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sabato 8 maggio 2010

Euro: una moneta senza Stato

The Wirepullers: La crisi greca e l'imminente crisi porto-spagnola mettono a nudo le pecche di una moneta probabilmente nata troppo in fretta, senza tenere conto delle molteplici diverstà delle genti e delle culture dei paesi che ne hanno preso parte. La crisi greca rappresenta il primo vero banco di prova per l'Unione monetaria. Che l'assenza di una unione politica tra le nazioni non cominci a farsi sentire? Di seguito il punto di Lucio Caracciolo.









fonte: Limesonline
autore: Lucio Caracciolo


Senza un vero Stato alle spalle non esiste vera moneta. Il difetto genetico della moneta unica. La scommessa sul procedere dall’economia alla moneta e alla politica. Ancora prevalgono gli stereotipi dei paesi virtuosi e di quelli inaffidabili.
L’Europa dei van Rompuy, dei Barroso e delle baronesse Ashton non può permettersi l’euro. Alla prima seria crisi, il difetto genetico della “moneta unica” – ossia della principale fra le dodici divise circolanti nei paesi europei - è venuto a galla, con conseguenze potenzialmente devastanti: senza un vero Stato alle spalle non esiste vera moneta. Il bluff può funzionare nelle giornate di sole, ma quando si scatena la tempesta non sappiamo più come proteggerci. La lezione di Atene, per chi vuole intenderla, è netta: o adeguiamo l’Europa all’euro, o rinunciamo all’euro. Storia e cronaca dell’Unione Europea lasciano intuire che sceglieremo una terza via. Rinviare, rinviare, rinviare. Fra un tampone finanziario e l’altro. Fino a che il morbo non si sarà talmente diffuso e radicato in tutti i paesi dell’Eurozona e probabilmente oltre, da renderlo incurabile. A quel punto la politica non potrà nulla, salvo preoccuparsi dell’ordine pubblico. Perché è evidente che il collasso del nostro sistema monetario, in un contesto recessivo e con una disoccupazione a due cifre, produrrebbe rivolte sociali e crisi politico-istituzionali di dimensioni imprevedibili. L’europeismo classico di stampo federalista aveva scommesso sull’euro come pietra di paragone della sua strategia esoterica: procedere dall’economia alla moneta alla politica, in una paradossale riabilitazione delle teorie marxiste. Come se dal carbone e dall’acciaio, passando al mercato e poi alla moneta, potesse transustanziarsi lo Stato federale europeo. Senza che gli europei se ne accorgessero, perché in tal caso l’avrebbero impedito. Di qui la refrattarietà ad affrontare qualsiasi pubblico dibattito su fini e confini della costruzione europea, illustrata come un eterno work in progress. Ma un “progresso” senza mèta è un’avventura. Che con il tempo ha perso il suo lato fascinoso, eccitante, per dar luogo a una diffusa euronoia. Al limite dell’eurofobia. Clima ideale per i nemici dell’Europa e per chi alla democrazia liberale e alla società aperta antepone il richiamo delle piccole patrie, delle tecnocrazie autoritarie e dei razzismi. Quest’ultimo aspetto è centrale nella vicenda dell’euro. Dalla gestazione della moneta europea nel contesto del dopo-Muro alla crisi in corso, il fattore etnico è stato e resta fondamentale. Le attuali recriminazioni dei paesi “virtuosi” (le virgolette sono d’obbligo) contro il lassismo (senza virgolette) del “Club Med” o dei “Pigs” ricorrevano, negli stessi esatti termini, durante gli anni Novanta, quando si trattava di stabilire chi fosse abilitato e chi no a entrare nella famiglia della “moneta unica”. Al di là dei vaghi criteri di Maastricht, interpretati in base alle congiunture e ai rapporti di forza, la classificazione era e resta antropologico-culturale. Sicché ai greci, ma anche ai portoghesi, agli spagnoli e agli italiani non si può dare fiducia nel lungo periodo, perché vocazionalmente tendenti a sforare o mascherare i bilanci. Mentre i tedeschi o gli olandesi sono per nascita rigorosi, puntuali, precisi. Poco importa che i fatti dimostrino spesso il contrario: i pregiudizi restano. E influenzano i nostri decisori politici quanto i mercati. Un giorno usciremo da questa crisi economica e monetaria. Speriamo in condizioni non troppo disastrose. Ciò che sembra destinato a sopravviverle è questo razzismo soft, che radicalizza le tesi schumpeteriane sul nesso fra “carattere nazionale” e politica monetaria. Se l’Europa non si fa, se l’euro traballa è perché nulla di condiviso e di duraturo si può costruire fra chi si considera geneticamente diverso.

