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lunedì 11 maggio 2009

La democrazia in un taxi

Nota di Wirepullers: pubblichiamo il seguente post per il significato dell'ultima frase. Un grazie va a Internazionale, preziosissima fonte d'ispirazione.

L’eminente statista italiano di nome Silvio Berlusconi, conosciuto anche come ‘il Cavaliere’, ha appena partorito nel suo cervello privilegiato un’idea che lo colloca in maniera definitiva in testa al plotone dei grandi pensatori politici. Per evitare i lunghi, monotoni e lenti dibattiti e per snellire le procedure, alla camera e al senato, il Cavaliere vuole che siano i capigruppo parlamentari a esercitare il potere di rappresentanza, facendola finita allo stesso tempo col peso morto di alcune centinaia di deputati e senatori che, nella maggior parte dei casi, non aprono bocca durante tutta la legislatura, se non per sbadigliare. A me, devo ammetterlo, sembra un’ottima idea. I rappresentanti dei maggiori partiti, diciamo tre o quattro, si riunirebbero in un taxi diretto a un ristorante dove, davanti a un lauto pasto, prenderebbero le decisioni del caso. Dietro si porterebbero, ma in sella a una bicicletta, i rappresentanti dei partiti minori, che mangerebbero al bancone, nel caso in cui ci sia, o in un bar nelle vicinanze. Niente di più democratico. Sulla strada si potrebbe anche cominciare a pensare a come liquidare questi imponenti, arroganti e pretenziosi edifici chiamati parlamento e senato, fonti di continue discussioni e onerose spese che non aiutano il popolo. Di riduzione in riduzione scommetto che arriveremmo all’agorà dei greci. Ovviamente con l’agorà, ma senza greci. Mi diranno che non bisogna prendere sul serio questo Cavaliere.
D’accordo, ma il pericolo è che si finisca per non prendere sul serio quelli che lo votano.

Autore: Jose Saramago
Fonte: quadernodisaramago.wordpress.com

I nuovi mostri

La finanza ha cercato di creare la realtà. È arrivato il momento di rifletterla

Internazionale 794, 7 maggio 2009

Nell'ondata di dati economici pubblicati ogni settimana dal governo statunitense, il recente rapporto che analizzava la composizione del pil per settore è passato quasi inosservato.

Eppure conteneva un dato molto interessante: nel 2008, per la prima volta dopo sedici anni, il settore finanziario e quello assicurativo hanno subìto una contrazione. Dal 1980 a oggi la quota di economia composta da queste due industrie è quasi raddoppiata.

Adesso c'è un'inversione di tendenza. Per molti è una buona notizia: le dimensioni dell'industria bancaria erano diventate il simbolo della tanto criticata "finanziarizzazione" dell'economia americana degli ultimi trent'anni (e di quello che l'economista Simon Johnson ha definito il "golpe silenzioso" di Wall street).

Ma dopo aver riconosciuto che il settore bancario è diventato un mostro ipertrofico, per ridimensionarlo dobbiamo cercare di capire come ha fatto a crescere tanto in così poco tempo. E anche se le scelte politiche sbagliate e il sonnambulismo degli organismi di controllo c'entrano sicuramente, buona parte della crescita del settore è dovuta ai grandi cambiamenti avvenuti nell'economia in generale, e non viceversa.

II desiderio di tornare al noioso sistema bancario degli anni cinquanta è comprensibile. Ma l'unico modo per farlo sarebbe resuscitare anche l'economia di quegli anni. Il sistema bancario era noioso perché l'economia era noiosa. Il compito più importante del settore finanziario è far arrivare il denaro degli investitori alle imprese che hanno bisogno di capitale e sono considerate un buon investimento. Nell'immediato dopoguerra, non era un servizio molto richiesto.

Anche se era forte, l'economia era dominata da colossi industriali senza molti concorrenti e in grado di finanziarsi con i profitti. Le imprese erano poche e il settore finanziario non aveva molto da fare.

I motivi del cambiamento sono stati essenzialmente due. Innanzitutto, negli anni settanta i colossi industriali hanno cominciato a vacillare e l'economia statunitense è entrata in crisi. In secondo luogo, il mondo è stato rivoluzionato dagli sviluppi della tecnologia dell'informazione e dalla nascita di nuove imprese come quelle della tv via cavo, della telefonia mobile e della biotecnologia.

L'economia è diventata molto più competitiva, mentre il rendimento delle aziende era sempre più fluttuante. Negli anni ottanta le società entravano e uscivano dalla classifica delle 500 maggiori aziende americane pubblicata dalla rivista Fortune, al doppio della velocità degli anni cinquanta e sessanta. C'era un enorme numero di nuove aziende affamate di capitale per poter crescere.

