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sabato 16 maggio 2009

L'Europa senza leader


La carenza di una chiara leadership europea preoccupa i membri dell' unione. Con il Trattato di Lisbona si aprono diversi scenari interessanti. Barroso verso la riconferma?

La ratifica del Trattato di Lisbona da parte dei vari stati membri dell’Unione Europea sta arrivando a conclusione. Ma l’approvazione pura e semplice non risolverà d’incanto i problemi decisionali dell’Europa, come molti ingenuamente sostengono. Servono nuovi leader in grado di interpretare le novità istituzionali previste dal nuovo trattato. Altrimenti l’Europa sarà condannata all’irrilevanza politica.

E’ di qualche giorno fa la notizia dell’approvazione da parte del Senato della Repubblica Ceca del Trattato di Lisbona. Un risultato non scontato, che ha riportato l’attenzione della stampa europea su un tema accantonato negli ultimi mesi. Mantenendo fede al suo euroscetticismo, il presidente ceco Klaus ha subito dichiarato di voler attendere l’esito del voto irlandese per firmare la ratifica definitiva del suo paese. Il potere di vita e di morte è infatti ora tutto nelle mani dell’Irlanda, che a settembre, dopo il voto negativo di un anno fa, chiamerà di nuovo i suoi cittadini ad esprimersi per via referendaria sull’approvazione del trattato. Già, il trattato. Da quindici anni a questa parte parlare di Europa politica significa, volenti o nolenti, entrare nel regno dell’istituzionalismo duro e puro. E’ ormai diventato un mantra dei paladini dell’europeismo ripetere che l’approvazione del Trattato di Lisbona darà finalmente una base politica rafforzata al processo decisionale europeo. Certo, le novità sotto il profilo istituzionale sono tante ed importanti, ed elencare le più significative è sempre opportuno: la presidenza stabile del Consiglio, l’alto rappresentante per la politica estera che diventerà anche vicepresidente della Commissione e disporrà di un proprio corpo diplomatico, il superamento dell’unanimità in molti settori nel voto del Consiglio, il rafforzamento del ruolo del Parlamento Europeo e dei parlamenti nazionali etc. Però, fino a prova contraria, diritto e politica non sono la stessa cosa, con buona pace dei giuristi. La politica sono le persone. Meglio, la politica sono i leader.

Qui sta il punto che pochi sollevano. Mai come in questo periodo l’Europa sta soffrendo di una drammatica carenza di leadership politica. Passato il ciclone Sarkozy, da mesi non si registra un intervento significativo da parte di un leader europeo, qualcuno che provi a indicare la rotta, a disegnare delle sfide ulteriori per il processo d’integrazione, a evocare nuovi traguardi. Niente, il nulla totale. Nessuno che abbia almeno il coraggio e l’onestà di raccontare in maniera realistica la “malattia dell’Europa”, come l’ha recentemente definita Tito Boeri, e le sue conseguenze. No, solo formule di rito e retorica, o ripieghi nella scena nazionale. Altro che gli Schuman e gli Adenauer. Qui gigante dell’europeismo rischia di diventare in confronto lo Joschka Fischer del discorso di qualche anno fa all’università Humboldt di Berlino.

Tornando al dibattito sul Trattato di Lisbona, quello che bisogna evitare è creare della cattiva retorica. Il che vuol dire che non può essere affrontato un discorso serio sulle istituzioni separandolo da quello sulla leadership. Ed è proprio nello spazio futuro disegnato dalle innovazioni costituzionali cui sopra si faceva riferimento che questo tema va inserito. E’ infatti giunto il tempo di interrogarsi sugli “attori” chiamati ad interpretare i nuovi ruoli politici previsti dal trattato, e sulle loro qualità. Serve una responsabilizzazione politica di questi incarichi, se davvero si vuole sperare in un’Europa politica funzionante. Per intenderci, non è con i Barroso e i Solana, per quanto rafforzate le competenze ed i poteri dei loro ruoli istituzionali possano essere, che si riuscirà a farlo. Fuori i nomi, cominciamo a discuterne quindi.

