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lunedì 18 maggio 2009

A che serve la Nato?


Nicolas Sarkozy voleva che la sua presidenza segnasse la rottura con un «modello sociale francese» che peraltro appare oggi rinverdito dal fallimento del capitalismo finanziario all'americana. Che a questo punto abbia deciso di farla finita con un'altra tradizione francese, quella dell'indipendenza nazionale? Benché nel corso della sua campagna elettorale non abbia mai fatto cenno a una «rottura» su questo punto, e abbia poi condizionato il ritorno alla Francia in seno all'Organizzazione del Trattato dell'Atlantico del Nord (Nato) a un rafforzamento della difesa europea, di fatto Sarkozy ha dichiarato ormai decaduta la decisione del generale de Gaulle. Quarantatre anni fa il fondatore della V Repubblica francese si era dissociato dal Comando integrato dell'Organizzazione, e ciò in un periodo in cui l'Unione sovietica manteneva sotto il suo tallone vari paesi europei. C'è dunque da chiedersi per quale motivo - o in vista di quali guerre - la Francia dovrebbe fare marcia indietro, ora che il Patto di Varsavia non esiste più, e che molti suoi ex membri (Polonia, Romania, Ungheria ecc.) sono entrati sia nell'Unione europea che nell'Alleanza atlantica.
Sarà per piazzare ottocento ufficiali tricolori a Norfolk, in Virginia, al quartier generale della Nato? O per compiacere alcuni esponenti dell'industria degli armamenti, amici di Sarkozy, che contano di incrementare le loro forniture militari grazie a un ritorno nei ranghi della Francia? O magari per convincere gli americani, dopo la rinuncia di Parigi al suo ruolo di libero battitore, a cooptare Sarkozy come super-consulente nella sua sfera d'influenza? Più verosimilmente, l'Eliseo spera di trarre vantaggio dalla simpatia che circonda il presidente degli Stati uniti per tirare il collo a un'imperdonabile eccezione francese: quella per cui Parigi, al momento della guerra irachena, si rivoltò contro i vari dottor Stranamore, fautori dello «scontro di civiltà». Alla faccia degli attuali sostenitori di Sarkozy, tra cui Bernard Kouchner, suo ministro degli esteri.
La maggior parte degli stati membri dell'organizzazione delle Nazioni unite (Onu) non fa parte né della Nato, né dell'Unione europea. E in seno alla stessa Ue, sei stati membri (Austria, Cipro, Finlandia, Irlanda, Malta e Svezia) non fanno parte della Nato. Eppure, si tende fare una certa confusione tra le tre strutture. Con l'obiettivo di estendere il perimetro geografico dell'organizzazione militare, affidandole missioni di «stabilizzazione» che travalicano largamente la sua vocazione e giurisdizione. Ed ecco che il 19 febbraio una risicata maggioranza di deputati europei (293 voti contro 283), in nome della trasformazione del pianeta in una «terra senza confini», chiede che «in ambiti quali il terrorismo internazionale, (...) la criminalità organizzata, i rischi cibernetici, il degrado ambientale, le catastrofi naturali o altre» si instauri un «partenariato ancora più stretto» tra l'Unione europea e la Nato.
Nell'esposizione dei motivi si precisa, sotto forma di elegante metafora, che «senza una dimensione militare l'Unione è solo un cane che abbaia ma non morde». Decisi evidentemente a non risparmiarci nulla, i deputati atlantisti evocano i «momenti bui della nostra storia» menzionando Hitler e Monaco, senza dimenticare di citare anche qualche riga di Elie Wiesel, «superstite dell'Olocausto». A quel punto declamano: «Non vorremmo forse che qualcuno venga in nostro aiuto nell'ora del pianto?». E dire che quello di asciugare le lacrime dei civili non è mai stato il maggior talento degli ufficiali americani, né durante la guerra del Kosovo, né in quella dell'Iraq, condotte entrambe in violazione della Carta delle Nazioni unite. È vero però che per i succitati parlamentari europei, molti stati dell'Ue hanno il torto di richiamarsi alla «dottrina del non allineamento» ereditata dai tempi della guerra fredda, [cosa che] rende più fragile l'alleanza dei democratici»....
Come si è capito, la «difesa collettiva dell'Europa», alla quale fa riferimento il capo dello stato francese, sarà organizzata esclusivamente nel grembo dell'Alleanza atlantica. La quale ultima, mescolando insieme missioni civili e militari, non esiterà a dispiegarsi anche a grande distanza da quella che fu la «cortina di ferro», fino ai confini del Pakistan. All'interno stesso del partito di Nicolas Sarkozy due ex primi ministri, Alain Juppé e Dominique de Villepin, hanno espresso preoccupazione per quest'orientamento. Tanto basti a dare la misura della pericolosità della svolta che si sta profilando.

Autore: Serge Halimi
Fonte: www.monde-diplomatique.it

domenica 17 maggio 2009

La crisi sociale ha raggiunto anche il Parlamento europeo


Mentre i partiti creano le proprie liste in vista delle elezioni del prossimo giugno, il Parlamento europeo rimane ancora un'istituzione sconosciuta. Tuttavia, la legislazione della Corte di giustizia delle Comunità europee, che legalizza il dumping sociale, alla fine del 2008, ha provocato tra i deputati un dibattito rivelatore. Mentre la crisi economica si amplifica, i testi adottati rivelano le contraddizioni e i limiti di un'assemblea che dovrebbe essere espressione dei popoli dell'Unione.