Ed era Wall street che le aiutava a trovarlo. Così sono cominciati gli investimenti di capitale a rischio, e il mercato delle quotazioni in borsa è decollato. La mancanza di regolamentazione è stata senza dubbio un fattore importante ma, secondo l'economista della New York university Thomas Philippon, la maggior parte dell'espansione del settore finanziario in quel periodo era dovuta al bisogno di nuovi capitali delle aziende.

Philippon ha dimostrato che la molla dei grandi boom dell'industria bancaria della storia statunitense – a partire dalla seconda rivoluzione industriale – è sempre stata il bisogno di finanziare nuove imprese. E ogni volta il settore finanziario si è ritrovato a essere molto più grande e forte di prima. Chi cambiava, però, non erano i banchieri, bensì il mondo.

Il boom degli ultimi dieci anni è una storia diversa. La bolla immobiliare è stata un fenomeno unico. Tutte le ondate precedenti erano nate da un cambiamento profondo dell'economia reale. La bolla immobiliare, invece, non è stata accompagnata da nessun cambiamento significativo dell'economia reale che spiegasse perché la domanda e il valore delle case erano così aumentati.

L'unica novità era che le banche avevano cominciato a concedere prestiti facili a chi voleva comprarne una, immaginando profitti inesistenti. E mentre i boom precedenti avevano reso l'economia stabilmente più produttiva e più innovativa, la stessa cosa non si può dire del boom degli ultimi dieci anni. Il settore bancario è cresciuto per dimensioni e profitti, ma in cambio abbiamo avuto solo migliaia di case vuote.

Non c'è dubbio che il settore finanziario dev'essere ridimensionato. Secondo Philippon, data l'attuale necessità di capitali delle imprese, un settore finanziario normale non dovrebbe superare le dimensioni del 1996. Ma oltre a ridimensionare la finanza, ci tocca un compito ancora più arduo: evitare che si ripetano bolle creditizie come quella dalla quale siamo appena usciti.

Per questo bisognerà limitare la possibilità che le banche abbiano un rapporto capitale-prestiti così sbilanciato, che aumenta i rischi senza produrre nessun valore sociale aggiunto.

Ma il cambiamento più importante potrebbe essere quello più difficile da introdurre: Wall street deve riconoscere che il suo vero compito è seguire l'economia reale e non guidarla. All'epoca della bolla immobiliare, la finanza ha cercato di creare la realtà. È arrivato il momento di rifletterla.