Si parla da tempo di Blair alla nuova presidenza del Consiglio, bene, che lo si faccia in pubblico, che si apra un dibattito su quali sono le sue proposte e le sue idee, che le aggregazioni politiche europee si esprimano in maniera aperta, proponendo dei loro nomi. Lo scenario attuale per la verità lascia pensare il contrario. Pensiamo all’incapacità del PSE di proporre un candidato alternativo alla sempre più probabile riconferma di Barroso alla presidenza della Commissione. Ma la causa di tutto questo non dipende soltanto da quanto lamentava qualche tempo fa Giuliano Amato, ovvero che oggi tutti i leader politici europei (Sarkozy,Brown, Merkel, Zapatero) sono leader nazionali, e che hanno quindi più interesse a coltivare il consenso all’interno dei propri confini interni piuttosto che ad arrischiarsi in avventure europee. Con la cooperazione rafforzata e le geometrie variabili sostenute in molti articoli del Trattato di Lisbona, sono gli stessi leader nazionali che avranno uno spazio enorme per costruire progettualità europee attraverso percorsi decisionali fino ad oggi poco utilizzati. A patto che siano capaci di disegnare delle strategie, di interpretare il “salto” politico contenuto nel nuovo trattato. L’euro in fondo è nato da una cooperazione rafforzata sull’asse franco-tedesco, promossa e sostenuta da leader nazionali. Schengen pure.

Il problema non è però solo delle classi politiche europee nel loro insieme, ma anche di chi l’Europa la osserva e prova a raccontarla nel dibattito pubblico. Dove sono finiti gli intellettuali europei più volte radunati da Habermas negli anni passati per intervenire su vari aspetti del processo d’integrazione? E perché non c’è una nuova generazione in grado di prenderne il posto? Ancora, perchè i vari think tank europei sono muti su questo, tanto che c’è stato chi ha posto il problema della loro scarsa influenza nel dibattito europeo? Scenari, analisi di direttive, paper documentatissimi sui vari settori di policy, brilanti approfondimenti su questioni tecnico-giuridiche. Le persone ed i leader mai. A quando ad esempio un paper su Solana, su cosa ha fatto o non ha fatto in questi anni? Ancora e meglio, perché non un report sugli “zero tituli” di Barroso a fine legislatura, magari attraverso una comparazione con l’azione delle commissioni precedenti? Serve un dibattito sui leader europei del prossimo futuro, altrimenti l’Europa rischia di condannarsi all’irrilevanza politica. E non sarà un ennesimo trattato a salvarci..