Online ohne Allah


Thewirepullers: Il dissenso religioso in occidente è facile, radicato e diciamolo anche un pò glamour, ma provare a dichiararsi ateo nel mondo islamico è un impresa per temerari. Così è nato il primo network di atei arabi el7ad.com che, in forma anonima (la pelle è cara a tutti), discute quotidianamente, oltre che dell'esistenza di dio, della politica dell'economia e della cultura mettendo da parte i dogmi religiosi.
Ovviamente il sito è sotto perenne attacco informatico da parte degli integralisti. Ecco l'articolo originale del settmanale tedesco Die zeit.

Das internationale Netzwerk arabischer Atheisten hat regen Zulauf. Sie streiten mit Muslimen und wehren sich gegen den elektronischen Dschihad. Sie wollen einen Sieg der Toleranz

Ein letzter, feiner Kitzel von Tabubruch mag dabei sein, wenn deutsche Zeitungen den Papst als fehlbar bezeichnen. Doch für Christen ist es keine Grenzüberschreitung mehr, das religiöse Leben zu kritisieren. Ganz anders in der islamischen Welt. Hier reichen die fünf Worte »Ich glaube nicht an Gott«: Wer sie laut ausspricht, wird womöglich von der eigenen Familie verstoßen, verliert seinen Job, ja gerät in Lebensgefahr. Gegen das Bekenntnis zum Atheismus ist selbst ein Coming-out vergleichsweise harmlos – obwohl die islamischen Länder nicht eben für ihre Schwulenfreundlichkeit bekannt sind. Es ist das schärfste aller Tabus, und genau darauf zielt eine Gruppe junger Nerds mit dem »Forum arabischer Atheisten«, einer Webseite, die trotz großer Risiken für Meinungsfreiheit kämpft. Die Freidenker, die sich hier verbünden, müssen erst noch eine eigene Geistestradition begründen, das macht schon der Name ihrer arabischsprachigen Seite deutlich: »el7ad.com« ist eine lautliche Umschrift für »ilhad«, das Wort für »Atheismus« – in dem immer auch die religiöse Konnotation »Irrglaube, Ketzerei« mitschwingt.

Trotz der Gefahr, als »Ketzer« aus der Gesellschaft zu fallen, suchen die anonymen Diskussionsteilnehmer ein Gespräch jenseits der Dogmen. Sie sind das exakte Gegenbild zum Typus des glaubensfanatischen Morgenländers, der hierzulande durch die Debatten geistert. Statt arabischer Terroristen also arabische Atheisten, deren Waffe das freie Wort ist. Sie streiten offen über Politik, Wirtschaft, Kunst und entlarven die Rede von der »unüberwindlichen Kluft zwischen Orient und Okzident« als tumbe Kulturkampf-Phrase. Sie sind ein internationaler Debattierklub mit mittlerweile 15.000 eingetragenen Mitgliedern weltweit, die keinen Glauben mehr, aber eschatologische Fragen haben und oft ganz ähnlich über die letzten Dinge räsonieren wie die Philosophen des Abendlandes.

»Was ist der Sinn des Lebens?«, schreibt ein User. »Religionen gaukeln uns doch etwas vor. Das menschliche Leben ist, für sich genommen, leer, wenn wir es nicht selbst mit Sinn füllen.« Darauf ergeht die existenzialistische Antwort: »Das Leben bleibt so oder so sinnlos.« Soll heißen, wir müssen uns mit der Absurdität unserer Existenz abfinden. Camus und Sartre erleben hier, unterm Druck religiöser Denkverbote, ihre arabische Wiedergeburt.