Autore: James Surowiecki
Fonte: www.internazionale.it

mercoledì 4 febbraio 2009

La guerra prima delle elezioni

Una delle chiavi di lettura più accreditate per spiegare il lancio di missili da parte di Hamas e la assolutamente sproporzionata reazione israeliana è il fatto che sia in Israele che in Palestina le forze politiche interne si contendono aspramente il consenso popolare. Per quanto lo svolgimento delle elezioni palestinesi sia sempre, come la distribuzione di acqua, cibo, medicinali e combustibili, altamente incerto, il mandato del Presidente in carica dell’Autorità Nazionale Palestinese, Mahmoud Abbas, è scaduto il 9 gennaio. Tra i palestinesi, la situazione attuale che prevede il controllo della Cisgiordania da parte di Al Fatah e di Gaza da parte di Hamas, è incerta, e c’è il rischio di una ripresa della guerra civile. Una concorrenza elettorale potrebbe evitare una ripresa delle ostilità. Certa è invece la data delle elezioni israeliane: si terranno il 10 febbraio 2009, e vista la frammentarietà del sistema politico del paese, sembra proprio che nessuno schieramento riuscirà a conquistare abbastanza voti per governare da solo. Due dei tre candidati sono personaggi chiave nel conflitto di oggi: la ministro degli esteri Tzipi Livni, leader del Partito Kadima, e il ministro della difesa Ehud Barak, leader del Partito laburista. Il terzo concorrente, il leader del Likud, Benjamin Netanyahu, al momento all’opposizione, era il favorito dai sondaggi prima dell’inizio delle ostilità, forse perché si era dimesso da ministro degli esteri quando Israele aveva iniziato a ritirarsi da Gaza nel 2005. Ed è forse proprio il tentativo della Livni e di Barak di recuperare voti e di frenare l’ascesa di Netanyahu a spiegare la crudezza della reazione israeliana.
Siamo tutti democratici e benediciamo il momento in cui la parola passa al popolo, specie se di fronte a una crisi. Vox populi vox dei: le elezioni servono a confermare vecchi leader che si sono dimostrati capaci di governare oppure a mandarli a casa nella speranza che i nuovi facciano meglio dei vecchi. Ma queste tradizionali auspici della teoria democratica non valgono in Israele e in Palestina. Arriviamo così al paradosso che l’avvicinarsi delle elezioni, il momento in cui la dialettica politica interna si sviluppa tramite una competizione agonistica piuttosto che antagonistica, scatena la violenza all’esterno. Perché?
Per quanto riguarda il popolo palestinese, anni e anni di stenti, di mancanza di ogni speranza per un degno futuro, hanno rafforzato una leadership, quella di Hamas, capace di riempirsi la bocca di slogan altisonanti ma del tutto disinteressata a offrire soluzioni politiche al conflitto. Mai si è vista nella politica contemporanea una così netta sproporzione tra gli obiettivi dichiarati e la realtà. Hamas nega il diritto all’esistenza allo Stato di Israele ma è del tutto priva di qualsiasi deterrenza militare credibile. Come mai, allora, il popolo palestinese, quando ha potuto esprimersi tramite suffragio, come nelle ultime elezioni legislative del 25 gennaio 2006, ha dato la maggioranza relativa proprio ad Hamas? Se forze politiche più realistiche, come Al Fatah, sono riuscite a ottenere ben misere concessioni da Israele in decenni di mezze trattative, il popolo si è messo nelle mani della forza politica capace di strillare di più.
Strillare, appunto, e non conseguire risultati. Bisogna leggere così la scelta di Hamas di non rinnovare la tregua semestrale con Israele di cui l’Egitto si era fatto mediatore e scaduta il 18 dicembre. Una tregua che, se prolungata almeno fino al 20 gennaio 2009, momento dell’insediamento di Barack Obama alla Casa Bianca, avrebbe potuto consentire una ripresa dei negoziati e conseguire qualche risultato tangibile per migliorare le terribili condizioni di vita in cui versano gli abitanti di Gaza. Ma invece di fare questo banalissimo calcolo politico, per dieci giorni Hamas ha aggiunto alla sua retorica anche il lancio di una sessantina di razzi Kassams. Dal punto di vista militare, questi missili si sono dimostrati inconcludenti, provocando la morte di un cittadino israeliano prima dell’inizio della rappresaglia il 27 dicembre. I botti di Capodanno a Napoli si sono dimostrati altrettanto letali. Dal punto di vista politico, Hamas ha dato il destro al governo israeliano per una nuova e del tutto sproporzionata rappresaglia.
C’è chi ha fatto giustamente notare che l’offensiva dell’esercito israeliano era stata preparata da tempo nei minimi dettagli e che sarebbe ingenuo vederla come una risposta improvvisata per il lancio di qualche razzo. Ma proprio questa considerazione doveva indurre a spostare il conflitto sul versante diplomatico piuttosto che su quello militare. Al di là di ogni ragionamento etico, Hamas ha agito in modo irresponsabile perché ha avviato una escalation che neppure può sostenere.
Bisogna concluderne che Hamas ha agito stupidamente? La realtà è che il lancio dei razzi non va giudicato con il metro della politica estera, bensì con quello della micro-politica interna della lacerata comunità politica palestinese. Hamas sa benissimo che, forzando Israele a una risposta militare, aumenta i propri consensi non solamente nella striscia di Gaza, ma anche in Cisgiordania e tra la popolazione della diaspora palestinese e, più generalmente, in tutto il mondo arabo. Si erige così come vittima del conflitto, mostra che non ci si può attendere nulla di buono dal negoziato e scredita le trattative compiute della Autorità Nazionale Palestinese. Più sarà dura la reazione israeliana e più Hamas ne esce politicamente vittorioso sul fronte interno, riscuotendo un consenso che capitalizzerà anche nel momento in cui si dovessero svolgere libere elezioni tra i palestinesi.

Il privilegio della politica interna
Ma non basta la cinica spregiudicatezza di Hamas per generare una crisi di queste proporzioni. Per litigare bisogna essere in due. Che interesse ha avuto Israele, dunque, a rispondere a una raffica di razzi con un cruento bombardamento aereo? Perché non si è reso conto che così facendo non ha fatto altro che rafforzare le peggiori fazioni palestinesi? Le intenzioni di Hamas sono note a tutti, a cominciare dai sofisticati esperti politici del governo israeliano. Al di là delle considerazioni etiche connesse all’uccisione di almeno centinaia e centinaia di individui, il governo israeliano non si è reso conto che questa rappresaglia ha reso ancora più insicura la propria popolazione, sottoponendola al rischio di una nuova stagione di attentatori suicidi?
Anche in questo caso, la risposta israeliana ha ben poco a che vedere con la politica estera. Ha, invece, molto di più a vedere con le elezioni del 10 febbraio, dove ciascun leader deve dimostrare di essere il più duro con i propri avversari. L’effetto è che, invece di moderarsi a vicenda, si sono esaltati per dimostrare agli elettori che ognuno di loro sarebbe capace di estirpare la minaccia esterna.



