Per cercare di rappresentare gli effetti più radicali, e in prospettiva più duraturi, della crisi economica generata dal complesso mondo delle intermediazioni finanziarie globali, occorre guardare non tanto e non solo alla punta della piramide degli indici di borsa o dei grandi riassetti societari e manageriali ma piuttosto alla dimensione del bios, delle persone. Non paia anomalo, da questo punto di vista, ricorrere alle categorie di un filosofo per ragionare su fenomeni concreti come gli effetti sulle persone del diffuso peggioramento delle performance del sistema economico. Credo infatti che gli scritti di Michel Foucault sulla biopolitica offrano un’efficace chiave di lettura dei processi in corso. Con il termine di biopolitica il filosofo francese di "Sorvegliare e punire" alludeva alle modalità attraverso le quali il potere si insinua con processi microfisici non solo nei rapporti sociali ma anche nel bios. I corpi e le menti dei soggetti portano su di sé i segni della disciplina prodotta dai codici del potere politico, economico e sociale. Ovviamente Foucault, morto nel 1984, ha sviluppato la sua riflessione sulla normazione del bios all’epoca dei grandi luoghi concentrazionari del carcere, del manicomio, della grande fabbrica fordista, il tutto dentro il codice dello Stato nazionale novecentesco. Il fordismo, da questo punto di vista, non è stata solo macchina produttiva (taylorismo), ma anche macchina di disciplina del consumo di massa, mentre lo Stato nazionale produceva quei beni collettivi, tipicamente lo Stato sociale, atti a produrre inclusione sociale, disciplinando i cittadini allo scambio tra libertà e uguaglianza. Dall’altra il mercato diventava strumento di regolazione dello sviluppo tra produzione di massa e consumo di massa, in cui la cosiddetta “cultura del risparmio” costituiva quel dispositivo fondamentale di alimentazione del ciclo economico. Un meccanismo di socializzazione alla simbologia del denaro che si inscriveva in quel processo richiamato già da Georg Simmel ne "La filosofia del denaro" come “calcolo astratto che invade l’area dell’interazione sociale” e che Fernand Braudel ne "La dinamica del capitalismo" descriveva come vera essenza del capitalismo, distinguendolo in ciò dall’economia di mercato in senso stretto. Nella fase fordista, e tipicamente nel contesto nostrano, il risparmio diventa un comportamento sociale (quasi un imperativo morale nell’Italia del dopoguerra) fortemente approvato dal codice del sistema disciplinatorio che incentiva le persone a “dilazionare nel futuro” la soddisfazione del desiderio di consumo, cercando contestualmente di condizionare la scelta della tipologia di consumi, preferibilmente durevoli, di cui la casa e l’automobile diventano simboli tipici. Non a caso lo Stato sostiene direttamente o indirettamente proprio queste due settori produttivi. A partire dalla metà degli anni Ottanta del secolo scorso, la seconda assume il codice biopolitico dell’esclusione e della necessità di sopravvivenza che spingono il bios, come macchina della sopravvivenza, a infrangere le regole di convivenza della società opulenta, dove si percepisce sempre più la distanza in ragione della prossimità. Dentro queste due condizioni antropologiche è da inquadrare il dispiegarsi del ciclo di “finanziarizzazione della vita quotidiana” che ha portato alla crisi attuale. L’essenza della crisi è il fallimento dell’illusione che fosse possibile creare inclusione individualistica per tutti, dando a ognuno l’opportunità di diventare individuo proprietario, magari anche ai cosiddetti ninja della vita nuda, attirati dalle suburbia americane a sottoscrivere mutui subprime. Questo fine, scaturito nei circuiti della nuda vita al lavoro, ovvero da qualche esponente sopraffino del general intellect globale che pensava di avere scoperto la pietra filosofale dell’era moderna in un algoritmo finanziario (quello dei derivati), si è trasformato attraverso la potenza connettiva della nostra epoca in una bolla spaventosa, molto più esplosiva di quella che aveva accompagnato la nascita della net economy. La grande abbondanza di liquidità circolante, al di là di non poche situazioni di evidente malafede, ha permesso di mettere a disposizione strumenti e prodotti finanziari destinati a sostenere la macchina desiderante degli individui con l’erogazione di mutui insostenibili e credito al consumo esasperato. Oggi, che ci accingiamo a fare i conti con gli effetti di questa economia “del desiderio senza limite”, condita dall’illusione di inclusione sociale per tutti a mezzo esclusivo del mercato, ecco la tentazione biopolitica di ritornare alla geometrica disciplina euclidea dello Stato-nazione, dell’economia “reale”, del primato dei regolatori e dei banchieri centrali, l’esaltazione degli standard etici e la persecuzione dei capri espiatori di turno. Potrà sembrare strano che un “territorialista” come me inviti alla prudenza di giudizio, ma mi pare, in questi primi mesi di crisi, vadano consolidandosi almeno tre visioni accomunate da tendenze in diversa misura regressive: la retorica della decrescita, quella del rinserramento negli spazi nazionali, quella di un rinnovato declinismo italico. Naturalmente tali visioni contengono elementi pregnanti di critica al modello anglosassone di primazia di una finanza che appare totalmente al di fuori del controllo democratico, tuttavia credo che non si debba dimenticare un elemento che attiene proprio alla dimensione biopolitica. I cicli ravvicinati della net economy, della finanziarizzazione della vita quotidiana e anche la prossima Big thing della green economy sulla quale, credo, ripartirà il ciclo economico, si muovono su una concezione biopolitica autoriflessiva capace di apprendere dagli errori anche sul piano dei costi sociali, purché non siano derubricati a semplici effetti collaterali, e dei limiti di sistema. Dal mio punto di vista credo quindi sarebbe opportuno, e non uso a caso questo termine, guardare avanti, cercando di cogliere fino in fondo le ambivalenze della crisi. Da una parte, infatti, vi sono vari segnali (crisi dell’auto, crisi energetica, elezione di Obama, ecc.) che inducono a ritenere ragionevole prevedere che la next Big thing sulla quale si sta puntando per rilanciare una nuova fase di accumulazione capitalistica sarà la green economy. Si tratta di una forma del capitalismo che tenterà di superare, incorporandola, la dialettica tra crescita e decrescita, tra limite e sviluppo. Tuttavia oggi non abbiamo ancora imboccato una strada precisa: siamo tentati dalla regressione e dal declinismo, siamo affascinati dalle teorie della decrescita che presuppongono che dopo questa crisi “nulla sarà come prima”, guardiamo con prudente fiducia all’ipotesi della green economy, purché questa non sia dominata da logiche di puro individualismo proprietario ma sappia dare il giusto peso al valore di legame, sappia cioè immaginare la comunità che viene. La crisi è infatti anche un’opportunità per ragionare sul futuro. Da parte mia credo che la globalizzazione sia un destino che non dobbiamo (e non possiamo) disconoscere e che paura e rinserramento non possono fare altro che preludere a una biopolitica regressiva di cui non dobbiamo avere nostalgia.