Hinter dem Projekt steckt ein länderübergreifendes Team, das sich im Internet kennengelernt hat und die Seite seit fünf Jahren gemeinsam betreibt. Der Initiator heißt Mohamed, ist Ägypter und lebt heute in Berlin. Außerdem gehören noch ein Mann aus Jordanien sowie zwei weitere Betreiber aus arabischen Ländern dazu, die nicht genannt werden sollen. Denn Atheismus gilt als Apostasie, als Abfall vom Glauben, worauf im islamischen Recht die Todesstrafe steht. Zwar haben sich die meisten islamischen Länder von dieser koranbezogenen Rechtsprechung distanziert. Todesurteile sind nur in Ländern wie Saudi-Arabien oder Iran denkbar, und verhängt werden sie selbst dort nur in Ausnahmefällen. Trotzdem schweben Apostaten auch in jenen Staaten, die als verwestlicht gelten, in ernster Gefahr. Für Ägypten etwa erlangte der Fall des Universitätsdozenten Nasr Hamid Abu Zaid traurige Popularität. Abu Zaid trat für eine literaturkritische Auslegung des Korans ein, was ihm als Ketzerei ausgelegt wurde, da der Koran als Gottes unverfälschtes Wort gilt. Per Gerichtsverfahren wurde Abu Zaid 1995 von seiner Frau zwangsgeschieden und erhält noch heute, im holländischen Exil, Morddrohungen.

Wer angesichts dieser Lage ein Netzwerk für Gotteszweifler betreibt, ist nicht nur mutig, sondern Avantgarde. Allerdings herrscht auf el7ad.com keine Kampfesstimmung, sondern ein starker Friedenswille. Der immense Druck, öffentlich nicht vom Islam abzuweichen, soll nicht in einseitige Schelte gegen Gläubige münden. »Wir sind eine Gruppe von Atheisten, die nach Meinungsfreiheit streben«, heißt es in einer Präambel der Seite, »viele glauben fälschlicherweise, wir seien Feinde der Religion. Dabei wollen wir niemandem unsere Ansicht, dass Gott nicht existiert, aufzwingen. Wir glauben an Frieden.« Solche Spielregeln haben die Betreiber gleich zu Anfang formuliert. Denn das Forum ebenso wie sein Gründer will mit der muslimischen Welt in Kontakt bleiben. Mohamed sitzt in seiner Zweizimmerwohnung in Berlin, in einem düsteren Wohnraum, voll gestapelt mit Festplatten. Der Informatiker hat auch Theaterwissenschaften und BWL studiert; seine Überzeugung, dass es keine Seele und keinen Gott gibt, sondern nur Bewegungen von Molekülen, hat sich über Jahre aufgebaut. Als Jugendlicher war es selbst noch gläubig, bis heute betört ihn die sprachliche Schönheit des Korans, den er, ganz unironisch, sein »Lieblingsbuch« nennt. Er kann Muslime verstehen, weil er selbst einer war, doch Vorschriften, was er zu glauben habe, lässt er sich nicht mehr machen.

»Meine Familie ahnt, dass ich nicht an Gott glaube. Aber wir schweigen«

Einen echten Bekennerakt als Gotteszweifler, außerhalb des Internets, wagte er vor Jahren gegenüber seinem Onkel, einem belesenen und weltoffenen Muslim. Mohamed erklärte damals, er halte den Propheten, dessen Namen er trägt, für einen »großen Sozialreformer«, allerdings habe der als Politiker »etwas von einem Machiavelli«. Dieser wohlbedachte Satz kippte sofort das Gespräch. Der Onkel brach den Kontakt für Jahre ab.

Mohameds Courage, eine revolutionäre Internetseite zu gründen, fällt nicht zufällig mit dem neuen Selbstbewusstsein vieler arabischer Jugendlicher zusammen. Sie sind beflügelt von der Chance grenzenloser Kommunikation und lieben die virtuelle Welt, in der Blogs als realpolitische Waffe dienen. Das Beispiel Kairo zeigt, an wie vielen Stellen die Stimmung brodelt: Dort wird nicht nur eine permanente Onlineradiosendung zum Tabuthema »Scheidung auf Initiative der Frau« produziert; dort bloggen Anhänger der Minderheitsreligion der Bahai über Diskriminierung im Alltag; dort sorgten Handyvideos von Folterszenen für die spektakuläre Entlassung eines Polizisten – und das im Polizeistaat Ägypten! Regelmäßig zieht die Jugend durch Kairos Straßen, Banner schwenkend, Sprechchöre schmetternd. Ein Aufbruch ist spürbar. Und doch müssen selbst unter Bloggerkollegen die Atheisten inkognito bleiben.