Pace e democrazia
Negli ultimi vent’anni, gli studiosi di relazioni internazionali hanno a lungo dibattuto la teoria della pace tra le democrazie; secondo questa ipotesi, è molto poco probabile che due paesi democratici si facciano la guerra. (Mi permetto di rinviare in proposito al mio “Cittadini del mondo. Verso una democrazia cosmopolitica”, Il Saggiatore 2009.) La conclusione è che un regime democratico è una sorta di vaccino contro la guerra, almeno nei confronti di altri regimi altrettanto democratici. Per quanto israeliani e palestinesi abbiano regimi assai diversi (un consolidato sistema democratico i primi, un sistema rappresentativo incerto i secondi, anche per l’assenza di un vero e proprio stato), sembra proprio che il conflitto in Medio Oriente sia un caso che sconfessa la teoria: l’appropinquarsi delle elezioni rende più facile il ricorso alla violenza. Ma se chi è al comando riesce così facilmente a manipolare l’opinione pubblica e, invece di essere punito dalle urne, ne esce addirittura rafforzato, occorre iniziare a dubitare che “vox populi vox dei”. C’è un rimedio? Molte e coraggiose proposte sono state avanzate in quarant’anni di conflitti, sia da israeliani che da palestinesi. Queste proposte sono tutte state ignorate da chi era al comando e, almeno nel caso di Israele, al comando perché eletto dal popolo.



Un film come messaggio di pace
Non c’è oggi ottimismo che sia sorretto dalla politica. Ci si può solo affidare a un film israeliano, “Valzer con Bashir”, che è appena sbarcato nelle sale italiane. Come ha notato il “New York Times”, si tratta allo stesso tempo di un cartone animato, di un documentario, di un film di propaganda politica e di una indagine sulla memoria. E, ovviamente, si basa su una storia vera, quella del regista Ali Folman, giovane soldato israeliano che ha partecipato all’occupazione del Libano del 1982 e fu lì sottoposto al battesimo del fuoco. Persa la memoria, Folman ricerca i ricordi svaniti intervistando dopo un quarto di secolo i suoi vecchi commilitoni.
Mentre le immagini sono figure animate, il sonoro usa le voci reali dei testimoni di quella guerra, e basterebbe questa singolare combinazione per giustificare l’uso di un genere cinematografico dal nome contraddittorio, un “cartone animato – documentario”. Ma questo film è soprattutto un documento storico e politico perché è una delle prime volte in cui un artista israeliano usa l’introspezione non più per ricostruire le tragedie associate all’Olocausto, ma a uno dei tanti conflitti con i vicini arabi. L’episodio che scatena il suo trauma è il fatto che i soldati israeliani assistano inermi, e probabilmente anche conniventi, allo sterminio di circa tremila palestinesi compiuto dai miliziani falangisti libanesi nel campo profughi di Sabra e Shatila. Un trauma, insomma, che scaturisce non dall’essere vittime, ma complici dei carnefici.
Il film è stato acclamato a Cannes, a Londra, a New York e, soprattutto, in Israele. Gli spettatori ne hanno apprezzato un messaggio importante, quello del dolore connesso non solamente alle violenze subite, ma anche per quelle esercitate. È stato un film criticato nel mondo arabo perché la vicenda è descritta utilizzando solamente la voce israeliana, mentre non si ascolta mai la voce delle vittime principali, i palestinesi. Neppure quando sono d’accordo sulla ricostruzione storica gli israeliani e i palestinesi riescono a condividere la propria memoria.
Ma dobbiamo valorizzare quelle voci, come quella di Folman, che faticosamente e nel mezzo delle avversità tentano di uscire dai sentimenti dominanti in Israele. I sondaggi di opinione che circolano in questi giorni dimostrano che il calcolo del governo israeliano si è dimostrato corretto: i Partiti Kadima e Laburista sono entrambi in ripresa a scapito dei conservatori del Likud. L’80 per cento degli israeliani approva senza riserve l’azione militare del governo e addirittura il 95 per cento approva l’azione militare intrapresa a Gaza. Forse l’opinione pubblica ritiene che i 13 morti subiti (tra cui alcuni soldati israeliani uccisi dalla loro stessa artiglieria) siano una perdita accettabile per l’uccisione di oltre 900 palestinesi. Ma chi ha fatto questi conti non ha capito che, al di là della riprovazione dell’opinione pubblica mondiale, gli israeliani porteranno dentro di loro il peso di queste morti per intere generazioni. È senz’altro un trauma vedersi colpiti da razzi, ma è ugualmente un trauma vedere e partecipare a una spietata rappresaglia contro i propri vicini. Ali Folman è ancora lacerato da ciò che ha fatto e visto in Libano nel 1982, e c’è da chiedersi quanti dei soldati israeliani oggi spediti a combattere porteranno dentro di loro gli stessi traumi.
Per quanto riguarda poi la popolazione di Gaza, non si può certo permettere né oggi né in alcun prevedibile futuro il lusso di interrogare il proprio inconscio: l’unica scelta che hanno è quella di morire o sopravvivere in quello che il cardinale Renato Martino ha definito un campo di concentramento.