Autore: Aldo Bonomi
Fonte: www.eastonline.it
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giovedì 14 maggio 2009
mercoledì 13 maggio 2009
L'euro-fortezza e la Direttiva sui rimpatri
L’entrata in vigore della Direttiva Ue che dovrebbe prevenire il soggiorno irregolare di cittadini extracomunitari non ha avuto la meritata attenzione sulla stampa italiana. Pubblicata in Gazzetta ufficiale il 24 dicembre 2008, essa prevede il rimpatrio di chi soggiorna irregolarmente sul territorio comunitario,intendendo con questo anche il trasferimento verso il paese di transito, ossia di ultima partenza, verso l’Europa. Le conseguenze potrebbero essere molto serie: gli immigrati dovranno da lì rientrare verso le proprie terre d’origine. Visto che difficilmente le autorità dello Stato di transito acconsentiranno alla loro permanenza sul territorio, non è escluso che, in zone dove la mobilità risulta complessa, si rivolgano anche agli stessi trafficanti di uomini che li avevano condotti fino all’imbarco per l’Europa. Il rimpatrio potrà essere volontario o forzato: è il primo a essere incoraggiato escludendo la misura accessoria del divieto di ingresso per i successivi 5 anni, inflitta a chi invece verrà rimpatriato forzatamente. Proprio pensando a questa situazione si capisce la vera posta in gioco dell’estensione del significato di ‘rimpatrio’: la possibilità del trasferimento verso lo Stato di transito consentirà di aggirare le difficoltà che spesso ostacolano l’esatta individuazione del luogo d’origine dell’immigrato che, peraltro, subirà le conseguenze di incertezze, incapacità e responsabilità a lui solo parzialmente imputabili. Persino un minore non accompagnato potrà essere rimpatriato e non può certo soddisfare la subordinazione all’obbligo – in capo alle autorità dello Stato interessato – di verificare che, una volta a destinazione, egli venga consegnato ad un membro della famiglia, ad un tutore designato o presso adeguate strutture di accoglienza.
L’intera norma è ampiamente criticabile, anche perché figlia della pretesa di disciplinare il fenomeno migratorio adottando norme fondate esclusivamente su modelli e concetti propri della cultura europea e, per questo, poco idonei a rapportarsi con popolazioni di civiltà e culture differenti dalla nostra. Si pensi, a questo proposito, alle differenti interpretazioni del concetto di famiglia, concetto evidentemente proprio di ogni nazione e cultura ma assai eterogeneo nella sostanza, così come alla molteplicità degli assetti istituzionali esistenti o, ancora, all’ambiguità del riferimento al tutore, che sembra presupporre un ordinamento giuridico prossimo al nostro. In attesa di essere rimpatriato, o autorizzato all’ingresso sul territorio dell’UE, il cittadino irregolare, anche minorenne, potrà essere trattenuto per sei mesi, estendibili però fino a diciotto, in un centro di permanenza temporanea, che potrebbe anche essere un carcere poiché la direttiva autorizza gli Stati membri, qualora ne fossero privi, ad utilizzare tali strutture, con il solo obbligo di separare immigrati e criminali. Una scelta pericolosa anche concettualmente, visto che, ospitando gli immigrati in strutture che sorgono per ragioni afflittive si favorisce oltretutto, nell’immaginario collettivo, l’equazione immigrato irregolare = criminale. Inoltre, la professione degli agenti di custodia richiede una formazione ben diversa, anche in relazione alla conoscenza dei diritti dei reclusi, da quella di chi opera presso un centro di permanenza temporanea. Infine, l’errore si ripercuote sui minori trattenuti: il carcere non può essere struttura idonea ad accoglierli, vista soprattutto la necessità di garantire loro aree per il gioco e la scolarizzazione.
Desta preoccupazione, quindi, che si cerchi di affrontare la questione dell'immigrazione con misure esclusivamente securitarie piuttosto che di accoglienza e integrazione. Alcune di queste, poi, sembrano sposare un indirizzo contrario a quanto annunciato: l’estensione del significato della parola ‘rimpatrio’ e la sua previsione anche per i minori non accompagnati vanno in senso opposto alle manifestate volontà di accoglienza, di tutela dei diritti delle persone, di lotta contro la tratta degli esseri umani. Insomma, il rischio è che più della sbandierata Europa della solidarietà, dei diritti e dell’accoglienza, si affermi l’idea di chi – come è stato scritto nella petizione di protesta contro la «Direttiva rimpatri» promossa dalle autorevoli giuriste Marzia Barbera, Donata Gottardi e Julia Lopez - vorrebbe realizzata ‘un’Europa fortezza, che si appresta a costruire mura e prigioni per i più deboli fra il nostro prossimo’.
Autore: Marco Borraccetti
Fonte: www.rivistailmulino.it
L’intera norma è ampiamente criticabile, anche perché figlia della pretesa di disciplinare il fenomeno migratorio adottando norme fondate esclusivamente su modelli e concetti propri della cultura europea e, per questo, poco idonei a rapportarsi con popolazioni di civiltà e culture differenti dalla nostra. Si pensi, a questo proposito, alle differenti interpretazioni del concetto di famiglia, concetto evidentemente proprio di ogni nazione e cultura ma assai eterogeneo nella sostanza, così come alla molteplicità degli assetti istituzionali esistenti o, ancora, all’ambiguità del riferimento al tutore, che sembra presupporre un ordinamento giuridico prossimo al nostro. In attesa di essere rimpatriato, o autorizzato all’ingresso sul territorio dell’UE, il cittadino irregolare, anche minorenne, potrà essere trattenuto per sei mesi, estendibili però fino a diciotto, in un centro di permanenza temporanea, che potrebbe anche essere un carcere poiché la direttiva autorizza gli Stati membri, qualora ne fossero privi, ad utilizzare tali strutture, con il solo obbligo di separare immigrati e criminali. Una scelta pericolosa anche concettualmente, visto che, ospitando gli immigrati in strutture che sorgono per ragioni afflittive si favorisce oltretutto, nell’immaginario collettivo, l’equazione immigrato irregolare = criminale. Inoltre, la professione degli agenti di custodia richiede una formazione ben diversa, anche in relazione alla conoscenza dei diritti dei reclusi, da quella di chi opera presso un centro di permanenza temporanea. Infine, l’errore si ripercuote sui minori trattenuti: il carcere non può essere struttura idonea ad accoglierli, vista soprattutto la necessità di garantire loro aree per il gioco e la scolarizzazione.