Diverse settimane dopo i fatti, sul volto di Jan Andersson, presidente della commissione per il lavoro e gli affari sociali del Parlamento europeo, si legge ancora lo stupore. In qualche mese, tra novembre 2007 e giugno 2008, la Corte di giustizia delle Comunità europee (Cgce) ha pronunciato quattro sentenze in cui si afferma il primato dei diritti delle imprese su quelli dei lavoratori.
Nel caso Viking, un armatore finlandese voleva trasferire una nave sotto la bandiera estone per sottrarsi al contratto collettivo del paese di origine. Nel caso Laval, un sindacato svedese, bloccando i lavori di un'impresa edile, aveva tentato di imporre a un'impresa di servizi lettone la firma del contratto collettivo. Nel caso Rüffert, una società polacca, con sede in Bassa Sassonia, versava dei compensi inferiori al salario minimo locale. Infine, il 18 giugno 2008, la Cgce è stata incalzata dalla Commissione europea, che giudicava eccessivi i vincoli imposti dal Lussemburgo a un'impresa di servizi straniera (si legga il riquadro in basso). In tutti i casi, la Cgce ha condannato le azioni sindacali e ha chiesto alle autorità pubbliche di limitare le norme sociali imposte alle imprese delocalizzate. Per la Corte, il diritto del lavoro e i movimenti dei lavoratori non devono ostacolare in maniera «sproporzionata» la libertà di stabilimento delle imprese (articolo 43 del Trattato di Roma) e la libera prestazione dei servizi (articolo 49) all'interno del Mercato comune.
Il socialista svedese, Andersson non si sarebbe aspettato una simile interpretazione dei testi europei. Preoccupato della legittimazione così concessa al dumping sociale, teme che nuove sentenze possano andare nella stessa direzione. Il 22 ottobre 2008, il Parlamento ha adottato, sulla base di un «rapporto di iniziativa» di questo deputato, una risoluzione legislativa che contraddice apertamente la legislazione della Cgce. Fatto rarissimo nell'universo ovattato di questa istituzione, appena disturbato dai gruppi di turisti e dai bambini in gita scolastica. Un evidente vuoto giuridico Per i deputati, le «libertà economiche non possono essere interpretate in maniera tale da accordare alle imprese il diritto di sottrarsi o di aggirare le leggi e le pratiche nazionali in campo sociale».
I deputati precisano che, contrariamente all'interpretazione restrittiva fornita dai giudici, la direttiva del 16 dicembre 1996 sul distacco dei lavoratori, regolatrice dei diritti dei lavoratori assunti da imprese che si spostano all'interno del Mercato comune, decreta dei minimi che i governi e i partner sociali possono integrare con condizioni «più favorevoli» per i lavoratori. Questa risoluzione, pur non essendo in sé particolarmente rilevante, costituisce una pressione politica sugli stati membri e sulla Commissione, ai quali i deputati chiedono di adottare le misure necessarie al chiarimento del diritto comunitario. Fornisce l'opinione dell'assemblea su una questione di principio - i diritti delle imprese non prevalgono su quelli dei partner sociali - e auspica l'adozione di questa linea sulle future direttive. Adottata a larga maggioranza (quattrocentosettantaquattro voti contro novantatre astensioni), ha conferito al Parlamento un'immagine di difensore dell'Europa sociale, rafforzata, il 6 novembre 2008, dall'opposizione all'allungamento del tempo di lavoro da quarantotto a settanta ore settimanali. Sindacati e associazioni hanno favorevolmente accolto il «messaggio molto fermo» rivolto dai deputati agli stati membri e alla Commissione. Se la dimensione sociale dei testi adottati dal Parlamento non pone alcun dubbio, i dibattiti e le reazioni alle sentenze della Cgce rivelano una realtà più contrastata. Appoggiandosi su articoli «storici» - gli articoli 43 e 49 del trattato di Roma che fondano la libera concorrenza nel Mercato comune sono presenti dalle origini, alleggeriti tardivamente da disposizioni sociali, molto imprecise - , senza volerlo, la Cgce ha posto la questione, se non sulla natura della costruzione europea, quantomeno sulla sua logica. Allo stesso tempo, ha rivelato la fragilità della posizione istituzionale del Parlamento e la sua immaturità politica. La Cgce ha approfittato delle lacune della legislazione comunitaria per dare un'interpretazione contraria ai pareri dei parlamentari.
La socialista francese Françoise Castex ricorda, inoltre, che, all'epoca della sua adozione del 1996, la direttiva sul distacco dei lavoratori era stata presentata come un miglioramento delle loro condizioni.
Ora, i giudici l'hanno modificata in strumento al servizio della libertà di stabilimento delle imprese. Per Andersson, «la Corte non segue le discussioni parlamentari. Dovrebbe ispirarsi ai cambiamenti politici per determinare l'intenzione del legislatore». Castex si mostra più realista parlando di una «politica dall'evidente vuoto giuridico» dei deputati che lascia un ampio margine di manovra ai giudici nel quadro dei trattati europei strutturalmente liberali. E ricorda che, in seguito alla polemica suscitata dalla direttiva Bolkestein, i deputati europei avevano rimosso dal testo il principio di paese d'origine, senza però affrontare la questione del diritto applicabile...
Finora, la potenza della Cgce non sembrava disturbare particolarmente i deputati. «Finché la legislazione è rimasta sul vago, i rappresentanti, soprattutto i tedeschi e gli inglesi, si affidavano ai giudici perché la interpretassero», racconta Castex. Gli scandinavi e i tedeschi sono ancora più «scioccati» dalle sentenze della Cgce, dal momento che contemporaneamente scoprono, attraverso due giudizi che li riguardano direttamente (si legga il riquadro), la fragilità del loro sistema contrattuale nel grande mercato interno. Inoltre, questi giudizi arrivano proprio quando nell'Unione si stanno moltiplicando i piani sociali e la crisi economica annuncia nuovi conflitti tra sindacati e imprese. L'atteggiamento timido dei deputati è tanto più sorprendente visto che gli alti magistrati assolvono nell'Unione una missione - creare il diritto - che normalmente appartiene a istanze elette o controllabili democraticamente. Nessuno di loro sembra contestare questo esorbitante potere, che mette l'Europa sotto il regime della giurisprudenza, e non del diritto romano.