Autore: Daniele Archibugi
Fonte: www.lostraniero.net

sabato 31 gennaio 2009

La notte di Gaza

Dal 27 dicembre la Striscia è sotto le bombe. Cosa significa vivere ogni giorno con il terrore, perdere tutto, non avere un luogo sicuro in cui rifugiarsi?

Internazionale 777, 8 gennaio 2009

Martedì 6 gennaio 2009 Maher ha capito che era ora di andarsene, di fuggire, di scappare per salvarsi, mettila come ti pare, basta che prendi i bambini, i figli dei tuoi fratelli, tua madre che ha appena avuto un'operazione chirurgica a cuore aperto, che aveva tredici anni, esattamente l'età di tua figlia quando l'esercito israeliano espulse lei e gli abitanti della sua cittadina nel 1952 (esatto, non nel 1948; avrei potuto essere cittadino israeliano, dicevi sempre per scherzo, se Israele – che allora aveva quattro anni – non avesse espulso i palestinesi rimasti nella cittadina di Majdal cacciandoli verso sud, verso Gaza); che importa se in questi quindici anni tu e tua moglie avete risparmiato ogni centesimo per poter lasciare il campo profughi dove tua madre era cresciuta e poi vi aveva messi al mondo tutti quanti e poi vi aveva mandati a scuola perché diceva sempre che il nostro unico capitale, di noi profughi, è il nostro cervello; che importa se tu hai studiato e ti sei sistemato e anche tua moglie, e non solo avete trovato dei lavori rispettabili e interessanti, e non solo avete viaggiato, ma vi siete anche fatti una casa abbastanza spaziosa; che importa se quella casa, ai margini di Gaza, adesso sarà bombardata e schiacciata e sfondata e sbriciolata e bruciata da tutte le sofisticate mutazioni hi-tech della polvere da sparo che vi sono state rovesciate addosso in questi ultimi undici giorni, undici giorni che sembrano undici anni, dicono tutti; che importa dei libri e dei computer e dei giocattoli e dei mobili andati distrutti, e la casa di tuo fratello – più a nord, in questa pericolosa terra di confine – è già stata evacuata e colpita da un missile e lui non ci prova neanche ad andare a controllare i danni, l'unica cosa che importa adesso è salvare la vita di tutti, adesso lo sai per davvero che cosa significa essere un profugo, dici, non t'importa di niente, tutto quello che avevi costruito durante la tua vita non vale più niente, ti basta lasciare i campi in fiamme ai margini di Gaza, dove l'esercito ha sganciato volantini dai suoi elicotteri pretendendo che la gente sgomberasse le case, e poi, se per caso non aveste colto l'allusione, lo stesso esercito vi ha bombardato con cannoni talmente vicini che avete potuto sentire i motori ronzare e ringhiare, poi ha usato certe strane armi nuove, bombe che esplodono e si trasformano in lame di fuoco che attecchisce ovunque, e quando provi a buttarci l'acqua non si spegne, anzi non fa che aumentare, tutti gli alberi sono andati, quello che importa è sfuggire al fuoco e alla nube di polvere e fumo, così fitta che non vedi chi hai davanti, e buttarsi a bordo di due auto, pregando il dio in cui non credi che un obice o una bomba o un missile israeliano non le prendano di mira come hanno fatto con alcune ambulanze (uccidendo alcuni dei soccorritori), e alcuni tecnici della società dei telefoni, o forse non hanno proprio mirato, ma gli sono cadute accanto così, per caso, com'è successo giorni fa vicino a una casa dove si teneva la veglia funebre per un ragazzo che era andato volontario a lavorare su una di quelle ambulanze; non possiamo mica ricordare tutti quei casi e quei particolari che ci sono stati detti e che abbiamo sentito raccontare durante questi