Desta preoccupazione, quindi, che si cerchi di affrontare la questione dell'immigrazione con misure esclusivamente securitarie piuttosto che di accoglienza e integrazione. Alcune di queste, poi, sembrano sposare un indirizzo contrario a quanto annunciato: l’estensione del significato della parola ‘rimpatrio’ e la sua previsione anche per i minori non accompagnati vanno in senso opposto alle manifestate volontà di accoglienza, di tutela dei diritti delle persone, di lotta contro la tratta degli esseri umani. Insomma, il rischio è che più della sbandierata Europa della solidarietà, dei diritti e dell’accoglienza, si affermi l’idea di chi – come è stato scritto nella petizione di protesta contro la «Direttiva rimpatri» promossa dalle autorevoli giuriste Marzia Barbera, Donata Gottardi e Julia Lopez - vorrebbe realizzata ‘un’Europa fortezza, che si appresta a costruire mura e prigioni per i più deboli fra il nostro prossimo’.
Autore: Marco Borraccetti
Fonte: www.rivistailmulino.it
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lunedì 11 maggio 2009
La democrazia in un taxi
Nota di Wirepullers: pubblichiamo il seguente post per il significato dell'ultima frase. Un grazie va a Internazionale, preziosissima fonte d'ispirazione.
L’eminente statista italiano di nome Silvio Berlusconi, conosciuto anche come ‘il Cavaliere’, ha appena partorito nel suo cervello privilegiato un’idea che lo colloca in maniera definitiva in testa al plotone dei grandi pensatori politici. Per evitare i lunghi, monotoni e lenti dibattiti e per snellire le procedure, alla camera e al senato, il Cavaliere vuole che siano i capigruppo parlamentari a esercitare il potere di rappresentanza, facendola finita allo stesso tempo col peso morto di alcune centinaia di deputati e senatori che, nella maggior parte dei casi, non aprono bocca durante tutta la legislatura, se non per sbadigliare. A me, devo ammetterlo, sembra un’ottima idea. I rappresentanti dei maggiori partiti, diciamo tre o quattro, si riunirebbero in un taxi diretto a un ristorante dove, davanti a un lauto pasto, prenderebbero le decisioni del caso. Dietro si porterebbero, ma in sella a una bicicletta, i rappresentanti dei partiti minori, che mangerebbero al bancone, nel caso in cui ci sia, o in un bar nelle vicinanze. Niente di più democratico. Sulla strada si potrebbe anche cominciare a pensare a come liquidare questi imponenti, arroganti e pretenziosi edifici chiamati parlamento e senato, fonti di continue discussioni e onerose spese che non aiutano il popolo. Di riduzione in riduzione scommetto che arriveremmo all’agorà dei greci. Ovviamente con l’agorà, ma senza greci. Mi diranno che non bisogna prendere sul serio questo Cavaliere.
D’accordo, ma il pericolo è che si finisca per non prendere sul serio quelli che lo votano.
Autore: Jose Saramago
Fonte: quadernodisaramago.wordpress.com
L’eminente statista italiano di nome Silvio Berlusconi, conosciuto anche come ‘il Cavaliere’, ha appena partorito nel suo cervello privilegiato un’idea che lo colloca in maniera definitiva in testa al plotone dei grandi pensatori politici. Per evitare i lunghi, monotoni e lenti dibattiti e per snellire le procedure, alla camera e al senato, il Cavaliere vuole che siano i capigruppo parlamentari a esercitare il potere di rappresentanza, facendola finita allo stesso tempo col peso morto di alcune centinaia di deputati e senatori che, nella maggior parte dei casi, non aprono bocca durante tutta la legislatura, se non per sbadigliare. A me, devo ammetterlo, sembra un’ottima idea. I rappresentanti dei maggiori partiti, diciamo tre o quattro, si riunirebbero in un taxi diretto a un ristorante dove, davanti a un lauto pasto, prenderebbero le decisioni del caso. Dietro si porterebbero, ma in sella a una bicicletta, i rappresentanti dei partiti minori, che mangerebbero al bancone, nel caso in cui ci sia, o in un bar nelle vicinanze. Niente di più democratico. Sulla strada si potrebbe anche cominciare a pensare a come liquidare questi imponenti, arroganti e pretenziosi edifici chiamati parlamento e senato, fonti di continue discussioni e onerose spese che non aiutano il popolo. Di riduzione in riduzione scommetto che arriveremmo all’agorà dei greci. Ovviamente con l’agorà, ma senza greci. Mi diranno che non bisogna prendere sul serio questo Cavaliere.
D’accordo, ma il pericolo è che si finisca per non prendere sul serio quelli che lo votano.
Autore: Jose Saramago
Fonte: quadernodisaramago.wordpress.com
I nuovi mostri
La finanza ha cercato di creare la realtà. È arrivato il momento di rifletterla
Internazionale 794, 7 maggio 2009
Nell'ondata di dati economici pubblicati ogni settimana dal governo statunitense, il recente rapporto che analizzava la composizione del pil per settore è passato quasi inosservato.
Eppure conteneva un dato molto interessante: nel 2008, per la prima volta dopo sedici anni, il settore finanziario e quello assicurativo hanno subìto una contrazione. Dal 1980 a oggi la quota di economia composta da queste due industrie è quasi raddoppiata.
Adesso c'è un'inversione di tendenza. Per molti è una buona notizia: le dimensioni dell'industria bancaria erano diventate il simbolo della tanto criticata "finanziarizzazione" dell'economia americana degli ultimi trent'anni (e di quello che l'economista Simon Johnson ha definito il "golpe silenzioso" di Wall street).
