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sabato 27 dicembre 2008

Il capitale si salvera?

L'umanità è arrivata al 2008 dell'era cristiana, e già questa di per se è una sorprendente notizia, perché nel 2008 c'è ancora il cristianesimo, ma soprattutto perché c'è ancora l'umanità! C'è arrivata sulle basi di un sistema economico matematicamente inconsistente ed eticamente orripilante. Questo diabolico marchingegno, chiamato capitalismo, propone come strumento economico d'avanguardia la vendita delle miserie umane sotto la forma talmente sgradevole che in parechie lingue non ha un nome, in Italia si usa un inglesismo: subprime. La struttura del subprime è a grossa catena di Sant Antonio, vediamone assieme i principi di funzionamento. Una banca presta soldi ad una famiglia che non potrà mai restituirli per l'acquisto di una casa, la banca getta nel tritacarne finanziario il debito e lo trasforma in strumenti azionari, venduti ad una famiglia terza che investe denaro su un buco. Tutti contenti: una famiglia ha una casa, una famiglia ha soldi investiti (che rendono) e la banca ha chiuso il bilancio in pareggio senza fare alcunchè, guadagnando però per anni sulle percentuali del pacchetto azionario e sugli interessi della famiglia mutuataria. Tutto ok? In periodo di crescita si, in periodo di crisi, ed ecco la parola magica, accade invece ciò che un potente colpo del rasoio di Occam poteva già dire alle sagge menti molto prima. La prima famiglia non riesce a pagare il mutuo a causa della mancanza di lavoro, dell'aumento dei prezzi o qualsivoglia altro motivo, la banca espropria la casa gettando la stessa sulla strada, si scopre così che il pacchetto azionario venduto non è altro che un buco, le azioni perdono valore fino ad arrivare a zero. Risultato? Una famiglia in strada, una sul lastrico e la banca senza liquidi con in mano una proprietà svalutata che non potrà mai rivendere. La crisi della finanza si riflette sulla cosiddetta economia reale, quella del pane, del latte e della benzina per intenderci, generando un vortice di dissesto planetario. Non si produce, non si vende, non si compra. Le monete del globo, sono ridotte a carta straccia, si abbassano i tassi di interesse per tappare con sughero un economia ed un modello finanziario preso a cannonate. Le banche, povere loro, rischiano il fallimento pur avendo usurato le genti e pur essendo esse stesse fautrici della propria distruzione. Il mondo ha chiuso i battenti. Le banche corrono ai ripari piangendo come la pietà Rondanini, chiedono conforto agli stati che subito soccorrono le muse straziate, perché la macchina capitale non può fermarsi. Fermiamoci un attimo sull'ultima frase, ripetiamola aggiungendoci un punto interrogativo: perché la macchina capitalismo non può fermarsi? Qual è il motivo per cui un economia globale deve sempre crescere nemmeno fosse l'entropia dell'universo? Perché ci preoccupiamo o meglio, perché ci fanno preoccupare quando sentiamo il famoso termine "crescita zero"? Che problema ci sarebbe se la crescita mondiale restasse invariata per 50 anni? Ebbene nessuno. Nessuno perlomeno in questo sistema, nessuno perché i guadagni in plus andrebbero sempre nelle solite mani, in quel 10% di popoli che consumano il 90% delle risorse, e non nelle tasche di chi tasche non ha, la torta la mangia chi già sfonda le bilance. Esiste una soluzione a ciò senza passare attraverso i regimi della storia e le idolatrie ideologiche che hanno insanguinato il 900? La mia risposta è si, e ve la spiegherò nella prossima storia.

Autore: wirepullers

venerdì 26 dicembre 2008

Usa-Russia: un futuro accidentato

Tra voglia di dialogo e prove di scontro

Dopo la vittoria di Obama i due giganti si guardano, si confrontano, indecisi se collaborare o scontrarsi. L'allargamento della Nato, la politica energetica e la crisi economica.