Fonte: www.limesonline.it

giovedì 14 maggio 2009

La crisi sulla nuda vita

Per cercare di rappresentare gli effetti più radicali, e in prospettiva più duraturi, della crisi economica generata dal complesso mondo delle intermediazioni finanziarie globali, occorre guardare non tanto e non solo alla punta della piramide degli indici di borsa o dei grandi riassetti societari e manageriali ma piuttosto alla dimensione del bios, delle persone. Non paia anomalo, da questo punto di vista, ricorrere alle categorie di un filosofo per ragionare su fenomeni concreti come gli effetti sulle persone del diffuso peggioramento delle performance del sistema economico. Credo infatti che gli scritti di Michel Foucault sulla biopolitica offrano un’efficace chiave di lettura dei processi in corso. Con il termine di biopolitica il filosofo francese di "Sorvegliare e punire" alludeva alle modalità attraverso le quali il potere si insinua con processi microfisici non solo nei rapporti sociali ma anche nel bios. I corpi e le menti dei soggetti portano su di sé i segni della disciplina prodotta dai codici del potere politico, economico e sociale. Ovviamente Foucault, morto nel 1984, ha sviluppato la sua riflessione sulla normazione del bios all’epoca dei grandi luoghi concentrazionari del carcere, del manicomio, della grande fabbrica fordista, il tutto dentro il codice dello Stato nazionale novecentesco. Il fordismo, da questo punto di vista, non è stata solo macchina produttiva (taylorismo), ma anche macchina di disciplina del consumo di massa, mentre lo Stato nazionale produceva quei beni collettivi, tipicamente lo Stato sociale, atti a produrre inclusione sociale, disciplinando i cittadini allo scambio tra libertà e uguaglianza. Dall’altra il mercato diventava strumento di regolazione dello sviluppo tra produzione di massa e consumo di massa, in cui la cosiddetta “cultura del risparmio” costituiva quel dispositivo fondamentale di alimentazione del ciclo economico. Un meccanismo di socializzazione alla simbologia del denaro che si inscriveva in quel processo richiamato già da Georg Simmel ne "La filosofia del denaro" come “calcolo astratto che invade l’area dell’interazione sociale” e che Fernand Braudel ne "La dinamica del capitalismo" descriveva come vera essenza del capitalismo, distinguendolo in ciò dall’economia di mercato in senso stretto. Nella fase fordista, e tipicamente nel contesto nostrano, il risparmio diventa un comportamento sociale (quasi un imperativo morale nell’Italia del dopoguerra) fortemente approvato dal codice del sistema disciplinatorio che incentiva le persone a “dilazionare nel futuro” la soddisfazione del desiderio di consumo, cercando contestualmente di condizionare la scelta della tipologia di consumi, preferibilmente durevoli, di cui la casa e l’automobile diventano simboli tipici. Non a caso lo Stato sostiene direttamente o indirettamente proprio queste due settori produttivi. A partire dalla metà degli anni Ottanta del secolo scorso, la seconda assume il codice biopolitico dell’esclusione e della necessità di sopravvivenza che spingono il bios, come macchina della sopravvivenza, a infrangere le regole di convivenza della società opulenta, dove si percepisce sempre più la distanza in ragione della prossimità. Dentro queste due condizioni antropologiche è da inquadrare il dispiegarsi del ciclo di “finanziarizzazione della vita quotidiana” che ha portato alla crisi attuale. L’essenza della crisi è il fallimento dell’illusione che fosse possibile creare inclusione individualistica per tutti, dando a ognuno l’opportunità di diventare individuo proprietario, magari anche ai cosiddetti ninja della vita nuda, attirati dalle suburbia americane a sottoscrivere mutui subprime. Questo fine, scaturito nei circuiti della nuda vita al lavoro, ovvero da qualche esponente sopraffino del general intellect globale che pensava di avere scoperto la pietra filosofale dell’era moderna in un algoritmo finanziario (quello dei derivati), si è trasformato attraverso la potenza connettiva della nostra epoca in una bolla spaventosa, molto più esplosiva di quella che aveva accompagnato la nascita della net economy. La grande abbondanza di liquidità circolante, al di là di non poche situazioni di evidente malafede, ha permesso di mettere a disposizione strumenti e prodotti finanziari destinati a sostenere la macchina desiderante degli individui con l’erogazione di mutui insostenibili e credito al consumo esasperato. Oggi, che ci accingiamo a fare i conti con gli effetti di questa economia “del desiderio senza limite”, condita dall’illusione di inclusione sociale per tutti a mezzo esclusivo del mercato, ecco la tentazione biopolitica di ritornare alla geometrica disciplina euclidea dello Stato-nazione, dell’economia “reale”, del primato dei regolatori e dei banchieri centrali, l’esaltazione degli standard etici e la persecuzione dei capri espiatori di turno. Potrà sembrare strano che un “territorialista” come me inviti alla prudenza di giudizio, ma mi pare, in questi primi mesi di crisi, vadano consolidandosi almeno tre visioni accomunate da tendenze in diversa misura regressive: la retorica della decrescita, quella del rinserramento negli spazi nazionali, quella di un rinnovato declinismo italico. Naturalmente tali visioni contengono elementi pregnanti di critica al modello anglosassone di primazia di una finanza che appare totalmente al di fuori del controllo democratico, tuttavia credo che non si debba dimenticare un elemento che attiene proprio alla dimensione biopolitica. I cicli ravvicinati della net economy, della finanziarizzazione della vita quotidiana e anche la prossima Big thing della green economy sulla quale, credo, ripartirà il ciclo economico, si muovono su una concezione biopolitica autoriflessiva capace di apprendere dagli errori anche sul piano dei costi sociali, purché non siano derubricati a semplici effetti collaterali, e dei limiti di sistema. Dal mio punto di vista credo quindi sarebbe opportuno, e non uso a caso questo termine, guardare avanti, cercando di cogliere fino in fondo le ambivalenze della crisi. Da una parte, infatti, vi sono vari segnali (crisi dell’auto, crisi energetica, elezione di Obama, ecc.) che inducono a ritenere ragionevole prevedere che la next Big thing sulla quale si sta puntando per rilanciare una nuova fase di accumulazione capitalistica sarà la green economy. Si tratta di una forma del capitalismo che tenterà di superare, incorporandola, la dialettica tra crescita e decrescita, tra limite e sviluppo. Tuttavia oggi non abbiamo ancora imboccato una strada precisa: siamo tentati dalla regressione e dal declinismo, siamo affascinati dalle teorie della decrescita che presuppongono che dopo questa crisi “nulla sarà come prima”, guardiamo con prudente fiducia all’ipotesi della green economy, purché questa non sia dominata da logiche di puro individualismo proprietario ma sappia dare il giusto peso al valore di legame, sappia cioè immaginare la comunità che viene. La crisi è infatti anche un’opportunità per ragionare sul futuro. Da parte mia credo che la globalizzazione sia un destino che non dobbiamo (e non possiamo) disconoscere e che paura e rinserramento non possono fare altro che preludere a una biopolitica regressiva di cui non dobbiamo avere nostalgia.