Il Parlamento è l'istituzione debole del sistema comunitario. Non ha le competenze per proporre delle direttive o dei regolamenti: può solo chiedere alla Commissione, che detiene l'iniziativa delle «leggi», di farlo. Ma Bruxelles rimane libera di dar seguito o no alla domanda dei deputati. È così che, il 21 gennaio 2009, l'esecutivo europeo ha rifiutato il loro appello a prendere delle misure giuridiche di fronte alle sentenze della Cgce, non «vedendone la necessità, in questa fase».
All'altro estremo della catena decisionale, il Parlamento deve negoziare il voto finale dei testi con il Consiglio dell'Unione europea (i ministri dei Ventisette), nel quadro della procedura di codecisione.
Se non si raggiunge un accordo tra le due istituzioni, i deputati si vedono costretti a respingere il testo, senza poterne imporre un altro. Castex sottolinea che, non solo la Commissione propone delle «leggi» ultraliberali ma, «quando il Parlamento si oppone, o adotta emendamenti troppo concreti, torna alla carica, qualche mese dopo, con un testo che va nella stessa direzione». Nel caso dei giudizi contestati dalla Corte europea, dal 18 dicembre 2008, i ministri hanno fatto sapere che una modifica della legislazione non sembrava loro «appropriata».
Per Andersson, non bisogna tuttavia sottovalutare il potere di contrattazione acquisito dal Parlamento. «Tutto ha a che fare con la politica», sostiene, ricordando che l'assemblea si pronuncerà sulla composizione della Commissione, proposta dagli stati membri dopo le elezioni del giugno prossimo. «È uno strumento di pressione reale» che deve, secondo lui, essere sostenuto da un'azione esercitata sui governi in ogni paese. Si augura di vedere un rafforzamento dei poteri affidati del Parlamento.
Tuttavia, per trovare veramente giustificazione, un simile rafforzamento implicherebbe una reale volontà da parte di questa istituzione di mettere in tavola i rapporti di forza sulle questioni di fondo. Ma le opposizioni che emergono appaiono evanescenti. Così, in occasione delle discussioni sulle sentenze della Cgce, il Parlamento ha espresso più il suo spirito di consenso che non la sua volontà di funzionare come istanza politica rappresentativa. La contrapposizione classica tra destra e sinistra è parsa quasi irrilevante. La maggior parte dei partiti, compreso il Partito popolare europeo (Ppe, democratico-cristiano) ha contribuito all'adozione della risoluzione del 22 ottobre 2008, contraddicendo la Corte. Il presidente del gruppo del Ppe, Joseph Daul, si è così pronunciato «per una libera circolazione dei servizi senza dumping sociale». Lo stesso vale per l'Alleanza dei democratici e liberali d'Europa (Adle, democratico-cristiana). In sostanza, il Ppe (duecentottantasei rappresentanti) e il Partito socialista europeo (duecentodiciassette rappresentanti) dominano l'assemblea (settecentottantacinque membri) in alternanza, ed è ormai normale che le loro voci si confondano. Sono inoltre accusati di spartirsi il potere, compresi i posti di presidente o di membri dell'esecutivo, a scapito delle altre formazioni. Hélène Flautre, deputata dei Verdi - Alleanza libera europea (Ale), denuncia la «tendenza crescente del Parlamento europeo a lasciarsi fagocitare dai due grandi gruppi».
Pervenche Berès, deputata socialista francese, non si nasconde: «La linea di separazione fluttua in funzione degli argomenti trattati.
Sulle questioni riguardanti la società, sono frequenti le alleanze con la Sinistra unitaria europea - Sinistra verde nordica (Guengl), che unisce partiti di sinistra, prevalentemente comunisti o ex-comunisti, oltre al gruppo dei Verdi - Ale ma anche il gruppo dei liberali (Adle).
Con loro, il Pse riveste pienamente il ruolo di opposizione di fronte alla destra maggioritaria. Eppure, queste alleanze non permettono sempre al Pse di formare una maggioranza: quando si affrontano temi portanti della legislazione, il Pse cerca spesso di raggiungere un accordo con il Ppe».
La lettura destra-sinistra delle decisioni del parlamento sembra quindi illusoria e la costante ricomposizione dei gruppi, a ogni elezione, ogni cinque anni, dimostra d'altronde che non sono stati stabiliti chiari raggruppamenti politici ideologici. Rappresentativa di questo spirito di «compromesso», la risoluzione antidumping sociale del 22 ottobre «si felicita del trattato di Lisbona» che pure riprende tali e quali gli articoli 43 e 49 del trattato di Roma, su cui la Cgce si è basata per stabilire una gerarchia tra i diritti delle imprese e quelli dei lavoratori. Nello stesso modo, «incoraggia attivamente una competitività fondata sulla conoscenza e l'innovazione, come previsto dalla strategia di Lisbona» del marzo 2000, fornendo un kit di montaggio per il neoliberismo all'ultimo grido, destinato agli stati membri. Svanisce così la posizione del Parlamento come «baluardo» dei diritti sociali. L'entusiasmo dei deputati per il trattato di Lisbona è tale che ne fanno uno dei fondamenti della loro risoluzione, prima ancora che questo entri in vigore. Uno strappo al diritto e alla democrazia, cui sono solite la Commissione di Bruxelles e la stessa Cgce. Trattati intoccabili La socialdemocrazia europea resta impregnata di liberismo economico.