“La nuova amministrazione USA farà bene a non dare per scontato neppure l’obiettivo di ‘cordiali relazioni’ nei rapporti con la Russia”. Questo il messaggio, neanche tanto velato, che il presidente russo Medvedev e il primo ministro Putin hanno fatto pervenire a Washington subito dopo le elezioni americane del 4 novembre, mentre quasi tutto il mondo salutava con slancio l’elezione di Barack Obama a 44° presidente degli Stati Uniti.

Molti i motivi di questo atteggiamento.


La prosecuzione dello “spot pubblicitario” ad uso dell’opinione pubblica interna, utile a nutrire, sotto i colpi di una rampante crisi economica che ne ha nuovamente messo a nudo gli irrisolti problemi strutturali, l’illusione di una Russia forte. L’esperienza storica, la stessa che ha abituato il Cremlino a sviluppare una sorta di allergia agli ingredienti “idealistici” di cui è normalmente condita la politica estera delle amministrazioni democratiche rispetto a quella, più pragmatica, di ogni amministrazione repubblicana.

Ma soprattutto lo stato dei rapporti attuali sui quali incidono più profondamente tutti quegli avvenimenti che hanno ridotto in frantumi la speranza che la “partnership anti terroristica”, avviata alla fine del 2001, potesse favorire una collaborazione a più ampio spettro tra i due ex-avversari. Una spirale di azioni e dichiarazioni che - dall’allargamento della NATO ad Est al piano di difesa missilistica (in senso anti-iraniano, secondo le spiegazioni di Washington) dislocato a ridosso delle frontiere russe e alla guerra georgiana dell’agosto scorso - ha fatto parlare di ritorno ad un clima “da guerra fredda” nelle relazioni tra i due paesi.

Per quanto la necessità di dialogare con la Russia resti alta nella lista delle priorità della foreign policy di Washington, almeno a giudicare dalle dichiarazioni di molti tra gli esponenti politici che avranno voce in capitolo nella prossima amministrazione, pochi sono i dubbi sul fatto che l'America continui a rappresentare lo sfondo di riferimento di ogni considerazione fatta dai russi in tema di politica estera, ben più di quanto Mosca lo sia per gli americani. La nuova strategia di sicurezza nazionale che sta prendendo forma e che si riflette nella composizione della squadra di governo di Obama ed il fatto che in Russia la politica estera sia sempre di più il perno attorno al quale ruota la sopravvivenza del regime “a sovranita’ democratica” di Putin, saranno le due forze di fondo, di per sè in buona parte confliggenti, che potrebbero rendere ancora più problematico il dialogo.

Gli USA hanno bisogno della Russia non meno che della Cina per limitare l’erosione della loro leadership mondiale, a partire dal cambiamento climatico e dalle sfide energetica ed alimentare.

C’è chi consiglia pertanto proprio agli Stati Uniti di riaprire il dialogo; da un lato mettendo in conto che poco si potrà fare per smorzare l'ambizione di Mosca ad una propria sfera di influenza "nell'estero vicino", e dall'altro rinviando, in questa fase, ogni ulteriore accelerazione dell’accesso di Georgia ed Ucraina nella Nato (decisione posta di fatto in un limbo dalla riunione dei ministri degli esteri dell'Alleanza svoltasi recentemente a Bruxelles anche in attesa della nuova amministrazione USA) e del dispiegamento del “piano di difesa missilistica” in Europa.

Su questi due punti la futura amministrazione appare avere messo già a fuoco la necessità di un approccio più ragionato rispetto a quello seguito da Bush. Difficile, del resto, far entrare in un’alleanza come la NATO paesi con rilevanti problemi di frontiera ancora irrisolti, così come è da rivedere la significatività e l’efficacia del sistema di difesa missilistica progettato dall'amministrazione uscente.

Anche i rapporti energetici tra Europa e Russia ostacolano la realizzazione di un fronte occidentale compatto nei confronti di Mosca.