Autore: Aldo Bonomi
Fonte: www.eastonline.it

mercoledì 13 maggio 2009

L'euro-fortezza e la Direttiva sui rimpatri

L’entrata in vigore della Direttiva Ue che dovrebbe prevenire il soggiorno irregolare di cittadini extracomunitari non ha avuto la meritata attenzione sulla stampa italiana. Pubblicata in Gazzetta ufficiale il 24 dicembre 2008, essa prevede il rimpatrio di chi soggiorna irregolarmente sul territorio comunitario,intendendo con questo anche il trasferimento verso il paese di transito, ossia di ultima partenza, verso l’Europa. Le conseguenze potrebbero essere molto serie: gli immigrati dovranno da lì rientrare verso le proprie terre d’origine. Visto che difficilmente le autorità dello Stato di transito acconsentiranno alla loro permanenza sul territorio, non è escluso che, in zone dove la mobilità risulta complessa, si rivolgano anche agli stessi trafficanti di uomini che li avevano condotti fino all’imbarco per l’Europa. Il rimpatrio potrà essere volontario o forzato: è il primo a essere incoraggiato escludendo la misura accessoria del divieto di ingresso per i successivi 5 anni, inflitta a chi invece verrà rimpatriato forzatamente. Proprio pensando a questa situazione si capisce la vera posta in gioco dell’estensione del significato di ‘rimpatrio’: la possibilità del trasferimento verso lo Stato di transito consentirà di aggirare le difficoltà che spesso ostacolano l’esatta individuazione del luogo d’origine dell’immigrato che, peraltro, subirà le conseguenze di incertezze, incapacità e responsabilità a lui solo parzialmente imputabili. Persino un minore non accompagnato potrà essere rimpatriato e non può certo soddisfare la subordinazione all’obbligo – in capo alle autorità dello Stato interessato – di verificare che, una volta a destinazione, egli venga consegnato ad un membro della famiglia, ad un tutore designato o presso adeguate strutture di accoglienza.

L’intera norma è ampiamente criticabile, anche perché figlia della pretesa di disciplinare il fenomeno migratorio adottando norme fondate esclusivamente su modelli e concetti propri della cultura europea e, per questo, poco idonei a rapportarsi con popolazioni di civiltà e culture differenti dalla nostra. Si pensi, a questo proposito, alle differenti interpretazioni del concetto di famiglia, concetto evidentemente proprio di ogni nazione e cultura ma assai eterogeneo nella sostanza, così come alla molteplicità degli assetti istituzionali esistenti o, ancora, all’ambiguità del riferimento al tutore, che sembra presupporre un ordinamento giuridico prossimo al nostro. In attesa di essere rimpatriato, o autorizzato all’ingresso sul territorio dell’UE, il cittadino irregolare, anche minorenne, potrà essere trattenuto per sei mesi, estendibili però fino a diciotto, in un centro di permanenza temporanea, che potrebbe anche essere un carcere poiché la direttiva autorizza gli Stati membri, qualora ne fossero privi, ad utilizzare tali strutture, con il solo obbligo di separare immigrati e criminali. Una scelta pericolosa anche concettualmente, visto che, ospitando gli immigrati in strutture che sorgono per ragioni afflittive si favorisce oltretutto, nell’immaginario collettivo, l’equazione immigrato irregolare = criminale. Inoltre, la professione degli agenti di custodia richiede una formazione ben diversa, anche in relazione alla conoscenza dei diritti dei reclusi, da quella di chi opera presso un centro di permanenza temporanea. Infine, l’errore si ripercuote sui minori trattenuti: il carcere non può essere struttura idonea ad accoglierli, vista soprattutto la necessità di garantire loro aree per il gioco e la scolarizzazione.