Ma dopo aver riconosciuto che il settore bancario è diventato un mostro ipertrofico, per ridimensionarlo dobbiamo cercare di capire come ha fatto a crescere tanto in così poco tempo. E anche se le scelte politiche sbagliate e il sonnambulismo degli organismi di controllo c'entrano sicuramente, buona parte della crescita del settore è dovuta ai grandi cambiamenti avvenuti nell'economia in generale, e non viceversa.
II desiderio di tornare al noioso sistema bancario degli anni cinquanta è comprensibile. Ma l'unico modo per farlo sarebbe resuscitare anche l'economia di quegli anni. Il sistema bancario era noioso perché l'economia era noiosa. Il compito più importante del settore finanziario è far arrivare il denaro degli investitori alle imprese che hanno bisogno di capitale e sono considerate un buon investimento. Nell'immediato dopoguerra, non era un servizio molto richiesto.
Anche se era forte, l'economia era dominata da colossi industriali senza molti concorrenti e in grado di finanziarsi con i profitti. Le imprese erano poche e il settore finanziario non aveva molto da fare.
I motivi del cambiamento sono stati essenzialmente due. Innanzitutto, negli anni settanta i colossi industriali hanno cominciato a vacillare e l'economia statunitense è entrata in crisi. In secondo luogo, il mondo è stato rivoluzionato dagli sviluppi della tecnologia dell'informazione e dalla nascita di nuove imprese come quelle della tv via cavo, della telefonia mobile e della biotecnologia.
L'economia è diventata molto più competitiva, mentre il rendimento delle aziende era sempre più fluttuante. Negli anni ottanta le società entravano e uscivano dalla classifica delle 500 maggiori aziende americane pubblicata dalla rivista Fortune, al doppio della velocità degli anni cinquanta e sessanta. C'era un enorme numero di nuove aziende affamate di capitale per poter crescere.
Ed era Wall street che le aiutava a trovarlo. Così sono cominciati gli investimenti di capitale a rischio, e il mercato delle quotazioni in borsa è decollato. La mancanza di regolamentazione è stata senza dubbio un fattore importante ma, secondo l'economista della New York university Thomas Philippon, la maggior parte dell'espansione del settore finanziario in quel periodo era dovuta al bisogno di nuovi capitali delle aziende.
Philippon ha dimostrato che la molla dei grandi boom dell'industria bancaria della storia statunitense – a partire dalla seconda rivoluzione industriale – è sempre stata il bisogno di finanziare nuove imprese. E ogni volta il settore finanziario si è ritrovato a essere molto più grande e forte di prima. Chi cambiava, però, non erano i banchieri, bensì il mondo.
Il boom degli ultimi dieci anni è una storia diversa. La bolla immobiliare è stata un fenomeno unico. Tutte le ondate precedenti erano nate da un cambiamento profondo dell'economia reale. La bolla immobiliare, invece, non è stata accompagnata da nessun cambiamento significativo dell'economia reale che spiegasse perché la domanda e il valore delle case erano così aumentati.
L'unica novità era che le banche avevano cominciato a concedere prestiti facili a chi voleva comprarne una, immaginando profitti inesistenti. E mentre i boom precedenti avevano reso l'economia stabilmente più produttiva e più innovativa, la stessa cosa non si può dire del boom degli ultimi dieci anni. Il settore bancario è cresciuto per dimensioni e profitti, ma in cambio abbiamo avuto solo migliaia di case vuote.
Non c'è dubbio che il settore finanziario dev'essere ridimensionato. Secondo Philippon, data l'attuale necessità di capitali delle imprese, un settore finanziario normale non dovrebbe superare le dimensioni del 1996. Ma oltre a ridimensionare la finanza, ci tocca un compito ancora più arduo: evitare che si ripetano bolle creditizie come quella dalla quale siamo appena usciti.
Per questo bisognerà limitare la possibilità che le banche abbiano un rapporto capitale-prestiti così sbilanciato, che aumenta i rischi senza produrre nessun valore sociale aggiunto.
Ma il cambiamento più importante potrebbe essere quello più difficile da introdurre: Wall street deve riconoscere che il suo vero compito è seguire l'economia reale e non guidarla. All'epoca della bolla immobiliare, la finanza ha cercato di creare la realtà. È arrivato il momento di rifletterla.
Autore: James Surowiecki
Fonte: www.internazionale.it
Internazionale 794, 7 maggio 2009
Nell'ondata di dati economici pubblicati ogni settimana dal governo statunitense, il recente rapporto che analizzava la composizione del pil per settore è passato quasi inosservato.
Eppure conteneva un dato molto interessante: nel 2008, per la prima volta dopo sedici anni, il settore finanziario e quello assicurativo hanno subìto una contrazione. Dal 1980 a oggi la quota di economia composta da queste due industrie è quasi raddoppiata.
Adesso c'è un'inversione di tendenza. Per molti è una buona notizia: le dimensioni dell'industria bancaria erano diventate il simbolo della tanto criticata "finanziarizzazione" dell'economia americana degli ultimi trent'anni (e di quello che l'economista Simon Johnson ha definito il "golpe silenzioso" di Wall street).
Ma dopo aver riconosciuto che il settore bancario è diventato un mostro ipertrofico, per ridimensionarlo dobbiamo cercare di capire come ha fatto a crescere tanto in così poco tempo. E anche se le scelte politiche sbagliate e il sonnambulismo degli organismi di controllo c'entrano sicuramente, buona parte della crescita del settore è dovuta ai grandi cambiamenti avvenuti nell'economia in generale, e non viceversa.
II desiderio di tornare al noioso sistema bancario degli anni cinquanta è comprensibile. Ma l'unico modo per farlo sarebbe resuscitare anche l'economia di quegli anni. Il sistema bancario era noioso perché l'economia era noiosa. Il compito più importante del settore finanziario è far arrivare il denaro degli investitori alle imprese che hanno bisogno di capitale e sono considerate un buon investimento. Nell'immediato dopoguerra, non era un servizio molto richiesto.
Anche se era forte, l'economia era dominata da colossi industriali senza molti concorrenti e in grado di finanziarsi con i profitti. Le imprese erano poche e il settore finanziario non aveva molto da fare.
I motivi del cambiamento sono stati essenzialmente due. Innanzitutto, negli anni settanta i colossi industriali hanno cominciato a vacillare e l'economia statunitense è entrata in crisi. In secondo luogo, il mondo è stato rivoluzionato dagli sviluppi della tecnologia dell'informazione e dalla nascita di nuove imprese come quelle della tv via cavo, della telefonia mobile e della biotecnologia.