La caduta dei prezzi delle materie prime, unendosi alla crisi economica, renderà la Russia più instabile e più propensa a fare leva su una politica estera crescentemente “assertiva”, non fosse altro che per tenere alto il consenso interno attorno ad un disegno secondo il quale Putin aveva promesso, entro il 2020, l’arrivo della Russia al più volte mancato “radioso avvenire”.

La crisi economica globale sembra aver spuntato, inoltre, le possibili minacce del tentativo russo di intervento in America Latina. Una mossa da alcuni segnalata come una risposta di Mosca alle pressioni alle frontiere praticate dagli occidentali. In un ambito geopolitico che per Washington è sempre più difficile considerare semplicemente “il cortile di casa” e dove le preoccupazioni sono semmai rivolte al ben più reale e preoccupante intervento della Cina, entrata a far parte un mese fa della Banca Inter-Americana di Sviluppo.


Autore: Giovanni Mafodda
Fonte: www.limesonline.it

domenica 21 dicembre 2008

DA GRANDE VORREI FARE.... IL MANAGER

La crisi economica durerà almeno due anni dicono gli istituti più autorevoli, eppure tra i grandi manager italiani, uno solo, Alessandro Profumo, il più pagato del 2007, ha detto, quasi fosse una concessione, che nel 2008 non avrà il bonus. Forse una rinuncia dice. Un bonus che è stato di sei milioni di euro nel 2007, ma oltre a questo, la sua paga base è di oltre tre milioni di euro, perciò anche senza bonus, Alessandro Profumo, lo vedremo quando sarà pubblicato il bilancio, avrebbe comunque uno stipendio molto ricco, pari quasi alla media dei primi cento manager italiani che nel 2007 hanno guadagnato quattro milioni lordi a testa ciascuno. E' l'unico ad aver detto di non averne diritto per i pessimi risultati della banca nel 2007. Tutti gli altri sono rimasti in silenzio: da Corrado Passera ad di Intesa SanPaolo, che è un po' il grande concorrente di Profumo dell'Unicredit, ai vertici delle altre grandi banche e delle grandi società industriali, ad esempio la Pirelli, precipitata in borsa, il cui ad Negri è il più pagato con circa sei milioni all'anno. Quindi i picoli azionisti, il pubblico e i clienti di queste grandi società quotate in borsa che amministrano anche il risparmio privato, ma è il risparmio del parco buoi, ossia di coloro che non hanno voce, resta in attesa che anche i grandi capi si adeguino a quelli che sono risultati molto modesti.
Le loro retribuzioni, come abbiamo cercato di spiegare nel nostro libro "La paga dei padroni" edito da Chiarelettere, erano stellari ma non erano agganciate ai risultati, o meglio, non era indicato nei bilanci a quali risultati fossero correlate queste retribuzioni. Quello che noi abbiamo notato osservando la situazione degli ultimi anni è quella che lo stipendio del capo aumentava sempre, indipendentemente dai risultati, e infatti due studiosi americani, pochi anni fa, nel cuore del capitalismo mondial e, hanno scritto un libro che si chiama "Stipendio senza risultati". Quest'esempio vale anche da noi. La politica interviene certamente nelle società pubbliche controllate dallo Stato. Abbiamo visto il caso dell'Alitalia che pur essendo fallita, sta passando ad una cordata di imprenditori privati lasciando il buco del debito sulle spalle dei contribuenti e sugli azionisti che per metà sono privati. Eppure nel 2004, quando il governo era Berlusconi e ministro dell'economia era Tremonti chiamò come se fosse il miglior amministratore del mondo, disse Berlusconi, Giancarlo Cimoli delle Ferrovie dello Stato, gli fu garantito uno stipendio che è stato il più alto fra le compagnie aeree europee, 2,8 milioni lordi nel 2005, più del doppio della Lufthansa, più del triplo dell'Air France, ma l'Alitalia era ed è ancora la compagnia con le perdite più alte del mondo, non soltanto dell'Europa. Il resto delle società e del capitalismo italiano è amministrato da imprenditori privati con pochi capitali, ma che pretendono di avere i propri figli, o di essere sé stessi a guidarle con lauto stipendio, in questo caso la politica direi che è assente. Non c'entra sono decisioni di un sistema chiuso di relazioni, in cui con pochi capitali imprenditori, capitalisti e banchieri si danno un lauto stipendio anche quando gli utili che dovrebbero essere il sistema classico e più corretto di remunerazione del capitale, scarseggiano o sono troppo sottili.