Das gilt auch für M., eine Frau, die im Forum schreibt und aus einer liberalen Familie stammt. Ihre Mutter trägt kein Kopftuch, eine Schwester ist Filmschauspielerin. »Meine Familie ahnt vielleicht, dass ich nicht an Gott glaube. Aber wir würden niemals offen darüber reden.«. Für arabische Atheisten, die in der Hölle der Sprachlosigkeit schmoren, ist das Internet ein wunderbarer Ausweg. »Die Frage, ob Gott existiert, interessiert mich zwar nicht, doch sie bestimmt mein Leben«, schreibt eine wütende Userin, die offenbar aus einem sehr restriktiven Land, vielleicht Saudi-Arabien, stammt. »Trotz Globalisierung darf ich nicht ohne Zustimmung meines Mannes reisen. Frauen bleiben hinter einer Mauer aus Angst gefangen, weil ihnen der Glaube an sich selbst fehlt.« Die Verzweiflung der Schreiberin wird zunächst von einem Mann barsch gekontert, der behauptet, es zähle nicht, was der Mensch wolle, sondern was im Koran stehe. Dann empfiehlt er ein umstrittene Sure zum Umgang mit widerspenstigen Gattinnen: »Ermahnt sie, meidet sie im Ehebett und schlagt sie!« Doch statt Beifall kommt nun heftiger Widerspruch eines anderen männlichen Users, der sich bei der Frau bedankt: »Ich bin wirklich betroffen. Ihr Text erinnert mich daran, dass es harte soziale Gründe gibt, Atheist zu sein.« Im Handumdrehen bricht dieser Wortwechsel mehrere Tabus. Frauen, die mancherorts nicht einmal allein Auto fahren dürfen, stellen selbstbewusste Forderungen; Männer können deren emanzipatorischen Gedanken ohne Gesichtsverlust zustimmen; Ungläubige und Muslime begegnen sich nicht nur in abgekarteten Gerichtsverfahren, sondern im freien Austausch der Argumente.

Die Souveränität der Atheisten erweist sich gerade dann, wenn sie auf Muslime reagieren. Zu deren Lieblingsthemen gehören die »Wunder des Korans«, die angeblich moderne wissenschaftliche Erkenntnisse vorwegnahmen, so auch der Vers: »Sehen die Ungläubigen nicht, dass Himmel und Erde eine feste Masse bildeten und wir sie dann spalteten?« Dazu postet ein Muslim triumphierend, der Koran beschreibe den »Big Bang«, die heute gültige Theorie zur Entstehung des Universums. In ähnlicher Manier werden weitere Suren auf Roboter und Flugzeuge bezogen. Die Atheisten reagieren mit Humor und spitzer Koran-Exegese, um die Orthodoxen mit deren eigenen Waffen zu schlagen.

»Ich verachte Ihre Meinung, aber sie muss gesagt werden dürfen«

Trotzdem bilanzieren die Erfinder der Website zaghaft: »Man darf die Freiheitserwartungen nicht überziehen. Europa hatte schließlich mehr als zweihundert Jahre Zeit.« Gemeint ist natürlich die europäische Aufklärung, von der es oft gönnerisch heißt, die islamische Welt müsse sie noch »nachholen«. Vergessen wird dabei gern die Mu’tazila, jene Theologie, die zwischen dem 8. bis 12. Jahrhundert einen »logischen Islam« suchte und den Koran rational auslegte. An diese Tradition wollen die Internetaktivisten anknüpfen, allerdings auf eigene Weise. Denn die Mu’tazila war eine elitäre Bewegung, die zeitweise sogar per Inquisition den Strenggläubigen nachstellte. Arabische Atheisten des 21. Jahrhunderts aber bevorzugen den Dialog. Der jordanische Mitbegründer von el7ad.com beruft sich am liebsten auf Voltaire: »Ich verachte Ihre Meinung, aber ich gäbe mein Leben dafür, dass Sie sie sagen dürfen.« Ein Sieg der Toleranz ist, wovon die Computer-Gottlosen träumen.