undici anni, pardon, giorni, tanti morti, adesso non ci pensare, l'unica cosa è mettere la tua famiglia al sicuro: sicuro? lo sappiamo che a Gaza nessun posto è sicuro, tutti i tuoi vicini hanno già sgomberato le loro case, tu e gli altri li avete visti, a decine, a centinaia, a migliaia, riversarsi per le strade – o meglio, quelle che un tempo erano strade e adesso sono un ammasso di asfalto contorto e brandelli di edifici – tutti stanno cercando un riparo, molti di loro sono agricoltori, non profughi del 1948, alcuni sono stati feriti nelle serre e nei campi, dove hanno lavorato fino all'ultimo minuto, adesso l'Onu ha aperto ventitré scuole per ospitare loro e quelli come loro, famiglie, neonati che piangono, vecchi e vecchie che credevano di aver già visto tutto nel 1948, donne incinte, bambini terrorizzati, ancora sotto shock dopo queste ultime migliaia di bombe e obici e missili che hanno invaso la loro infanzia e il loro sonno e li hanno fatti ammutolire, solo i loro occhi spalancati urlano, tua moglie è infermiera al reparto maternità e mentre tu portavi via i bambini lei – si chiama Fakhura, che vuol dire fiera – è andata alla scuola a visitare donne e bambini e a dare consigli su come fare e come cavarsela per chissà quanti giorni in quelle stanze affollate; hai appena raggiunto il tuo rifugio nel quartiere più ricco di Gaza, Rimal (che è stato bombardato anche più dei campi profughi), quando le radio a pile della gente (non c'è luce quindi non c'è tv, ma chi se ne importa adesso dell'elettricità, è l'acqua che manca da cinque giorni che ci fa davvero impazzire), dov'eravamo, ah sì, la radio a pile ha strillato la notizia di una bomba che ha colpito una scuola abitata da centinaia di persone venute in cerca di riparo, all'inizio non ci hai fatto caso, eri troppo occupato a scaricare i bambini e le poche suppellettili che ti sei portato dietro, poi quel nome, Fakhura, ha perforato come un trapano il tuo darti da fare e ti sei detto non può essere, hai chiamato il suo cellulare, ma prima ancora di chiamare sapevi che la rete ormai non c'era più, tre antenne erano state colpite dai missili o dalle bombe o da chissà che, le hai mandato un sms, erano le quattro del pomeriggio, tua madre chiedeva dov'era tua moglie, tu hai detto "guarda sta occupandosi di certa gente ma tra poco ritorna", i tuoi figli hanno chiesto quando arrivava mamma, tu sei rimasto zitto, ma dentro avevi un terremoto, in questi undici anni hai visto la morte tante di quelle volte che potevi immaginare… no non puoi immaginare, lei non può essere una dei dieci che sono rimasti uccisi, secondo le prime notizie, poi nel giro di mezz'ora i morti sono quindici, poi trenta c'è chi dice quaranta, abbiamo smesso di contarli, tu ricordi vagamente che la mattina sono state uccise tredici persone della famiglia Al Dayya, alla periferia est di Gaza, genitori e figli, e otto persone della loro famiglia ancora non si trovano, forse sono sotto le macerie, non avranno "l'onore" delle prime pagine come tanti altri bambini e donne e vecchi che vengono aggiunti alle statistiche di morte che, quando hai l'energia per ascoltare la radio israeliana, vieni a sapere che erano "terroristi" o civili "che i terroristi usavano come scudo", ed è per questo che loro si permettono di bombardare e prendere a cannonate le case dove si pensa che abitano militanti e leader di Hamas, però la maggior parte di loro è già scappata e restano solo

i vicini, ma sono le cinque del pomeriggio e di tua moglie ancora nessuna notizia e le immagini fugaci di cadaveri, arti, carne strappata, tutto quello che hai visto in questi undici giorni di incubo ti attraversano la mente e tu le cacci via, se questi undici giorni sono stati lunghi, quell'ora tra le cinque e le sei del pomeriggio, quando finalmente si è fatta viva, è stata un milione di volte più lunga, lei è spuntata e tu hai cominciato a sgridarla, perché non hai chiamato, perché non mi hai mandato un messaggio, la coscienza resta indietro rispetto alla realtà, ti aggrappi a cose normali, anche se in undici giorni siamo stati ricacciati indietro all'età della pietra, tu urli e lei si scusa, anche le scuse sono una cosa normale che fa a pugni con la realtà, poi lei si mette a piangere, c'era sangue dappertutto dice, mi hanno riaccompagnato a casa in ambulanza, poi ho preso la nostra auto e sono venuta qui, sono stanca, ho bisogno di dormire, ha detto e hai capito che è sconvolta, fa l'infermiera e di cose ne ha viste, specie in questi ultimi otto anni, ma questo no, a questo non era preparata, adesso abbiamo tutti bisogno di psicoterapia collettiva, dici, quello che ho visto non è guerra convenzionale, la gente dentro le case e fuori le bombe e poi c'è fumo in ogni casa, i bambini soffocano, tu cerchi di spegnere il fuoco e quello non fa che aumentare, avete tutti paura, ognuno lo mostra in un modo diverso; le donne tremano tutte, gli tremano le mani, non riescono a fermarle, è quello che ha notato Yaakub, che ha dato la mano alla mia amica Salwa, la sua vicina di un tempo al campo profughi di Shabura a Rafah, e ha notato quanto le tremava, mentre al telefono la sua voce era calma e composta, "quando mi sveglio mi stupisco di essere viva", mi aveva detto, "so che è solo per caso che sono viva", ma le mani le tremano, mi sussurra all'orecchio, per telefono, il nostro comune amico Yaakub, certo che anch'io ho paura, ma non lo faccio vedere, ha dimenticato come urlava dentro il ricevitore quel sanguinoso sabato 27 dicembre 2008, quando l'aviazione militare israeliana ha sganciato di colpo cento bombe su tutta la Striscia di Gaza, metà dei suoi bambini stavano tornando proprio in quel momento dal primo turno di scuola, l'altra metà e sua moglie stavano per andare al secondo turno (le classi sono talmente zeppe che le scuole hanno esteso il sistema dei due turni, oltre la metà della popolazione di Gaza è formata da persone sotto i diciott'anni) e tutti quei bambini erano fuori per la strada quando il fiore della tecnologia israeliana e americana ha riversato la sua potenza sui campi di addestramento di Hamas abbandonati e sui commissariati di polizia, che spesso sono stati costruiti proprio nel centro delle città, vicino alle scuole, se l'è scordato Yaakub come urlava al telefono, quando ho chiamato annunciando quella spaventosa notizia, lui ha gridato che nessuno dei suoi figli rispondeva, che non sapeva che cosa gli era successo e che sua moglie era appena uscita di casa per andare alla scuola dove insegna, ma sono impazziti, ha urlato, e nei giorni successivi si è fatto sempre più silenzioso, le sue frasi sempre più sconnesse, a volte gli scappava uno strano scoppio di risa, per esempio quando ha raccontato di un programma radiofonico notturno trasmesso da un'emittente locale che