Nel suo stipato ufficio di Bruxelles, Andersson ci aveva spiegato il suo attaccamento all'economia di mercato «che crea posti di lavoro», prima di farci una lezione sul carattere, secondo lui, «xenofobo» del dibattito francese sull'«idraulico polacco». E si spiega questa tendenza della Cgce con l'arrivo di giudici dai paesi dell'Europa centrale e orientale (Peco), a partire dal 2004. In questi paesi, le élite spesso ritengono che il diritto sociale sia uno strumento nascosto dei vecchi stati membri, usato a protezione dei loro mercati (si legga il dossier da pagina 12 a 16). In qualche modo è colpa del giudice polacco! Infatti, come segnala il politologo Gersende Mayo, «Le logiche di voto possono corrispondere a diverse contrapposizioni , a volte poco leggibili: eurofili contro euroscettici, propensioni nazionali, piccoli gruppi contro Ppe-Pse e, in maniera sempre più residuale, la contrapposizione destra-sinistra». Ricordando i dibattiti europei, Gaël Brustier, ricercatore in scienze politiche, è incerto: «Ho l'impressione che si tratti di riti, si fa "come se"... come se l'Europa fosse politica, come se potesse essere sociale...» Per Castex tuttavia, se il Parlamento è una «istituzione che manca di maturità» - preoccupazione che troviamo anche in Daul - , gli eventi recenti (sentenze della Cgce, crisi sociale) potrebbero contribuire alla sua affermazione come istanza rappresentativa, necessità sempre più forte dal momento che la sua elezione, ogni cinque anni, mostra una crescente percentuale di astensionismo. Ci racconta di come, durante il voto della risoluzione anti Cgce, per le strade di Bruxelles si siano tenute delle manifestazioni sindacali, dimostrando che l'assemblea può essere «influenzata dall'esterno». Ma fino a che punto? Le sue prese di posizione «progressiste» si iscrivono in un contesto particolarmente sfavorevole al sociale. È un universo in cui si discute l'idea di una settimana di lavoro di settanta ore e in cui la norma resta di quarantotto ore... Un sindacalista riassumeva con una metafora militare: «Ci rallegriamo di aver fatto un metro, quando ne abbiamo persi cento».
In maniera sintomatica, all'epoca del dibattito sulle sentenze della Cgce, il Parlamento si è rifiutato di esigere apertamente un chiarimento dei trattati per determinare l'equivalenza dei diritti economici e sociali. La Gue (sinistra unitaria europea), chiedeva soprattutto l'aggiunta al trattato di Lisbona di una clausola sul progresso sociale.
Questa proposta è stata scartata provocando la collera di Mary Lou McDonald, deputata irlandese (Gue). Si è dichiarata «profondamente delusa» dal rapporto della commissione per il lavoro e gli affari sociali, che è servito da base per la risoluzione parlamentare. In effetti, questo documento «non chiede la modifica del diritto fondamentale, necessaria alla protezione dei lavoratori. La versione iniziale del testo riconosceva che emendare il trattato di Lisbona sarebbe stata una valida opzione. Ma quest'idea è stata deliberatamente e cinicamente ritirata». La risoluzione finale adottata dal Parlamento chiede un chiarimento del «diritto primario», senza precisare di più. Pur essendo ferma sui principi, la risoluzione si concentra sulle direttive e la loro interpretazione, soprattutto su quella del 1996 relativa al distacco dei lavoratori, e chiede alla Commissione di Bruxelles di fare delle proposte di modifica di questo testo e agli stati membri di render nota la propria posizione. Non si sa chi abbia risposto. Per Marian Harkin (Adle), rivedere i trattati per rispondere alle sentenze della Cgce corrisponderebbe a «prendere un martello per schiacciare una mosca». Il trattato di Lisbona basterebbe a riequilibrare la situazione. Eppure, per confessione della stessa Séverine Picard, responsabile del servizio giuridico della Confederazione europea dei sindacati (Ces), che sostiene la ratifica di questo testo, «è difficile che da solo possa determinare un cambio di rotta della legislazione», anche se la Carta dei diritti fondamentali, che diventerà obbligatoria, inserisce il «diritto alla contrattazione collettiva». Secondo lei, la Cgce ha mostrato l'entità del proprio potere di valutazione, forte dei riferimenti ai trattati, nel caso di un conflitto tra il diritto all'azione collettiva dei lavoratori, che riconosce, e la libertà di azione delle imprese. La Cgce fa pendere la bilancia in favore di quest'ultima, che considera il «pilastro» del Mercato comune. Attaccando la legislazione senza tirare in ballo i trattati, il Parlamento cerca di ricavarsi uno spazio nella cucina europea senza rompere i piatti liberali ereditati dai «padri fondatori».
Le recenti prese di posizione sociali dei deputati hanno inoltre delle ragioni congiunturali. Dopo i «no» olandese e francese nel 2005, poi irlandese nel 2008, l'Unione si trova di fronte a una crisi di legittimità. Deve restaurare la propria immagine senza però rimettere in discussione gli equilibri politici costruiti in cinquant'anni.
Del resto, uno degli argomenti utilizzati per far votare la risoluzione antidumping sociale era che le sentenze della Cgce venivano utilizzare per screditare il trattato di Lisbona. Secondo Brustier, «esiste una convergenza di interessi perché i governi, il Parlamento e la Commissione concepiscono progetti che mirano a mettere in valore l'azione dell'Europa di fronte alla crisi e alle difficoltà sociali. L'Europa è inseparabilmente legata al liberismo.
Dal momento che è il frutto dell'acquisizione di autonomia delle élite, ma che il suffragio universale si esprime ancora, i dirigenti europei sono costretti a scimmiottare l'"Europa sociale" e la sua realtà...» È altresì vero che i governi hanno costantemente sostenuto l'aumento dei poteri del Parlamento. Quando la Convenzione presieduta da Valéry Giscard d'Estaing, nel 2004, negoziava il «trattato costituzionale», i deputati hanno lavorato di concerto con gli stati membri, con il risultato conosciuto, e hanno sostenuto fino in fondo il testo, anche dopo il rifiuto da parte dei popoli francese e olandese. Per quanto siedano per gruppi politici, i rappresentanti continuano a riunirsi per nazionalità e non è raro che, prima di ogni sessione, i governi espongano agli eletti del proprio paese la politica che devono portare avanti.
Sebbene tutto ciò possa essere considerato legittimo, tenuto conto dell'importanza che conserva il quadro statale in Europa - come dimostrato dalla crisi finanziaria - , è vero anche che relativizza l'idea che il Parlamento incarni l'emergenza di un «popolo europeo» in nome del quale potrebbe diventare «legislatore federale » dell'Unione.

