try not to let it happen. For example, last week a group of Asian central banks carried out unprecedented intervention in the financial markets by actively buying American currency. Bank of Russia was not a passive observer either. According to experts’ evaluations, the bank purchased over three billion dollars.

The good thing about it is that it helped Russian manufacturers to maintain competitiveness and bank reserves. The question is whether we would have to spend much more when investors change their minds and flee the Russian market changing their rubles into dollars. Last year we paid a high price for it.

“I’m not afraid that the events of the last year will repeat. The circumstances now are different. The world touched the bottom of the crisis and revival began, so there won’t be sharp moves,” says profile manager of Pilgrim Asset Management Olga Izyumova.

Yevgeniy Nadorshin agrees with her. He also thinks that dollar will continue weakening. But many experts think that as soon as the US announces the raise of interest rates, American currency will stop falling and even start growing. When is it going to happen?

Ben Bernanke, the Chairman of the United States Federal Reserve evades the answer. All he says is that this will happen when the US is sure of stable growth. On Tuesday investors discussed information obtained from the US official sources that the Federal Reserve will start raising interest rates no earlier than the second half of the next year.

Fonte: english.pravda.ru