Dies spüren denn auch die Aktivisten des »elektronischen Dschihad«. Täglich versuchen islamistische Nerds, die Seite zu sabotieren. Sie simulieren Massenzugriffe, als würden Hunderttausende User gleichzeitig auf die Seite drängen, das soll den Server schwächen, damit die Dschihadisten eindringen können – um Debattentexte zu löschen oder gar Autoren zu identifizieren. Bislang prallten die Attacken ab, denn einer der Betreiber ist hauptberuflich für IT-Sicherheit zuständig. Erwischt hat es jedoch Mohamed, als er eine »Atheisten-Zeitung« online stellte, die er nur an die Forumsseite anlehnte. Er nutzte nicht den sicheren Server, über den das Forum läuft, und plötzlich standen sein Klarname und seine Berliner Adresse im Internet. Seine Gegner outeten ihn als Atheisten und warnten über Facebook: »Wir wissen, was du tust, komm auf den rechten Weg zurück!«

Mohamed liest das als Morddrohung. Doch einschüchtern lässt er sich nicht. Er schreibt in anderen Foren als bisher und vermeidet provozierende Pointen, denn sein Ziel ist nicht, die eigene Meinung effektvoll zu propagieren – er möchte etwas bewegen. »Wenn ich schreibe: Ich glaube nicht an Allah, dann liest ja kein Muslim weiter«, sagt er. Lieber kritisiert er al-Qaida und den wahhabitischen Fundamentalismus. Neulich hat er einen Aushang gesehen, ganz altmodisch auf Papier, dass sich am Prenzlauer Berg regelmäßig eine Atheistengruppe treffe. Zu der will er nun Kontakt aufnehmen. Sie mag christlich geprägt sein, aber Mohamed ist immer offen für neue Wege.

fonti: internazionale.it
zeit.de






lunedì 3 maggio 2010

Il Nemico? Lo portiamo da casa


Wirepullers: Talebani, attentati,difficoltà logistiche, dove dobbiamo cercare le cause dei problemi americani in Iraq?
Forse non così lontano, forse il vero nemico le truppe U.S.A. se lo sono portato da casa.
Ecco come il New York Times vede il problema.

Fonte: www.nytimes.com
Autore: Helene Cooper

WASHINGTON — Gen. Stanley A. McChrystal, the leader of American and NATO forces in Afghanistan, was shown a PowerPoint slide in Kabul last summer that was meant to portray the complexity of American military strategy, but looked more like a bowl of spaghetti.

“When we understand that slide, we’ll have won the war,” General McChrystal dryly remarked, one of his advisers recalled, as the room erupted in laughter.

The slide has since bounced around the Internet as an example of a military tool that has spun out of control. Like an insurgency, PowerPoint has crept into the daily lives of military commanders and reached the level of near obsession. The amount of time expended on PowerPoint, the Microsoft presentation program of computer-generated charts, graphs and bullet points, has made it a running joke in the Pentagon and in Iraq and Afghanistan.

“PowerPoint makes us stupid,” Gen. James N. Mattis of the Marine Corps, the Joint Forces commander, said this month at a military conference in North Carolina. (He spoke without PowerPoint.) Brig. Gen. H. R. McMaster, who banned PowerPoint presentations when he led the successful effort to secure the northern Iraqi city of Tal Afar in 2005, followed up at the same conference by likening PowerPoint to an internal threat.

“It’s dangerous because it can create the illusion of understanding and the illusion of control,” General McMaster said in a telephone interview afterward. “Some problems in the world are not bullet-izable.”

In General McMaster’s view, PowerPoint’s worst offense is not a chart like the spaghetti graphic, which was first uncovered by NBC’s Richard Engel, but rigid lists of bullet points (in, say, a presentation on a conflict’s causes) that take no account of interconnected political, economic and ethnic forces. “If you divorce war from all of that, it becomes a targeting exercise,” General McMaster said.

Commanders say that behind all the PowerPoint jokes are serious concerns that the program stifles discussion, critical thinking and thoughtful decision-making. Not least, it ties up junior officers — referred to as PowerPoint Rangers — in the daily preparation of slides, be it for a Joint Staff meeting in Washington or for a platoon leader’s pre-mission combat briefing in a remote pocket of Afghanistan.

Last year when a military Web site, Company Command, asked an Army platoon leader in Iraq, Lt. Sam Nuxoll, how he spent most of his time, he responded, “Making PowerPoint slides.” When pressed, he said he was serious.

“I have to make a storyboard complete with digital pictures, diagrams and text summaries on just about anything that happens,” Lieutenant Nuxoll told the Web site. “Conduct a key leader engagement? Make a storyboard. Award a microgrant? Make a storyboard.”