Autrice: ANNE-CÉCILE ROBERT
Fonte: www.monde-diplomatique.it

sabato 16 maggio 2009

L'Europa senza leader


La carenza di una chiara leadership europea preoccupa i membri dell' unione. Con il Trattato di Lisbona si aprono diversi scenari interessanti. Barroso verso la riconferma?

La ratifica del Trattato di Lisbona da parte dei vari stati membri dell’Unione Europea sta arrivando a conclusione. Ma l’approvazione pura e semplice non risolverà d’incanto i problemi decisionali dell’Europa, come molti ingenuamente sostengono. Servono nuovi leader in grado di interpretare le novità istituzionali previste dal nuovo trattato. Altrimenti l’Europa sarà condannata all’irrilevanza politica.

E’ di qualche giorno fa la notizia dell’approvazione da parte del Senato della Repubblica Ceca del Trattato di Lisbona. Un risultato non scontato, che ha riportato l’attenzione della stampa europea su un tema accantonato negli ultimi mesi. Mantenendo fede al suo euroscetticismo, il presidente ceco Klaus ha subito dichiarato di voler attendere l’esito del voto irlandese per firmare la ratifica definitiva del suo paese. Il potere di vita e di morte è infatti ora tutto nelle mani dell’Irlanda, che a settembre, dopo il voto negativo di un anno fa, chiamerà di nuovo i suoi cittadini ad esprimersi per via referendaria sull’approvazione del trattato. Già, il trattato. Da quindici anni a questa parte parlare di Europa politica significa, volenti o nolenti, entrare nel regno dell’istituzionalismo duro e puro. E’ ormai diventato un mantra dei paladini dell’europeismo ripetere che l’approvazione del Trattato di Lisbona darà finalmente una base politica rafforzata al processo decisionale europeo. Certo, le novità sotto il profilo istituzionale sono tante ed importanti, ed elencare le più significative è sempre opportuno: la presidenza stabile del Consiglio, l’alto rappresentante per la politica estera che diventerà anche vicepresidente della Commissione e disporrà di un proprio corpo diplomatico, il superamento dell’unanimità in molti settori nel voto del Consiglio, il rafforzamento del ruolo del Parlamento Europeo e dei parlamenti nazionali etc. Però, fino a prova contraria, diritto e politica non sono la stessa cosa, con buona pace dei giuristi. La politica sono le persone. Meglio, la politica sono i leader.