Il problema per quanto interessa a noi, non è tanto misurare gli importi di queste retribuzioni, il nostro problema è, per esempio: Cesare Romiti ha avuto una liquidazione di 100 milioni di euro quando ha lasciato la Fiat dopo 25 anni di servizio. Cioè una liquidazione di quattro milioni di euro per ogni anno di lavoro. La domanda è: perché la Fiat ha dato tutti questi soldi di liquidazi one a Cesare Romiti? Ed ecco che andando a cercare la risposta a questa domanda, si trovano i difetti e le malattie del capitalismo italiano, ciò che oggi i lavoratori e i piccoli azionisti pagano con gli effetti pesantissimi della crisi economica. Quello che noi ci chiediamo, e che dovremmo vedere nel 2009, non è solo se riduranno i loro stipendi adeguandoli alla crisi, ma è vedere se manager e imprenditori, che al loro fianco conducono le aziende italiane, modificheranno il loro comportamento e il loro stile di gestione. Ossia se si occuperanno veramente di contrastare gli effetti della crisi e di fare andare meglio le aziende, oppure se contnueranno a comportarsi nell'analisi del nostro libro emerge in modo lampante, cioè questo modo tipico di occuparsi principalmente degli interessi personali in termini di retribuzioni, ma anche di altre utilità, anziché occuparsi di far andare bene le aziende. Gli importi di cui parliamo sono enormi per il singolo manager che li incassa, ma se spalmati su tutti i dipendenti di un'azienda sono cifre irrilevanti, quindi il problema non è che se i manager guadagnassero meno, le aziende andrebbero meglio, ma è esattamente l'opposto. Se le aziende fossero gestite meglio i manager guadagnerebbero meno. Lo stipendio dei manager non è la causa del cattivo andamento delle aziende, ma è uno degli effetti. E' il sintomo di una cattiva gestione delle aziende. All'estero sta succedendo una cosa più lineare, i manager che hanno gestito male le aziende e le banche vanno a casa. Lo leggiamo tutti i giorni sui giornali. In Italia non sta andando a casa nessuno, anzi sui giornali leggiamo le dichiarazioni di grandi manager e grandi banchieri che dicono che la crisi non accade a causa loro ma la crisi piove dal cielo.
Vediamo all'estero che in questi mesi, da quando si è abbattuta la crisi finanziaria mondiale, non solo molti capitani d'industri a perdono il posto e vanno a casa, ma alcuni hanno dovuto accettare un taglio di stipendio, dei cosiddetti bonus e dei famigerati premi di risultato, ma in alcuni Paesi, come ad esempio il governo della Germania, ha stabilito che i manager se ricevono aiuti pubblici per evitare che l'azienda fallisca, ma anche per evitare di perdere il posto, non potranno guadagnare più di 500 mila euro lordi l'anno. Questo potrebbe anche essere un errore, noi non pensiamo siano giusti i tetti imposti per legge, ma certamente una maggiore moderazione e un maggiore legame ai risultati è opportuno. Negli Usa dove le tre grandi case automobilistiche di Detroit rischiano di non sopravvivere se non riceveranno miliardi di dollari di aiuti, i top manager hanno ormai ridotto la paga base a un dollaro, almeno così annunciano, e il resto del premio sarà pagato se ci saranno i risultati. L'Italia in questo non è pervenuta, nel senso che nessuno ha ancora fatto annunci di questo tipo, tranne Profumo, che come abbiamo detto, è stato costretto dalle difficoltà della banca e dal rischio di andare a casa.
Autori: Gianni Dragoni e Giorgio Meletti
Fonte:www.beppegrillo.it