L'economia è diventata molto più competitiva, mentre il rendimento delle aziende era sempre più fluttuante. Negli anni ottanta le società entravano e uscivano dalla classifica delle 500 maggiori aziende americane pubblicata dalla rivista Fortune, al doppio della velocità degli anni cinquanta e sessanta. C'era un enorme numero di nuove aziende affamate di capitale per poter crescere.
Ed era Wall street che le aiutava a trovarlo. Così sono cominciati gli investimenti di capitale a rischio, e il mercato delle quotazioni in borsa è decollato. La mancanza di regolamentazione è stata senza dubbio un fattore importante ma, secondo l'economista della New York university Thomas Philippon, la maggior parte dell'espansione del settore finanziario in quel periodo era dovuta al bisogno di nuovi capitali delle aziende.
Philippon ha dimostrato che la molla dei grandi boom dell'industria bancaria della storia statunitense – a partire dalla seconda rivoluzione industriale – è sempre stata il bisogno di finanziare nuove imprese. E ogni volta il settore finanziario si è ritrovato a essere molto più grande e forte di prima. Chi cambiava, però, non erano i banchieri, bensì il mondo.
Il boom degli ultimi dieci anni è una storia diversa. La bolla immobiliare è stata un fenomeno unico. Tutte le ondate precedenti erano nate da un cambiamento profondo dell'economia reale. La bolla immobiliare, invece, non è stata accompagnata da nessun cambiamento significativo dell'economia reale che spiegasse perché la domanda e il valore delle case erano così aumentati.
L'unica novità era che le banche avevano cominciato a concedere prestiti facili a chi voleva comprarne una, immaginando profitti inesistenti. E mentre i boom precedenti avevano reso l'economia stabilmente più produttiva e più innovativa, la stessa cosa non si può dire del boom degli ultimi dieci anni. Il settore bancario è cresciuto per dimensioni e profitti, ma in cambio abbiamo avuto solo migliaia di case vuote.
Non c'è dubbio che il settore finanziario dev'essere ridimensionato. Secondo Philippon, data l'attuale necessità di capitali delle imprese, un settore finanziario normale non dovrebbe superare le dimensioni del 1996. Ma oltre a ridimensionare la finanza, ci tocca un compito ancora più arduo: evitare che si ripetano bolle creditizie come quella dalla quale siamo appena usciti.
Per questo bisognerà limitare la possibilità che le banche abbiano un rapporto capitale-prestiti così sbilanciato, che aumenta i rischi senza produrre nessun valore sociale aggiunto.
Ma il cambiamento più importante potrebbe essere quello più difficile da introdurre: Wall street deve riconoscere che il suo vero compito è seguire l'economia reale e non guidarla. All'epoca della bolla immobiliare, la finanza ha cercato di creare la realtà. È arrivato il momento di rifletterla.
Autore: James Surowiecki
Fonte: www.internazionale.it
mercoledì 4 febbraio 2009
La guerra prima delle elezioni
Una delle chiavi di lettura più accreditate per spiegare il lancio di missili da parte di Hamas e la assolutamente sproporzionata reazione israeliana è il fatto che sia in Israele che in Palestina le forze politiche interne si contendono aspramente il consenso popolare. Per quanto lo svolgimento delle elezioni palestinesi sia sempre, come la distribuzione di acqua, cibo, medicinali e combustibili, altamente incerto, il mandato del Presidente in carica dell’Autorità Nazionale Palestinese, Mahmoud Abbas, è scaduto il 9 gennaio. Tra i palestinesi, la situazione attuale che prevede il controllo della Cisgiordania da parte di Al Fatah e di Gaza da parte di Hamas, è incerta, e c’è il rischio di una ripresa della guerra civile. Una concorrenza elettorale potrebbe evitare una ripresa delle ostilità. Certa è invece la data delle elezioni israeliane: si terranno il 10 febbraio 2009, e vista la frammentarietà del sistema politico del paese, sembra proprio che nessuno schieramento riuscirà a conquistare abbastanza voti per governare da solo. Due dei tre candidati sono personaggi chiave nel conflitto di oggi: la ministro degli esteri Tzipi Livni, leader del Partito Kadima, e il ministro della difesa Ehud Barak, leader del Partito laburista. Il terzo concorrente, il leader del Likud, Benjamin Netanyahu, al momento all’opposizione, era il favorito dai sondaggi prima dell’inizio delle ostilità, forse perché si era dimesso da ministro degli esteri quando Israele aveva iniziato a ritirarsi da Gaza nel 2005. Ed è forse proprio il tentativo della Livni e di Barak di recuperare voti e di frenare l’ascesa di Netanyahu a spiegare la crudezza della reazione israeliana.
Siamo tutti democratici e benediciamo il momento in cui la parola passa al popolo, specie se di fronte a una crisi. Vox populi vox dei: le elezioni servono a confermare vecchi leader che si sono dimostrati capaci di governare oppure a mandarli a casa nella speranza che i nuovi facciano meglio dei vecchi. Ma queste tradizionali auspici della teoria democratica non valgono in Israele e in Palestina. Arriviamo così al paradosso che l’avvicinarsi delle elezioni, il momento in cui la dialettica politica interna si sviluppa tramite una competizione agonistica piuttosto che antagonistica, scatena la violenza all’esterno. Perché?
Per quanto riguarda il popolo palestinese, anni e anni di stenti, di mancanza di ogni speranza per un degno futuro, hanno rafforzato una leadership, quella di Hamas, capace di riempirsi la bocca di slogan altisonanti ma del tutto disinteressata a offrire soluzioni politiche al conflitto. Mai si è vista nella politica contemporanea una così netta sproporzione tra gli obiettivi dichiarati e la realtà. Hamas nega il diritto all’esistenza allo Stato di Israele ma è del tutto priva di qualsiasi deterrenza militare credibile. Come mai, allora, il popolo palestinese, quando ha potuto esprimersi tramite suffragio, come nelle ultime elezioni legislative del 25 gennaio 2006, ha dato la maggioranza relativa proprio ad Hamas? Se forze politiche più realistiche, come Al Fatah, sono riuscite a ottenere ben misere concessioni da Israele in decenni di mezze trattative, il popolo si è messo nelle mani della forza politica capace di strillare di più.