Qui sta il punto che pochi sollevano. Mai come in questo periodo l’Europa sta soffrendo di una drammatica carenza di leadership politica. Passato il ciclone Sarkozy, da mesi non si registra un intervento significativo da parte di un leader europeo, qualcuno che provi a indicare la rotta, a disegnare delle sfide ulteriori per il processo d’integrazione, a evocare nuovi traguardi. Niente, il nulla totale. Nessuno che abbia almeno il coraggio e l’onestà di raccontare in maniera realistica la “malattia dell’Europa”, come l’ha recentemente definita Tito Boeri, e le sue conseguenze. No, solo formule di rito e retorica, o ripieghi nella scena nazionale. Altro che gli Schuman e gli Adenauer. Qui gigante dell’europeismo rischia di diventare in confronto lo Joschka Fischer del discorso di qualche anno fa all’università Humboldt di Berlino.

Tornando al dibattito sul Trattato di Lisbona, quello che bisogna evitare è creare della cattiva retorica. Il che vuol dire che non può essere affrontato un discorso serio sulle istituzioni separandolo da quello sulla leadership. Ed è proprio nello spazio futuro disegnato dalle innovazioni costituzionali cui sopra si faceva riferimento che questo tema va inserito. E’ infatti giunto il tempo di interrogarsi sugli “attori” chiamati ad interpretare i nuovi ruoli politici previsti dal trattato, e sulle loro qualità. Serve una responsabilizzazione politica di questi incarichi, se davvero si vuole sperare in un’Europa politica funzionante. Per intenderci, non è con i Barroso e i Solana, per quanto rafforzate le competenze ed i poteri dei loro ruoli istituzionali possano essere, che si riuscirà a farlo. Fuori i nomi, cominciamo a discuterne quindi.

Si parla da tempo di Blair alla nuova presidenza del Consiglio, bene, che lo si faccia in pubblico, che si apra un dibattito su quali sono le sue proposte e le sue idee, che le aggregazioni politiche europee si esprimano in maniera aperta, proponendo dei loro nomi. Lo scenario attuale per la verità lascia pensare il contrario. Pensiamo all’incapacità del PSE di proporre un candidato alternativo alla sempre più probabile riconferma di Barroso alla presidenza della Commissione. Ma la causa di tutto questo non dipende soltanto da quanto lamentava qualche tempo fa Giuliano Amato, ovvero che oggi tutti i leader politici europei (Sarkozy,Brown, Merkel, Zapatero) sono leader nazionali, e che hanno quindi più interesse a coltivare il consenso all’interno dei propri confini interni piuttosto che ad arrischiarsi in avventure europee. Con la cooperazione rafforzata e le geometrie variabili sostenute in molti articoli del Trattato di Lisbona, sono gli stessi leader nazionali che avranno uno spazio enorme per costruire progettualità europee attraverso percorsi decisionali fino ad oggi poco utilizzati. A patto che siano capaci di disegnare delle strategie, di interpretare il “salto” politico contenuto nel nuovo trattato. L’euro in fondo è nato da una cooperazione rafforzata sull’asse franco-tedesco, promossa e sostenuta da leader nazionali. Schengen pure.

Il problema non è però solo delle classi politiche europee nel loro insieme, ma anche di chi l’Europa la osserva e prova a raccontarla nel dibattito pubblico. Dove sono finiti gli intellettuali europei più volte radunati da Habermas negli anni passati per intervenire su vari aspetti del processo d’integrazione? E perché non c’è una nuova generazione in grado di prenderne il posto? Ancora, perchè i vari think tank europei sono muti su questo, tanto che c’è stato chi ha posto il problema della loro scarsa influenza nel dibattito europeo? Scenari, analisi di direttive, paper documentatissimi sui vari settori di policy, brilanti approfondimenti su questioni tecnico-giuridiche. Le persone ed i leader mai. A quando ad esempio un paper su Solana, su cosa ha fatto o non ha fatto in questi anni? Ancora e meglio, perché non un report sugli “zero tituli” di Barroso a fine legislatura, magari attraverso una comparazione con l’azione delle commissioni precedenti? Serve un dibattito sui leader europei del prossimo futuro, altrimenti l’Europa rischia di condannarsi all’irrilevanza politica. E non sarà un ennesimo trattato a salvarci..