Desta preoccupazione, quindi, che si cerchi di affrontare la questione dell'immigrazione con misure esclusivamente securitarie piuttosto che di accoglienza e integrazione. Alcune di queste, poi, sembrano sposare un indirizzo contrario a quanto annunciato: l’estensione del significato della parola ‘rimpatrio’ e la sua previsione anche per i minori non accompagnati vanno in senso opposto alle manifestate volontà di accoglienza, di tutela dei diritti delle persone, di lotta contro la tratta degli esseri umani. Insomma, il rischio è che più della sbandierata Europa della solidarietà, dei diritti e dell’accoglienza, si affermi l’idea di chi – come è stato scritto nella petizione di protesta contro la «Direttiva rimpatri» promossa dalle autorevoli giuriste Marzia Barbera, Donata Gottardi e Julia Lopez - vorrebbe realizzata ‘un’Europa fortezza, che si appresta a costruire mura e prigioni per i più deboli fra il nostro prossimo’.

Autore: Marco Borraccetti
Fonte: www.rivistailmulino.it

lunedì 11 maggio 2009

La democrazia in un taxi

Nota di Wirepullers: pubblichiamo il seguente post per il significato dell'ultima frase. Un grazie va a Internazionale, preziosissima fonte d'ispirazione.

L’eminente statista italiano di nome Silvio Berlusconi, conosciuto anche come ‘il Cavaliere’, ha appena partorito nel suo cervello privilegiato un’idea che lo colloca in maniera definitiva in testa al plotone dei grandi pensatori politici. Per evitare i lunghi, monotoni e lenti dibattiti e per snellire le procedure, alla camera e al senato, il Cavaliere vuole che siano i capigruppo parlamentari a esercitare il potere di rappresentanza, facendola finita allo stesso tempo col peso morto di alcune centinaia di deputati e senatori che, nella maggior parte dei casi, non aprono bocca durante tutta la legislatura, se non per sbadigliare. A me, devo ammetterlo, sembra un’ottima idea. I rappresentanti dei maggiori partiti, diciamo tre o quattro, si riunirebbero in un taxi diretto a un ristorante dove, davanti a un lauto pasto, prenderebbero le decisioni del caso. Dietro si porterebbero, ma in sella a una bicicletta, i rappresentanti dei partiti minori, che mangerebbero al bancone, nel caso in cui ci sia, o in un bar nelle vicinanze. Niente di più democratico. Sulla strada si potrebbe anche cominciare a pensare a come liquidare questi imponenti, arroganti e pretenziosi edifici chiamati parlamento e senato, fonti di continue discussioni e onerose spese che non aiutano il popolo. Di riduzione in riduzione scommetto che arriveremmo all’agorà dei greci. Ovviamente con l’agorà, ma senza greci. Mi diranno che non bisogna prendere sul serio questo Cavaliere.
D’accordo, ma il pericolo è che si finisca per non prendere sul serio quelli che lo votano.

Autore: Jose Saramago
Fonte: quadernodisaramago.wordpress.com

I nuovi mostri

La finanza ha cercato di creare la realtà. È arrivato il momento di rifletterla

Internazionale 794, 7 maggio 2009

Nell'ondata di dati economici pubblicati ogni settimana dal governo statunitense, il recente rapporto che analizzava la composizione del pil per settore è passato quasi inosservato.

Eppure conteneva un dato molto interessante: nel 2008, per la prima volta dopo sedici anni, il settore finanziario e quello assicurativo hanno subìto una contrazione. Dal 1980 a oggi la quota di economia composta da queste due industrie è quasi raddoppiata.

Adesso c'è un'inversione di tendenza. Per molti è una buona notizia: le dimensioni dell'industria bancaria erano diventate il simbolo della tanto criticata "finanziarizzazione" dell'economia americana degli ultimi trent'anni (e di quello che l'economista Simon Johnson ha definito il "golpe silenzioso" di Wall street).