Despite such tales, “death by PowerPoint,” the phrase used to described the numbing sensation that accompanies a 30-slide briefing, seems here to stay. The program, which first went on sale in 1987 and was acquired by Microsoft soon afterward, is deeply embedded in a military culture that has come to rely on PowerPoint’s hierarchical ordering of a confused world.

“There’s a lot of PowerPoint backlash, but I don’t see it going away anytime soon,” said Capt. Crispin Burke, an Army operations officer at Fort Drum, N.Y., who under the name Starbuck wrote an essay about PowerPoint on the Web site Small Wars Journal that cited Lieutenant Nuxoll’s comment.

In a daytime telephone conversation, he estimated that he spent an hour each day making PowerPoint slides. In an initial e-mail message responding to the request for an interview, he wrote, “I would be free tonight, but unfortunately, I work kind of late (sadly enough, making PPT slides).”

Defense Secretary Robert M. Gates reviews printed-out PowerPoint slides at his morning staff meeting, although he insists on getting them the night before so he can read ahead and cut back the briefing time.

Gen. David H. Petraeus, who oversees the wars in Iraq and Afghanistan and says that sitting through some PowerPoint briefings is “just agony,” nonetheless likes the program for the display of maps and statistics showing trends. He has also conducted more than a few PowerPoint presentations himself.

General McChrystal gets two PowerPoint briefings in Kabul per day, plus three more during the week. General Mattis, despite his dim view of the program, said a third of his briefings are by PowerPoint.

Richard C. Holbrooke, the Obama administration’s special representative for Afghanistan and Pakistan, was given PowerPoint briefings during a trip to Afghanistan last summer at each of three stops — Kandahar, Mazar-i-Sharif and Bagram Air Base. At a fourth stop, Herat, the Italian forces there not only provided Mr. Holbrooke with a PowerPoint briefing, but accompanied it with swelling orchestral music.

President Obama was shown PowerPoint slides, mostly maps and charts, in the White House Situation Room during the Afghan strategy review last fall.

Commanders say that the slides impart less information than a five-page paper can hold, and that they relieve the briefer of the need to polish writing to convey an analytic, persuasive point. Imagine lawyers presenting arguments before the Supreme Court in slides instead of legal briefs.

Captain Burke’s essay in the Small Wars Journal also cited a widely read attack on PowerPoint in Armed Forces Journal last summer by Thomas X. Hammes, a retired Marine colonel, whose title, “Dumb-Dumb Bullets,” underscored criticism of fuzzy bullet points; “accelerate the introduction of new weapons,” for instance, does not actually say who should do so.

No one is suggesting that PowerPoint is to blame for mistakes in the current wars, but the program did become notorious during the prelude to the invasion of Iraq. As recounted in the book “Fiasco” by Thomas E. Ricks (Penguin Press, 2006), Lt. Gen. David D. McKiernan, who led the allied ground forces in the 2003 invasion of Iraq, grew frustrated when he could not get Gen. Tommy R. Franks, the commander at the time of American forces in the Persian Gulf region, to issue orders that stated explicitly how he wanted the invasion conducted, and why. Instead, General Franks just passed on to General McKiernan the vague PowerPoint slides that he had already shown to Donald H. Rumsfeld, the defense secretary at the time.

Senior officers say the program does come in handy when the goal is not imparting information, as in briefings for reporters.

The news media sessions often last 25 minutes, with 5 minutes left at the end for questions from anyone still awake. Those types of PowerPoint presentations, Dr. Hammes said, are known as “hypnotizing chickens.”


martedì 27 aprile 2010

KIRGHIZISTAN, CAMBIO AL VERTICE




Putin compra dovunque energia apparentemente per rivenderla, ma in realtà per farne uso strategico. I poteri globali e regionali continuano a gestire le aree di propria influenza istituzionalizzando e legittimando l’interventismo


È più che evidente che dietro il cambio di vertice in Kirghizistan ci sia la lunga mano del Cremlino. Lo dimostrano il fido di 150 milioni di dollari elargito subito da Putin a favore dei nuovi governanti Kirghizi i quali parlano già delle basi militari Usa “ non giustificate ”. Il presidente Medvedev senza preoccuparsi nemmeno formalmente della sovranità nazionale del Kirghizistan invita il presidente destituito K. Bakiev a lasciare prima possibile il paese per evitare un altro Afghanistan. Ciò mentre la Bielorussia, stretta alleata di Mosca, offre asilo al presidente destituito che ovviamente rifiuta. Secondo le fonti russe – come secondo un copione - la famiglia Bakiev già durante il cambio di vertice si era trasferita negli Usa.