Fonte: www.limesonline.it

giovedì 14 maggio 2009

La crisi sulla nuda vita

Per cercare di rappresentare gli effetti più radicali, e in prospettiva più duraturi, della crisi economica generata dal complesso mondo delle intermediazioni finanziarie globali, occorre guardare non tanto e non solo alla punta della piramide degli indici di borsa o dei grandi riassetti societari e manageriali ma piuttosto alla dimensione del bios, delle persone. Non paia anomalo, da questo punto di vista, ricorrere alle categorie di un filosofo per ragionare su fenomeni concreti come gli effetti sulle persone del diffuso peggioramento delle performance del sistema economico. Credo infatti che gli scritti di Michel Foucault sulla biopolitica offrano un’efficace chiave di lettura dei processi in corso. Con il termine di biopolitica il filosofo francese di "Sorvegliare e punire" alludeva alle modalità attraverso le quali il potere si insinua con processi microfisici non solo nei rapporti sociali ma anche nel bios. I corpi e le menti dei soggetti portano su di sé i segni della disciplina prodotta dai codici del potere politico, economico e sociale. Ovviamente Foucault, morto nel 1984, ha sviluppato la sua riflessione sulla normazione del bios all’epoca dei grandi luoghi concentrazionari del carcere, del manicomio, della grande fabbrica fordista, il tutto dentro il codice dello Stato nazionale novecentesco. Il fordismo, da questo punto di vista, non è stata solo macchina produttiva (taylorismo), ma anche macchina di disciplina del consumo di massa, mentre lo Stato nazionale produceva quei beni collettivi, tipicamente lo Stato sociale, atti a produrre inclusione sociale, disciplinando i cittadini allo scambio tra libertà e uguaglianza. Dall’altra il mercato diventava strumento di regolazione dello sviluppo tra produzione di massa e consumo di massa, in cui la cosiddetta “cultura del risparmio” costituiva quel dispositivo fondamentale di alimentazione del ciclo economico. Un meccanismo di socializzazione alla simbologia del denaro che si inscriveva in quel processo richiamato già da Georg Simmel ne "La filosofia del denaro" come “calcolo astratto che invade l’area dell’interazione sociale” e che Fernand Braudel ne "La dinamica del capitalismo" descriveva come vera essenza del capitalismo, distinguendolo in ciò dall’economia di mercato in senso stretto. Nella fase fordista, e tipicamente nel contesto nostrano, il risparmio diventa un comportamento sociale (quasi un imperativo morale nell’Italia del dopoguerra) fortemente approvato dal codice del sistema disciplinatorio che incentiva le persone a “dilazionare nel futuro” la soddisfazione del desiderio di consumo, cercando contestualmente di condizionare la scelta della tipologia di consumi, preferibilmente durevoli, di cui la casa e l’automobile diventano simboli tipici. Non a caso lo Stato sostiene direttamente o indirettamente proprio queste due settori produttivi. A partire dalla metà degli anni Ottanta del secolo scorso, la seconda assume il codice biopolitico dell’esclusione e della necessità di sopravvivenza che spingono il bios, come macchina della sopravvivenza, a infrangere le regole di convivenza della società opulenta, dove si percepisce sempre più la distanza in ragione della prossimità. Dentro queste due condizioni antropologiche è da inquadrare il dispiegarsi del ciclo di “finanziarizzazione della vita quotidiana” che ha portato alla crisi attuale. L’essenza della crisi è il fallimento dell’illusione che fosse possibile creare inclusione individualistica per tutti, dando a ognuno l’opportunità di diventare individuo proprietario, magari anche ai cosiddetti ninja della vita nuda, attirati dalle suburbia americane a sottoscrivere mutui subprime. Questo fine, scaturito nei circuiti della nuda vita al lavoro, ovvero da qualche esponente sopraffino del general intellect globale che pensava di avere scoperto la pietra filosofale dell’era moderna in un algoritmo finanziario (quello dei derivati), si è trasformato attraverso la potenza connettiva della nostra epoca in una bolla spaventosa, molto più esplosiva di quella che aveva accompagnato la nascita della net economy. La grande abbondanza di liquidità circolante, al di là di non poche situazioni di evidente malafede, ha permesso di mettere a disposizione strumenti e prodotti finanziari destinati a sostenere la macchina desiderante degli individui con l’erogazione di mutui insostenibili e credito al consumo esasperato. Oggi, che ci accingiamo a fare i conti con gli effetti di questa economia “del desiderio senza limite”, condita dall’illusione di inclusione sociale per tutti a mezzo esclusivo del mercato, ecco la tentazione biopolitica di ritornare alla geometrica disciplina euclidea dello Stato-nazione, dell’economia “reale”, del primato dei regolatori e dei banchieri centrali, l’esaltazione degli standard etici e la persecuzione dei capri espiatori di turno. Potrà sembrare strano che un “territorialista” come me inviti alla prudenza di giudizio, ma mi pare, in questi primi mesi di crisi, vadano consolidandosi almeno tre visioni accomunate da tendenze in diversa misura regressive: la retorica della decrescita, quella del rinserramento negli spazi nazionali, quella di un rinnovato declinismo italico. Naturalmente tali visioni contengono elementi pregnanti di critica al modello anglosassone di primazia di una finanza che appare totalmente al di fuori del controllo democratico, tuttavia credo che non si debba dimenticare un elemento che attiene proprio alla dimensione biopolitica. I cicli ravvicinati della net economy, della finanziarizzazione della vita quotidiana e anche la prossima Big thing della green economy sulla quale, credo, ripartirà il ciclo economico, si muovono su una concezione biopolitica autoriflessiva capace di apprendere dagli errori anche sul piano dei costi sociali, purché non siano derubricati a semplici effetti collaterali, e dei limiti di sistema. Dal mio punto di vista credo quindi sarebbe opportuno, e non uso a caso questo termine, guardare avanti, cercando di cogliere fino in fondo le ambivalenze della crisi. Da una parte, infatti, vi sono vari segnali (crisi dell’auto, crisi energetica, elezione di Obama, ecc.) che inducono a ritenere ragionevole prevedere che la next Big thing sulla quale si sta puntando per rilanciare una nuova fase di accumulazione capitalistica sarà la green economy. Si tratta di una forma del capitalismo che tenterà di superare, incorporandola, la dialettica tra crescita e decrescita, tra limite e sviluppo. Tuttavia oggi non abbiamo ancora imboccato una strada precisa: siamo tentati dalla regressione e dal declinismo, siamo affascinati dalle teorie della decrescita che presuppongono che dopo questa crisi “nulla sarà come prima”, guardiamo con prudente fiducia all’ipotesi della green economy, purché questa non sia dominata da logiche di puro individualismo proprietario ma sappia dare il giusto peso al valore di legame, sappia cioè immaginare la comunità che viene. La crisi è infatti anche un’opportunità per ragionare sul futuro. Da parte mia credo che la globalizzazione sia un destino che non dobbiamo (e non possiamo) disconoscere e che paura e rinserramento non possono fare altro che preludere a una biopolitica regressiva di cui non dobbiamo avere nostalgia.