miracolosamente funziona ancora, dove un sacco di commercianti e di operai che prima lavoravano in Israele e conoscono l'ebraico telefonano cercando di analizzare la politica di Israele e le dichiarazioni dei suoi leader, e poi si mettono a rievocare quegli anni in cui tutto era possibile, proprio come ha fatto Ahmad Sammour quando gli ho parlato al telefono, il primo giorno del nuovo anno, Ahmad Sammour, Abu Iyad, il fabbro, che per trentun anni aveva lavorato in Israele e aveva tirato su un intero quartiere di Ashkelon (Majdal, la cittadina natale della mamma di Maher), fino a quando il mondo gli si è chiuso addosso e allora ha aperto un'officina nella parte est del villaggio di Jabalia, puoi chiamare il mio ex capo, Jack, ho lavorato nella sua officina di fabbro ad Ashkelon, mi ha detto al telefono, in ebraico, gli puoi telefonare, ti parlerà lui di me, ancor oggi lo chiamo papà, lo dirà lui al tuo esercito che io non sono di Hamas, avete tanti di quegli esperti, fateli venire qui a vedere che il camion colpito dal loro missile era il mio, e che le "decine di missili" che secondo l'esercito israeliano si trovavano a bordo di quel camion erano i macchinari della mia officina e certe bombole di ossigeno che ci servono per saldare i metalli, qui fabbrichiamo porte e cancelli, mica razzi, ma quelli hanno colpito il mio camion e mio figlio c'è rimasto, è morto, e come lui altri sette ragazzi che mi aiutavano a sgombrare la mia officina dopo che era stata bombardata una casa, avevamo paura che quelle porte spalancate fossero una tentazione per i ladri, e così qualche ora dopo che avevano colpito la casa siamo venuti con il camion e con la golf bianca di mio cognato e ci siamo messi a sgomberare e a caricare: quello che è esploso sono le taniche di benzina e di carburante diesel che teniamo sempre da parte per quando sul mercato non ce n'è, a esplodere non sono stati dei razzi come ha detto il vostro esercito, ma il nostro ossigeno e la nostra benzina; mio cognato è appena andato via con la sua auto che abbiamo caricato di elettrodi – cinquanta confezioni da quattro chili l'una, si usano anche quelli per le saldature – e ha sentito lo scoppio, è tornato di corsa, ha visto tutti morti, i suoi figli, mio figlio, i vicini che ci davano una mano, ed è tornato a casa e da allora batte la testa contro il muro, voi che avete gli esperti fateli venire a vedere che non c'erano missili Grad, ora tutta quella roba sta lì, bruciata, accanto all'officina, nessuno osa toccarla o portarla via per paura che il drone mi prenda per uno di Hamas e mi spari un missile, telefona pure a Jack, io lo chiamo ancora papà, mi ha appena chiamato per chiedermi il mio numero di conto in banca, per mandarmi qualche soldo, Abu Iyad non lo sa che io ho telefonato a Jack e che lui con un accento francese mi ha detto "mi rifiuto di parlare con quella merda di giornale che è Ha'aretz", io non ho insistito non solo perché ero certa che Abu Iyad non è di Hamas, ma perché ci sono tante telefonate da fare dalle sei di mattina a mezzanotte, controlli se siamo ancora vivi, ride Salwa, ma va bene, va bene, anche noi facciamo lo stesso, ogni mattina ci telefoniamo a vicenda per controllare se siamo ancora vivi, mi tranquillizza, la sua voce sempre così calma e composta, come se ti stesse parlando di un film e non della bomba che ha colpito il ministero dell'istruzione proprio dietro l'angolo: prende in pieno il palazzo e tu pensi che sia caduta sopra casa tua, e tutti i vetri delle finestre in frantumi ma gli infissi di metallo sono stati strappati e la porta è talmente contorta che ci sono voluti tre vicini per aggiustarla,