sabato 20 dicembre 2008

Editoriale

Negli anni Trenta del secolo scorso la borghesia americana affronta la Grande Crisi con lo spirito e la tenacia del manutentore che, constatato il pessimo funzionamento della macchina, cerca di ripararne i guasti e correggerne i difetti. Lo fa introducendo grandi riforme di sistema e reprimendo, anche con la violenza, sindacati e sinistra organizzata che sembravano volersi porre fuori o contro il sistema. Le borghesie europee, incalzate da un movimento operaio molto più forte e politicizzato di quello americano e a loro volta intrise di ideologie classiste e nazionaliste, pensano di trovare la soluzione nel nazifascismo, un capitalismo di Stato Dispotico non molto diverso da quello sovietico. Per fortuna vi riescono soltanto in Germania, Italia e Spagna. La conclusione della Seconda guerra mondiale spazza via il nazifascismo e i nazionalismi correlati e apre la strada all’internazionalizzazione prima e alla globalizzazione poi. Infine, nel 1989, la caduta del Muro di Berlino fa cadere le ultime illusioni palingenetiche sul comunismo. Da quel momento la crisi delle ideologie politiche del Novecento non è più un assunto teorico, è un fatto. Ma ci sono voluti quasi vent’anni perché fosse palese a tutti che il “Secolo Breve”, come lo chiama EricJ.Hobsbawm, era finito. Le controprove più recenti sono due: il modo in cui è stata affrontata e gestita la crisi innescata dai mutui subprime e l’elezione di Barack Obama a presidente degli Stati Uniti.


La crisi. È opinione largamente prevalente che non venga da un modello di sviluppo sbagliato in sé, ma dalle sue degenerazioni. George Soros, che certo non può essere sospettato di simpatie comuniste, sostiene che il capitalismo produce fisiologicamente bolle speculative che allontanano i prezzi dai valori reali sottostanti. Ma, aggiunge, occorre vigilare e porre limiti, altrimenti il fisiologico diventa patologico. Se siamo qui a parlarne è perché, evidentemente, non hanno funzionato né i limiti, cioè le regole, né i controlli, cioè le autorità. In primis quelle americane. Ma una volta trovatisi con le spalle al muro, gli americani hanno reagito con grande tempestività e pragmatismo, come avevano fatto un secolo prima. Hanno nazionalizzato alcune banche e somministrato robuste iniezioni di capitale pubblico all’economia. Una risposta “sbalorditiva” se vista con le lenti delle vecchie ideologie. Secondo le quali, confondendo democrazia e liberismo, quest’ultimo sarebbe un fine in sé, non il modo più efficace per far funzionare il capitalismo in condizioni “normali”. Lo stupore ha raggiunto l’apice quando, sulla scia degli Usa, anche l’Inghilterra del laburista Gordon Brown, la Francia del liberista Sarkozy e la Germania della democristianissima Angela Merkel si sono messe a fare altrettanto. Non sarebbe mai potuto succedere prima della caduta del muro di Berlino. A parte qualche piccola sbavatura – la ruspante candidata alla vicepresidenza Usa, le frange comuniste residuali in Europa, alcune componenti di destra improvvisata in Italia – a nessuno è venuto in mente di accusare i leader del mondo occidentale di voler abbattere il capitalismo. Men che meno è venuto in mente a russi e cinesi, che pure in materia vantano una discreta expertise. O forse proprio per quello.