Autore: Aldo Bonomi
Fonte: www.eastonline.it

mercoledì 13 maggio 2009

L'euro-fortezza e la Direttiva sui rimpatri

L’entrata in vigore della Direttiva Ue che dovrebbe prevenire il soggiorno irregolare di cittadini extracomunitari non ha avuto la meritata attenzione sulla stampa italiana. Pubblicata in Gazzetta ufficiale il 24 dicembre 2008, essa prevede il rimpatrio di chi soggiorna irregolarmente sul territorio comunitario,intendendo con questo anche il trasferimento verso il paese di transito, ossia di ultima partenza, verso l’Europa. Le conseguenze potrebbero essere molto serie: gli immigrati dovranno da lì rientrare verso le proprie terre d’origine. Visto che difficilmente le autorità dello Stato di transito acconsentiranno alla loro permanenza sul territorio, non è escluso che, in zone dove la mobilità risulta complessa, si rivolgano anche agli stessi trafficanti di uomini che li avevano condotti fino all’imbarco per l’Europa. Il rimpatrio potrà essere volontario o forzato: è il primo a essere incoraggiato escludendo la misura accessoria del divieto di ingresso per i successivi 5 anni, inflitta a chi invece verrà rimpatriato forzatamente. Proprio pensando a questa situazione si capisce la vera posta in gioco dell’estensione del significato di ‘rimpatrio’: la possibilità del trasferimento verso lo Stato di transito consentirà di aggirare le difficoltà che spesso ostacolano l’esatta individuazione del luogo d’origine dell’immigrato che, peraltro, subirà le conseguenze di incertezze, incapacità e responsabilità a lui solo parzialmente imputabili. Persino un minore non accompagnato potrà essere rimpatriato e non può certo soddisfare la subordinazione all’obbligo – in capo alle autorità dello Stato interessato – di verificare che, una volta a destinazione, egli venga consegnato ad un membro della famiglia, ad un tutore designato o presso adeguate strutture di accoglienza.

L’intera norma è ampiamente criticabile, anche perché figlia della pretesa di disciplinare il fenomeno migratorio adottando norme fondate esclusivamente su modelli e concetti propri della cultura europea e, per questo, poco idonei a rapportarsi con popolazioni di civiltà e culture differenti dalla nostra. Si pensi, a questo proposito, alle differenti interpretazioni del concetto di famiglia, concetto evidentemente proprio di ogni nazione e cultura ma assai eterogeneo nella sostanza, così come alla molteplicità degli assetti istituzionali esistenti o, ancora, all’ambiguità del riferimento al tutore, che sembra presupporre un ordinamento giuridico prossimo al nostro. In attesa di essere rimpatriato, o autorizzato all’ingresso sul territorio dell’UE, il cittadino irregolare, anche minorenne, potrà essere trattenuto per sei mesi, estendibili però fino a diciotto, in un centro di permanenza temporanea, che potrebbe anche essere un carcere poiché la direttiva autorizza gli Stati membri, qualora ne fossero privi, ad utilizzare tali strutture, con il solo obbligo di separare immigrati e criminali. Una scelta pericolosa anche concettualmente, visto che, ospitando gli immigrati in strutture che sorgono per ragioni afflittive si favorisce oltretutto, nell’immaginario collettivo, l’equazione immigrato irregolare = criminale. Inoltre, la professione degli agenti di custodia richiede una formazione ben diversa, anche in relazione alla conoscenza dei diritti dei reclusi, da quella di chi opera presso un centro di permanenza temporanea. Infine, l’errore si ripercuote sui minori trattenuti: il carcere non può essere struttura idonea ad accoglierli, vista soprattutto la necessità di garantire loro aree per il gioco e la scolarizzazione.

Desta preoccupazione, quindi, che si cerchi di affrontare la questione dell'immigrazione con misure esclusivamente securitarie piuttosto che di accoglienza e integrazione. Alcune di queste, poi, sembrano sposare un indirizzo contrario a quanto annunciato: l’estensione del significato della parola ‘rimpatrio’ e la sua previsione anche per i minori non accompagnati vanno in senso opposto alle manifestate volontà di accoglienza, di tutela dei diritti delle persone, di lotta contro la tratta degli esseri umani. Insomma, il rischio è che più della sbandierata Europa della solidarietà, dei diritti e dell’accoglienza, si affermi l’idea di chi – come è stato scritto nella petizione di protesta contro la «Direttiva rimpatri» promossa dalle autorevoli giuriste Marzia Barbera, Donata Gottardi e Julia Lopez - vorrebbe realizzata ‘un’Europa fortezza, che si appresta a costruire mura e prigioni per i più deboli fra il nostro prossimo’.

Autore: Marco Borraccetti
Fonte: www.rivistailmulino.it