Strillare, appunto, e non conseguire risultati. Bisogna leggere così la scelta di Hamas di non rinnovare la tregua semestrale con Israele di cui l’Egitto si era fatto mediatore e scaduta il 18 dicembre. Una tregua che, se prolungata almeno fino al 20 gennaio 2009, momento dell’insediamento di Barack Obama alla Casa Bianca, avrebbe potuto consentire una ripresa dei negoziati e conseguire qualche risultato tangibile per migliorare le terribili condizioni di vita in cui versano gli abitanti di Gaza. Ma invece di fare questo banalissimo calcolo politico, per dieci giorni Hamas ha aggiunto alla sua retorica anche il lancio di una sessantina di razzi Kassams. Dal punto di vista militare, questi missili si sono dimostrati inconcludenti, provocando la morte di un cittadino israeliano prima dell’inizio della rappresaglia il 27 dicembre. I botti di Capodanno a Napoli si sono dimostrati altrettanto letali. Dal punto di vista politico, Hamas ha dato il destro al governo israeliano per una nuova e del tutto sproporzionata rappresaglia.
C’è chi ha fatto giustamente notare che l’offensiva dell’esercito israeliano era stata preparata da tempo nei minimi dettagli e che sarebbe ingenuo vederla come una risposta improvvisata per il lancio di qualche razzo. Ma proprio questa considerazione doveva indurre a spostare il conflitto sul versante diplomatico piuttosto che su quello militare. Al di là di ogni ragionamento etico, Hamas ha agito in modo irresponsabile perché ha avviato una escalation che neppure può sostenere.
Bisogna concluderne che Hamas ha agito stupidamente? La realtà è che il lancio dei razzi non va giudicato con il metro della politica estera, bensì con quello della micro-politica interna della lacerata comunità politica palestinese. Hamas sa benissimo che, forzando Israele a una risposta militare, aumenta i propri consensi non solamente nella striscia di Gaza, ma anche in Cisgiordania e tra la popolazione della diaspora palestinese e, più generalmente, in tutto il mondo arabo. Si erige così come vittima del conflitto, mostra che non ci si può attendere nulla di buono dal negoziato e scredita le trattative compiute della Autorità Nazionale Palestinese. Più sarà dura la reazione israeliana e più Hamas ne esce politicamente vittorioso sul fronte interno, riscuotendo un consenso che capitalizzerà anche nel momento in cui si dovessero svolgere libere elezioni tra i palestinesi.
Il privilegio della politica interna
Ma non basta la cinica spregiudicatezza di Hamas per generare una crisi di queste proporzioni. Per litigare bisogna essere in due. Che interesse ha avuto Israele, dunque, a rispondere a una raffica di razzi con un cruento bombardamento aereo? Perché non si è reso conto che così facendo non ha fatto altro che rafforzare le peggiori fazioni palestinesi? Le intenzioni di Hamas sono note a tutti, a cominciare dai sofisticati esperti politici del governo israeliano. Al di là delle considerazioni etiche connesse all’uccisione di almeno centinaia e centinaia di individui, il governo israeliano non si è reso conto che questa rappresaglia ha reso ancora più insicura la propria popolazione, sottoponendola al rischio di una nuova stagione di attentatori suicidi?
Anche in questo caso, la risposta israeliana ha ben poco a che vedere con la politica estera. Ha, invece, molto di più a vedere con le elezioni del 10 febbraio, dove ciascun leader deve dimostrare di essere il più duro con i propri avversari. L’effetto è che, invece di moderarsi a vicenda, si sono esaltati per dimostrare agli elettori che ognuno di loro sarebbe capace di estirpare la minaccia esterna.
Pace e democrazia
Negli ultimi vent’anni, gli studiosi di relazioni internazionali hanno a lungo dibattuto la teoria della pace tra le democrazie; secondo questa ipotesi, è molto poco probabile che due paesi democratici si facciano la guerra. (Mi permetto di rinviare in proposito al mio “Cittadini del mondo. Verso una democrazia cosmopolitica”, Il Saggiatore 2009.) La conclusione è che un regime democratico è una sorta di vaccino contro la guerra, almeno nei confronti di altri regimi altrettanto democratici. Per quanto israeliani e palestinesi abbiano regimi assai diversi (un consolidato sistema democratico i primi, un sistema rappresentativo incerto i secondi, anche per l’assenza di un vero e proprio stato), sembra proprio che il conflitto in Medio Oriente sia un caso che sconfessa la teoria: l’appropinquarsi delle elezioni rende più facile il ricorso alla violenza. Ma se chi è al comando riesce così facilmente a manipolare l’opinione pubblica e, invece di essere punito dalle urne, ne esce addirittura rafforzato, occorre iniziare a dubitare che “vox populi vox dei”. C’è un rimedio? Molte e coraggiose proposte sono state avanzate in quarant’anni di conflitti, sia da israeliani che da palestinesi. Queste proposte sono tutte state ignorate da chi era al comando e, almeno nel caso di Israele, al comando perché eletto dal popolo.
Un film come messaggio di pace
Non c’è oggi ottimismo che sia sorretto dalla politica. Ci si può solo affidare a un film israeliano, “Valzer con Bashir”, che è appena sbarcato nelle sale italiane. Come ha notato il “New York Times”, si tratta allo stesso tempo di un cartone animato, di un documentario, di un film di propaganda politica e di una indagine sulla memoria. E, ovviamente, si basa su una storia vera, quella del regista Ali Folman, giovane soldato israeliano che ha partecipato all’occupazione del Libano del 1982 e fu lì sottoposto al battesimo del fuoco. Persa la memoria, Folman ricerca i ricordi svaniti intervistando dopo un quarto di secolo i suoi vecchi commilitoni.
Mentre le immagini sono figure animate, il sonoro usa le voci reali dei testimoni di quella guerra, e basterebbe questa singolare combinazione per giustificare l’uso di un genere cinematografico dal nome contraddittorio, un “cartone animato – documentario”. Ma questo film è soprattutto un documento storico e politico perché è una delle prime volte in cui un artista israeliano usa l’introspezione non più per ricostruire le tragedie associate all’Olocausto, ma a uno dei tanti conflitti con i vicini arabi. L’episodio che scatena il suo trauma è il fatto che i soldati israeliani assistano inermi, e probabilmente anche conniventi, allo sterminio di circa tremila palestinesi compiuto dai miliziani falangisti libanesi nel campo profughi di Sabra e Shatila. Un trauma, insomma, che scaturisce non dall’essere vittime, ma complici dei carnefici.