Obama. I blue collar americani e i chicano avrebbero voluto Hillary Clinton, non Barack Obama. Lui non si è scoraggiato né intenerito e ha tirato dritto per la sua strada proponendo una terapia che in molti punti poteva essere condivisa anche dai repubblicani. Di suo ci ha aggiunto però: la messa al bando di qualunque discriminazione basate su razza, etnia e religione; l’appello alla partecipazione dei giovani; il richiamo ai valori di libertà costitutivi della società americana; la presa di distanza dalle lobby economiche che premono su Washington. Più Internet. Tutta merce non catalogabile, ancora una volta, con le categorie novecentesche di destra e sinistra, conservatori e progressisti, statalisti e liberisti eccetera. Obama ha fatto invecchiare di colpo il background culturale e politico che fa da mastice alla classi dirigente di mezzo mondo. Non è soltanto il primo leader di una globalizzazione che ha assoluto bisogno, come si dice, di governance, è anche e soprattutto il primo leader post-ideologico del nuovo Millennio. In un certo senso lo sono anche i post-comunisti Vladimir Putin e Hu Jntao, ma c’è una differenza sostanziale: Obama è stato selezionato prima ed eletto poi in maniera tangibilmente democratica, gli altri sono stati semplicemente eletti. Anche questo fa di lui l’unico leader spendibile a livello globale. La fine delle ideologie del Novecento libera il campo da scorie e macerie inutilizzabili ma non è ancora la soluzione. Può rilanciare il meccanismo inceppato della globalizzazione su basi più razionali (meno debito e più capitale) e più eque (maggiore attenzione alle persone e ai loro bisogni). Può essere la palla di neve che diventa valanga. Ma non può abolire le grandi differenze – di ricchezza, di conoscenza, di diritti – che esistono nel mondo globalizzato. La storia continua. Alle vecchie ideologie se ne vanno sostituendo altre, magari prese a prestito dalle religioni, come dimostrano soprattutto il fondamentalismo islamico, ma anche quello induista (si veda la caccia ai cristiani in Orissa) e cattolico-cristiano (si pensi alla pretesa di ridurre l’etica del nostro tempo a una sola, la loro). Al vecchio nazionalismo espansionista e militarista, si vanno sostituendo regionalismi autoreferenziali, su base etnica, à la carte. Se la vittoria di Obama non è la soluzione, tuttavia indica un metodo. Quello che cerca di coniugare principi e pragmatismo, visione del futuro e realismo nel presente, diritti e condizioni materiali di esistenza, etica pubblica e morale privata. Un punto a favore della laicità contro il dogmatismo e le superstizioni, vecchie e nuove.