Ma dopo aver riconosciuto che il settore bancario è diventato un mostro ipertrofico, per ridimensionarlo dobbiamo cercare di capire come ha fatto a crescere tanto in così poco tempo. E anche se le scelte politiche sbagliate e il sonnambulismo degli organismi di controllo c'entrano sicuramente, buona parte della crescita del settore è dovuta ai grandi cambiamenti avvenuti nell'economia in generale, e non viceversa.

II desiderio di tornare al noioso sistema bancario degli anni cinquanta è comprensibile. Ma l'unico modo per farlo sarebbe resuscitare anche l'economia di quegli anni. Il sistema bancario era noioso perché l'economia era noiosa. Il compito più importante del settore finanziario è far arrivare il denaro degli investitori alle imprese che hanno bisogno di capitale e sono considerate un buon investimento. Nell'immediato dopoguerra, non era un servizio molto richiesto.

Anche se era forte, l'economia era dominata da colossi industriali senza molti concorrenti e in grado di finanziarsi con i profitti. Le imprese erano poche e il settore finanziario non aveva molto da fare.

I motivi del cambiamento sono stati essenzialmente due. Innanzitutto, negli anni settanta i colossi industriali hanno cominciato a vacillare e l'economia statunitense è entrata in crisi. In secondo luogo, il mondo è stato rivoluzionato dagli sviluppi della tecnologia dell'informazione e dalla nascita di nuove imprese come quelle della tv via cavo, della telefonia mobile e della biotecnologia.

L'economia è diventata molto più competitiva, mentre il rendimento delle aziende era sempre più fluttuante. Negli anni ottanta le società entravano e uscivano dalla classifica delle 500 maggiori aziende americane pubblicata dalla rivista Fortune, al doppio della velocità degli anni cinquanta e sessanta. C'era un enorme numero di nuove aziende affamate di capitale per poter crescere.

Ed era Wall street che le aiutava a trovarlo. Così sono cominciati gli investimenti di capitale a rischio, e il mercato delle quotazioni in borsa è decollato. La mancanza di regolamentazione è stata senza dubbio un fattore importante ma, secondo l'economista della New York university Thomas Philippon, la maggior parte dell'espansione del settore finanziario in quel periodo era dovuta al bisogno di nuovi capitali delle aziende.

Philippon ha dimostrato che la molla dei grandi boom dell'industria bancaria della storia statunitense – a partire dalla seconda rivoluzione industriale – è sempre stata il bisogno di finanziare nuove imprese. E ogni volta il settore finanziario si è ritrovato a essere molto più grande e forte di prima. Chi cambiava, però, non erano i banchieri, bensì il mondo.

Il boom degli ultimi dieci anni è una storia diversa. La bolla immobiliare è stata un fenomeno unico. Tutte le ondate precedenti erano nate da un cambiamento profondo dell'economia reale. La bolla immobiliare, invece, non è stata accompagnata da nessun cambiamento significativo dell'economia reale che spiegasse perché la domanda e il valore delle case erano così aumentati.

L'unica novità era che le banche avevano cominciato a concedere prestiti facili a chi voleva comprarne una, immaginando profitti inesistenti. E mentre i boom precedenti avevano reso l'economia stabilmente più produttiva e più innovativa, la stessa cosa non si può dire del boom degli ultimi dieci anni. Il settore bancario è cresciuto per dimensioni e profitti, ma in cambio abbiamo avuto solo migliaia di case vuote.

Non c'è dubbio che il settore finanziario dev'essere ridimensionato. Secondo Philippon, data l'attuale necessità di capitali delle imprese, un settore finanziario normale non dovrebbe superare le dimensioni del 1996. Ma oltre a ridimensionare la finanza, ci tocca un compito ancora più arduo: evitare che si ripetano bolle creditizie come quella dalla quale siamo appena usciti.

Per questo bisognerà limitare la possibilità che le banche abbiano un rapporto capitale-prestiti così sbilanciato, che aumenta i rischi senza produrre nessun valore sociale aggiunto.

Ma il cambiamento più importante potrebbe essere quello più difficile da introdurre: Wall street deve riconoscere che il suo vero compito è seguire l'economia reale e non guidarla. All'epoca della bolla immobiliare, la finanza ha cercato di creare la realtà. È arrivato il momento di rifletterla.

Autore: James Surowiecki
Fonte: www.internazionale.it