Solo cinque anni separano la rivolta in Kirghizistan dalla rivoluzione colorata che in linea con le rivoluzioni cromatiche in Ucraina e Georgia aveva portato al potere K.Bakiev il quale, protetto dall’establishment Usa, non era riuscito a costruire nemmeno una democrazia formale. Le rivoluzioni colorate erano sostenute da un occidente che sfruttando il crollo del sistema ex sovietico e la conseguente crisi, non si era presentato con i valori di una reale democrazia e libertà ma con il desiderio di una maggiore penetrazione, con un occhio alle risorse per allargare i mercati ed abbattere le barriere nazionali e doganali, ottenere le basi per combattere il dilagante talebanismo.

In Kirghizistan anche questa volta come la volta precedente è cambiato tutto al vertice per non cambiare nulla negli equilibri sociali. Il potere nelle repubbliche ex sovietiche rimane saldamente in mano alle vecchie gerarchie degli ex partiti comunisti, trasformate nella nuova borghesia con forti legami con gli eredi dell’ex Kgb e il Cremlino. I nuovi poteri centroasiatici emersi dalle ceneri dell’Urss basandosi sulle strutture di sicurezza - espressione di istanze di gruppo, clan e l’uomo forte (khan) -, ripristinando la tradizione storica applicano i metodi spietati del khan più forte.

Sono nate le parvenze delle istituzioni democratiche come parlamento, partiti politici, sindacati, etc... Ma lo spirito del potere è rimasto saldamente in mano agli ambienti tradizionali delle famiglie e di gruppi che, agendo nel quadro di vecchie e nuove corruzioni, gestiscono l’economia legale e vari traffici illeciti. In questo quadro le masse di diseredati privi di diritti democratici si rifugiano nei movimenti di stampo confessionale. Nel quadro di questo confessionalismo vari taleban in linea o organici con al-Qaida, chiedendo obbedienza organica, promettono la salvezza almeno per l’aldilà.

Nessuno si sarebbe accorto del cambio al vertice in questo piccolo e povero paese se non fosse per le risorse quasi vergini dell’Asia Centrale, per la posizione geografica nel cuore del continente eurasiatico, per essere alle porte della Russia e suo ex-feudo, nelle vicinanze della Cina e dell’Iran e dell’Afghanistan e per le basi militari costruite o in via di costruzione per gli Usa o per la Russia.

Basi come Manas che servono per coprire le operazioni degli Usa e della Nato in Afghanistan e al Cremlino per il riemergere e lanciarsi alla riconquista - almeno - dei territori e degli spazi dell’ex Unione Sovietica. Infatti l’elemento più importante della vicenda kirghiza consiste nell’ulteriore passo che la nuova Russia compie nel suo riemergere come potenza extranazionale. Una tendenza apparsa già con l'intervento nel Caucaso in sostegno agli ossettini e contro la Georgia dell’ingenuo avventuriero Sakashvili .

Medvedev, il presidente indicato da Putin ed eletto dal popolo, afferma senza mezzi termini che il caso del Kirghizistan potrebbe ripetersi anche altrove. Questa affermazione è la dimostrazione della ferrea volontà russa di riprendere il controllo delle aree extranazionali dove è possibile. La Russia in crisi, che aveva accettato l’arrivo e la presenza degli Usa e degli europei (in ordine sparso) fa capire di rivolere i territori perduti. La Russia che nell’ambito dell’ex Urss composto da popoli uguali e fratelli come il grande fratello, come la più uguale tra gli uguali, controllava tutto e tutti ed è intenzionata a riavere tutto il perduto.

Il riemergere della Russia nelle intenzioni e nelle politiche e soprattutto nella volontà di Putin erano ben evidenti. Putin dopo esser stato nominato dal barcollante Yeltsin, sfruttando il terrorismo ceceno di origine indipendentista e di dubbio operato (colpisce puntuale quando Putin è in difficoltà) si è impossessato del potere in tutti i sensi, ricostruendo la burocrazia di stato risuscitando l’anima di Ivan il Terribile. Putin dopo aver eliminato le resistenze della società civile (Anna Politevsakaya è solo uno dei nomi) ha eliminato tutti gli oppositori da Dubai a Londra con pallottole e i veleni di propria competenza .