Autore: Vittorio Borelli
Fonte: www.eastonline.it

giovedì 11 dicembre 2008

La guerra dei cinque giorni

La “guerra dei cinque giorni”, come è stata definita quella tra Russia e Georgia dello scorso agosto, non è necessariamente il prologo di una nuova Guerra Fredda. Potrebbe anzi essere l’inizio di una fase in cui le democrazie occidentali avranno un più realistico apprezzamento della politica russa e del modo in cui convivere con il Paese di Vladimir Putin e Dmitrij Medvedev. Ma questo sarà possibile soltanto quando avranno rinunciato ad alcuni dei luoghi comuni con cui la Russia è stata generalmente giudicata negli ultimi anni. Non esiste un sipario di ferro, ma una frontiera che separa percezioni completamente diverse della realtà internazionale e degli eventi degli ultimi anni, dalla rivoluzione delle rose in Georgia nel dicembre 2003 all’indipendenza del Kosovo negli scorsi mesi.
Conosciamo bene il punto di vista dell’Occidente sul diritto dei popoli alla libertà e le deprecabili tendenze autoritarie dello Stato russo. Ma non ci siamo chiesti quali fossero in questi anni le reazioni e i sentimenti della Russia. Non è sorprendente. Tutte le politiche estere hanno una memoria selettiva e ricordano soltanto i precedenti utili ai loro interessi. Ma non è realistico ignorare gli interessi degli altri e dimenticare, per esempio, le conversazioni fra Bush senior a Gorbaciov, durante le trattative per la riunificazione tedesca, quando il presidente americano promise che la Nato non si sarebbe estesa ai Paesi dell’ex blocco sovietico. Clinton dette le stesse assicurazioni, ma cambiò avviso e mise in cantiere, verso la metà degli anni Novanta, l’allargamento dell’organizzazione alla Polonia, all’Ungheria e alla Repubblica Ceca. Ebbe luogo nel 1999, l’anno in cui la Russia era alle prese con la crisi finanziaria del 1998, il passaggio dei poteri al vertice del Cremlino e una nuova guerra cecena. Putin ingoiò il rospo anche perché la collaborazione russoamericana durante la guerra afghana del 2001 e il vertice Nato-Russia a Pratica di Mare nel luglio dell’anno seguente gli dettero la sensazione che i punti d’accordo fossero più numerosi dei disaccordi. Ma le due rivoluzioni colorate in Georgia e Ucraina dimostrarono, agli occhi del russi, che l’America non si sarebbe fermata ai confini orientali della Polonia.
Da allora la Nato si è allargata sino a comprendere la Bulgaria (sede di una base americana), la Romania e soprattutto le tre repubbliche del Baltico, vale a dire tre Paesi che sono lungamente appartenuti allo Stato russo. Nello stesso periodo gli Stati Uniti hanno cominciato a negoziare con la Polonia e la Repubblica Ceca l’installazione di basi antimissilistiche nei loro territori. Washington sostiene che sono destinate a proteggere il continente americano dai missili iraniani, ma quando Putin propose, come alternativa, la creazione di una base russo-americana in Azerbaigian, ai confini con l’Iran, gli americani rifiutarono. È davvero sorprendente che la Russia si senta accerchiata e consideri l’ingresso nella Nato di Ucraina e Georgia come una minaccia? A coloro per cui Mosca è vittima di una storica, ossessiva sindrome dell’accerchiamento, i russi ricordano che Leningrado, nell’anni della Guerra Fredda distava poco meno di 2000 chilometri dal più vicino Paese della Nato. Oggi la distanza fra Pietroburgo e l’Estonia è di 160 chilometri. Occorre sgombrare il campo da altri luoghi comuni. La reazione russa all’attacco georgiano della notte fra il 7 e l’8 agosto è stata brusca e decisa.
Ma non meno sproporzionata dei 35 giorni durante i quali Israele ha bombardato il Libano nel 2006 e dei 78 giorni durante i quali la Nato ha bombardato la Serbia nel 1999. È vero che i russi, in Georgia, hanno immediatamente esteso l’area dei combattimenti e occupato il porto di Poti. Ma poteva forse lo stato maggiore russo escludere del tutto la possibilità che gli Stati Uniti usassero i porti sul Mar Nero per inviare materiale militare alle forze armate georgiane? Vi erano in Georgia, all’inizio del conflitto, circa 130 militari americani che addestravano i georgiani all’uso delle armi fornite dall’America negli anni precedenti. Quando combatte, un esercito non può limitarsi a vincere una battaglia: deve vincere la guerra. Esiste infine un luogo comune che concerne in particolare l’Europa.
I sostenitori della linea dura affermano che la linea “molle” dell’Unione europea è stata determinata dall’importanza delle forniture energetiche russe. Il petrolio ha sempre avuto una parte importante nella formulazione delle politiche dell’Europa comunitaria. Ma i rapporti dei Bush con la famiglia dei Saud e la sosta del vicepresidente americano Dick Cheney a Baku durante il suo viaggio nel Caucaso, dimostrano che il “vizio” non è soltanto europeo. Coloro che puntano il dito sul petrolio e sul gas finiscono per rimpicciolire e svilire i rapporti che Russia e l’Ue hanno interesse a creare. Viviamo nello stesso continente e siamo straordinariamente complementari. La Russia può darci un grande mercato e gli idrocarburi di cui abbiamo bisogno per la nostra economia; l’Europa può dare alla Russia i suoi capitali, la sua tecnologia, la sua cultura aziendale. Un accordo di partenariato, come quello che si è cominciato a discutere negli scorsi mesi a Bruxelles, puo creare una grande comunità d’interessi, utile all’economia e alla pace. Se gli Stati Uniti hanno altri interessi e ambizioni, l’Unione Europea ha il diritto di ricordare che le sue esigenze e la sua politica sono diverse da quelle di Washington.

Autore: Sergio Romano
Fonte: www.eastonline.it