Il film è stato acclamato a Cannes, a Londra, a New York e, soprattutto, in Israele. Gli spettatori ne hanno apprezzato un messaggio importante, quello del dolore connesso non solamente alle violenze subite, ma anche per quelle esercitate. È stato un film criticato nel mondo arabo perché la vicenda è descritta utilizzando solamente la voce israeliana, mentre non si ascolta mai la voce delle vittime principali, i palestinesi. Neppure quando sono d’accordo sulla ricostruzione storica gli israeliani e i palestinesi riescono a condividere la propria memoria.
Ma dobbiamo valorizzare quelle voci, come quella di Folman, che faticosamente e nel mezzo delle avversità tentano di uscire dai sentimenti dominanti in Israele. I sondaggi di opinione che circolano in questi giorni dimostrano che il calcolo del governo israeliano si è dimostrato corretto: i Partiti Kadima e Laburista sono entrambi in ripresa a scapito dei conservatori del Likud. L’80 per cento degli israeliani approva senza riserve l’azione militare del governo e addirittura il 95 per cento approva l’azione militare intrapresa a Gaza. Forse l’opinione pubblica ritiene che i 13 morti subiti (tra cui alcuni soldati israeliani uccisi dalla loro stessa artiglieria) siano una perdita accettabile per l’uccisione di oltre 900 palestinesi. Ma chi ha fatto questi conti non ha capito che, al di là della riprovazione dell’opinione pubblica mondiale, gli israeliani porteranno dentro di loro il peso di queste morti per intere generazioni. È senz’altro un trauma vedersi colpiti da razzi, ma è ugualmente un trauma vedere e partecipare a una spietata rappresaglia contro i propri vicini. Ali Folman è ancora lacerato da ciò che ha fatto e visto in Libano nel 1982, e c’è da chiedersi quanti dei soldati israeliani oggi spediti a combattere porteranno dentro di loro gli stessi traumi.
Per quanto riguarda poi la popolazione di Gaza, non si può certo permettere né oggi né in alcun prevedibile futuro il lusso di interrogare il proprio inconscio: l’unica scelta che hanno è quella di morire o sopravvivere in quello che il cardinale Renato Martino ha definito un campo di concentramento.
Autore: Daniele Archibugi
Fonte: www.lostraniero.net
Siamo tutti democratici e benediciamo il momento in cui la parola passa al popolo, specie se di fronte a una crisi. Vox populi vox dei: le elezioni servono a confermare vecchi leader che si sono dimostrati capaci di governare oppure a mandarli a casa nella speranza che i nuovi facciano meglio dei vecchi. Ma queste tradizionali auspici della teoria democratica non valgono in Israele e in Palestina. Arriviamo così al paradosso che l’avvicinarsi delle elezioni, il momento in cui la dialettica politica interna si sviluppa tramite una competizione agonistica piuttosto che antagonistica, scatena la violenza all’esterno. Perché?
Per quanto riguarda il popolo palestinese, anni e anni di stenti, di mancanza di ogni speranza per un degno futuro, hanno rafforzato una leadership, quella di Hamas, capace di riempirsi la bocca di slogan altisonanti ma del tutto disinteressata a offrire soluzioni politiche al conflitto. Mai si è vista nella politica contemporanea una così netta sproporzione tra gli obiettivi dichiarati e la realtà. Hamas nega il diritto all’esistenza allo Stato di Israele ma è del tutto priva di qualsiasi deterrenza militare credibile. Come mai, allora, il popolo palestinese, quando ha potuto esprimersi tramite suffragio, come nelle ultime elezioni legislative del 25 gennaio 2006, ha dato la maggioranza relativa proprio ad Hamas? Se forze politiche più realistiche, come Al Fatah, sono riuscite a ottenere ben misere concessioni da Israele in decenni di mezze trattative, il popolo si è messo nelle mani della forza politica capace di strillare di più.
Strillare, appunto, e non conseguire risultati. Bisogna leggere così la scelta di Hamas di non rinnovare la tregua semestrale con Israele di cui l’Egitto si era fatto mediatore e scaduta il 18 dicembre. Una tregua che, se prolungata almeno fino al 20 gennaio 2009, momento dell’insediamento di Barack Obama alla Casa Bianca, avrebbe potuto consentire una ripresa dei negoziati e conseguire qualche risultato tangibile per migliorare le terribili condizioni di vita in cui versano gli abitanti di Gaza. Ma invece di fare questo banalissimo calcolo politico, per dieci giorni Hamas ha aggiunto alla sua retorica anche il lancio di una sessantina di razzi Kassams. Dal punto di vista militare, questi missili si sono dimostrati inconcludenti, provocando la morte di un cittadino israeliano prima dell’inizio della rappresaglia il 27 dicembre. I botti di Capodanno a Napoli si sono dimostrati altrettanto letali. Dal punto di vista politico, Hamas ha dato il destro al governo israeliano per una nuova e del tutto sproporzionata rappresaglia.
C’è chi ha fatto giustamente notare che l’offensiva dell’esercito israeliano era stata preparata da tempo nei minimi dettagli e che sarebbe ingenuo vederla come una risposta improvvisata per il lancio di qualche razzo. Ma proprio questa considerazione doveva indurre a spostare il conflitto sul versante diplomatico piuttosto che su quello militare. Al di là di ogni ragionamento etico, Hamas ha agito in modo irresponsabile perché ha avviato una escalation che neppure può sostenere.
Bisogna concluderne che Hamas ha agito stupidamente? La realtà è che il lancio dei razzi non va giudicato con il metro della politica estera, bensì con quello della micro-politica interna della lacerata comunità politica palestinese. Hamas sa benissimo che, forzando Israele a una risposta militare, aumenta i propri consensi non solamente nella striscia di Gaza, ma anche in Cisgiordania e tra la popolazione della diaspora palestinese e, più generalmente, in tutto il mondo arabo. Si erige così come vittima del conflitto, mostra che non ci si può attendere nulla di buono dal negoziato e scredita le trattative compiute della Autorità Nazionale Palestinese. Più sarà dura la reazione israeliana e più Hamas ne esce politicamente vittorioso sul fronte interno, riscuotendo un consenso che capitalizzerà anche nel momento in cui si dovessero svolgere libere elezioni tra i palestinesi.