ora il freddo e il vento sono inquilini fissi, niente luce, ma lascia perdere la luce, è l'acqua che ci manca, e con tutto questo stiamo meglio noi di tanti altri, al giornale radio abbiamo sentito che un razzo Qassam ha colpito Qiryat Gat, cioè Faluja, il villaggio dov'è nato mio padre, e io ho detto, scusami Qassam ma nessuno ti ha dato il permesso di colpire la mia terra, una volta ci siamo andati con mio padre, quando eravamo piccoli, lui ha riconosciuto il villaggio anche se tutte le case erano state rase al suolo, la casa di mia madre nel campo profughi di Shabura a Rafah è stata colpita, non direttamente ma dall'esplosione di una bomba che ha preso proprio una baracca sul piazzale del campo, figurati che casa, eternit e lamiera, ma lei si è rifiutata di andare a stare da mia sorella finché il tetto non le è crollato a pochi centimetri dalla testa, e adesso il suo unico desiderio è morire prima che succeda qualcosa a noi.

Autore: Amira Hass
Fonte: www.internazionale.it

mercoledì 14 gennaio 2009

Dodici regole infallibili per la redazione di notizie sul Medio Oriente nei grandi mezzi di comunicazione

Testo anonimo, inviato in francese al blog che Emir Sader ha all'interno della pubblicazione brasiliana Carta Maior; riprodotto dal sito www.SinPermiso.info

1) In Medio Oriente sono sempre gli arabi che attaccano per primi, ed è sempre Israele che si difende. Questa difesa si chiama "rappresaglia".
2) Né gli arabi, né i palestinesi, né i libanesi hanno il diritto di uccidere civili. Ciò si chiama "terrorismo".
3) Israele ha il diritto di uccidere civili. Ciò si chiama "legittima difesa".
4) Quando Israele uccide civili in massa, le potenze occidentali chiedono che lo faccia con moderazione. Ciò si chiama "reazione della comunità internazionale".
5) Né i palestinesi né i libanesi hanno il diritto di catturare soldati israeliani in istallazioni militari con sentinelle e trincee. Ciò va chiamato "sequestro di persone indifese".
6) Israele ha il diritto di sequestrare a qualsiasi ora e in qualsiasi luogo un certo numero di palestinesi e libanesi, se gli aggrada. La cifra attuale gravita intorno ai 10 mila, 300 dei quali sono bambini e 1000 donne. Non risulta nessuna prova di colpevolezza. Israele ha il diritto di trattenere i suoi prigionieri indefinitamente, anche qualora fossero autorità democraticamente elette dai palestinesi. Ciò va definito "incarceramento di terroristi".
7) Quando si menziona la parola "Hezbollah", è obbligatorio aggiungere nella stessa frase "appoggiati e finanziati da Siria e Iran".
8) Quando si menziona "Israele", è categoricamente proibito aggiungere "appoggiati e finanziati dagli Stati Uniti". Ciò potrebbe dare l'impressione che il conflitto sia diseguale e che l'esistenza di Israele non corra nessun pericolo.
9) Quando si parla di Israele, bisogna sempre evitare che appaiano le seguenti locuzioni: "Territori occupati", "Risoluzioni dell'ONU", "Violazioni dei Diritti Umani" e "Convenzione di Ginevra".
10) I palestinesi, come d'altronde i libanesi, sono sempre "vigliacchi" che si nascondono tra una popolazione civile che "non li vuole". Se dormono in casa con le loro famiglie, la cosa ha un nome: "vigliaccheria". Israele ha il diritto di radere al suolo con bombe e missili i quartieri dove dormono. Ciò si definisce "azione chirurgica di alta precisione".
11) Gli israeliani parlano meglio l'inglese, il francese, lo spagnolo o il portoghese degli arabi. Per questo meritano di essere intervistati con maggiore frequenza e avere più opportunità degli arabi per spiegare al grande pubblico le presenti regole di redazione (dalla 1 alla 10). Ciò si definisce "neutralità giornalistica".
12) Tutte le persone che non sono d'accordo con le suddette regole sono, è evidente, "terroristi antisemiti ad alta pericolosità".

Autore: Anonimo (trad. di Giorgio Tinelli)
Fonte: www.SinPermiso.info