Il privilegio della politica interna
Ma non basta la cinica spregiudicatezza di Hamas per generare una crisi di queste proporzioni. Per litigare bisogna essere in due. Che interesse ha avuto Israele, dunque, a rispondere a una raffica di razzi con un cruento bombardamento aereo? Perché non si è reso conto che così facendo non ha fatto altro che rafforzare le peggiori fazioni palestinesi? Le intenzioni di Hamas sono note a tutti, a cominciare dai sofisticati esperti politici del governo israeliano. Al di là delle considerazioni etiche connesse all’uccisione di almeno centinaia e centinaia di individui, il governo israeliano non si è reso conto che questa rappresaglia ha reso ancora più insicura la propria popolazione, sottoponendola al rischio di una nuova stagione di attentatori suicidi?
Anche in questo caso, la risposta israeliana ha ben poco a che vedere con la politica estera. Ha, invece, molto di più a vedere con le elezioni del 10 febbraio, dove ciascun leader deve dimostrare di essere il più duro con i propri avversari. L’effetto è che, invece di moderarsi a vicenda, si sono esaltati per dimostrare agli elettori che ognuno di loro sarebbe capace di estirpare la minaccia esterna.
Pace e democrazia
Negli ultimi vent’anni, gli studiosi di relazioni internazionali hanno a lungo dibattuto la teoria della pace tra le democrazie; secondo questa ipotesi, è molto poco probabile che due paesi democratici si facciano la guerra. (Mi permetto di rinviare in proposito al mio “Cittadini del mondo. Verso una democrazia cosmopolitica”, Il Saggiatore 2009.) La conclusione è che un regime democratico è una sorta di vaccino contro la guerra, almeno nei confronti di altri regimi altrettanto democratici. Per quanto israeliani e palestinesi abbiano regimi assai diversi (un consolidato sistema democratico i primi, un sistema rappresentativo incerto i secondi, anche per l’assenza di un vero e proprio stato), sembra proprio che il conflitto in Medio Oriente sia un caso che sconfessa la teoria: l’appropinquarsi delle elezioni rende più facile il ricorso alla violenza. Ma se chi è al comando riesce così facilmente a manipolare l’opinione pubblica e, invece di essere punito dalle urne, ne esce addirittura rafforzato, occorre iniziare a dubitare che “vox populi vox dei”. C’è un rimedio? Molte e coraggiose proposte sono state avanzate in quarant’anni di conflitti, sia da israeliani che da palestinesi. Queste proposte sono tutte state ignorate da chi era al comando e, almeno nel caso di Israele, al comando perché eletto dal popolo.
Un film come messaggio di pace
Non c’è oggi ottimismo che sia sorretto dalla politica. Ci si può solo affidare a un film israeliano, “Valzer con Bashir”, che è appena sbarcato nelle sale italiane. Come ha notato il “New York Times”, si tratta allo stesso tempo di un cartone animato, di un documentario, di un film di propaganda politica e di una indagine sulla memoria. E, ovviamente, si basa su una storia vera, quella del regista Ali Folman, giovane soldato israeliano che ha partecipato all’occupazione del Libano del 1982 e fu lì sottoposto al battesimo del fuoco. Persa la memoria, Folman ricerca i ricordi svaniti intervistando dopo un quarto di secolo i suoi vecchi commilitoni.
Mentre le immagini sono figure animate, il sonoro usa le voci reali dei testimoni di quella guerra, e basterebbe questa singolare combinazione per giustificare l’uso di un genere cinematografico dal nome contraddittorio, un “cartone animato – documentario”. Ma questo film è soprattutto un documento storico e politico perché è una delle prime volte in cui un artista israeliano usa l’introspezione non più per ricostruire le tragedie associate all’Olocausto, ma a uno dei tanti conflitti con i vicini arabi. L’episodio che scatena il suo trauma è il fatto che i soldati israeliani assistano inermi, e probabilmente anche conniventi, allo sterminio di circa tremila palestinesi compiuto dai miliziani falangisti libanesi nel campo profughi di Sabra e Shatila. Un trauma, insomma, che scaturisce non dall’essere vittime, ma complici dei carnefici.
Il film è stato acclamato a Cannes, a Londra, a New York e, soprattutto, in Israele. Gli spettatori ne hanno apprezzato un messaggio importante, quello del dolore connesso non solamente alle violenze subite, ma anche per quelle esercitate. È stato un film criticato nel mondo arabo perché la vicenda è descritta utilizzando solamente la voce israeliana, mentre non si ascolta mai la voce delle vittime principali, i palestinesi. Neppure quando sono d’accordo sulla ricostruzione storica gli israeliani e i palestinesi riescono a condividere la propria memoria.
Ma dobbiamo valorizzare quelle voci, come quella di Folman, che faticosamente e nel mezzo delle avversità tentano di uscire dai sentimenti dominanti in Israele. I sondaggi di opinione che circolano in questi giorni dimostrano che il calcolo del governo israeliano si è dimostrato corretto: i Partiti Kadima e Laburista sono entrambi in ripresa a scapito dei conservatori del Likud. L’80 per cento degli israeliani approva senza riserve l’azione militare del governo e addirittura il 95 per cento approva l’azione militare intrapresa a Gaza. Forse l’opinione pubblica ritiene che i 13 morti subiti (tra cui alcuni soldati israeliani uccisi dalla loro stessa artiglieria) siano una perdita accettabile per l’uccisione di oltre 900 palestinesi. Ma chi ha fatto questi conti non ha capito che, al di là della riprovazione dell’opinione pubblica mondiale, gli israeliani porteranno dentro di loro il peso di queste morti per intere generazioni. È senz’altro un trauma vedersi colpiti da razzi, ma è ugualmente un trauma vedere e partecipare a una spietata rappresaglia contro i propri vicini. Ali Folman è ancora lacerato da ciò che ha fatto e visto in Libano nel 1982, e c’è da chiedersi quanti dei soldati israeliani oggi spediti a combattere porteranno dentro di loro gli stessi traumi.
Per quanto riguarda poi la popolazione di Gaza, non si può certo permettere né oggi né in alcun prevedibile futuro il lusso di interrogare il proprio inconscio: l’unica scelta che hanno è quella di morire o sopravvivere in quello che il cardinale Renato Martino ha definito un campo di concentramento.
Autore: Daniele Archibugi
Fonte: www.lostraniero.net
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