Putin con l’esclusione dei gerarchi è diventato il gerarca unico e il maggior azionista di Gazprom (uguale alla Russia) e nell’ambito di un potere addomesticato come zar incontrastato è divenuto l’origine di ogni legge. Allora Putin come architetto di quel sistema in cui l’anima è la burocrazia di stato, nelle elezioni secondo ricetta ha fatto eleggere Medvedev presidente. Cosi Putin, lo zar dagli occhi di ghiaccio, trasformando l’energia in materia strategica e rinnovando puntualmente anche l'arsenale bellico, ha istituzionalizzato il neozarismo, e mostra l’ansia di metterlo in atto con l’espansionismo verso il Caucaso e Asia Centrale per avere il controllo delle materie prime soprattutto quelle energetiche.

La Russia di Putin - Medvedev comincia a fare accordi e costruire oleodotti. “ North Stream “ sotto il Baltico (via Gerard Schroder) per il Nord Europa che bypassa eurorientali come la Polonia che seguono più la politica di Washington che quella di Brusselles, e “South Stream” per il sud Europa. La Russia fa sapere ai governanti del turkmanistan (30 per cento delle risorse mondiali del gas) di essere disposta a comprare il gas turkmano al di sopra dei prezzi di mercato. Quando i turkmeni si mostrano disponibili per vendere una percentuale i russi fanno sapere che vogliono comprare il totale.

Potrebbero i turkmeni chiudere gli occhi sulle vicende della vicina Kirghizestan e non vendere?

Putin compra dovunque dall’Algeria al Turkmenistan energia apparentemente per rivenderla, ma in realtà per farne uso strategico. Lo fa capire con la solita bolletta Ucraina non pagata per chiudere i rubinetti dell’energia all’Europa negli inverni gelidi. La Russia con la Grazprom entra nel mercato iraniano dell’energia e devia l’energia iraniana verso l’area indocinese, per tenerla lontana dal Nabucco e mercati europei. Putin aveva già affermato durante la propria presidenza alla Duma: Il rublo deve diventare un mezzo più diffuso per le transazioni internazionali ha detto Putin. A questo punto, abbiamo bisogno di aprire una borsa in Russia per il commercio di petrolio, gas ed altri beni da pagare in rubli.

Ciò vuol dire escludere il dollaro da circuiti di questa borsa. Anche Tehran e Caracas intendono convergere sul progetto della borsa petrolifera ed escludere il dollaro. Sommando questa esclusione con il fatto che la metà del debito Usa è finanziato dalla Cina e altre banche centrali asiatiche, ciò vorrebbe dire il crollo del sistema basato sul dollaro (oramai senza copertura aurifera) come moneta con la quale si compra energia .

La Russia come pieno membro della Sco (Shanghai Cooperation Organization) diviene più attiva nel mondo islamico attraverso la Conferenza Islamica, mentre trasforma un suo annoso problema del passato come l’Afghanistan in un problema degli Usa e della Nato e dopo la campagna irachena dell’amministrazione Bush avvenuta nel quadro delle logiche Neo-Con, con una politica di comprensione verso Tehran si affaccia anche sul Golfo Persico, un fatto storicamente senza precedenti. Di qui non solo l'impopolarità (che alimenta ulteriormente traffici illeciti e danneggia i ceti meno abbienti) delle sanzioni ma anche la pericolosità di far cadere l’Iran in mano russo-cinese.

Mentre Putin basandosi sulla burocrazia di stato e sulle varie strutture di sicurezza pianifica le linee strategiche della nuova Russia, il Presidente Medvedev dopo aver ammonito e punito l’ avventuriero Shasakshvili arriva a consigliare Bakiev di consegnare l’ex feudo a gente di sua fiducia .

I poteri globali e regionali continuano a gestire le aree di propria influenza istituzionalizzando e legittimando l’interventismo, dimenticando che qualcuno potrebbe pensare a legittimare anche il terrorismo. I poteri gestiscono tutto secondo le logiche geopolitiche e spesso dimenticano che esistono milioni di esseri umani che hanno bisogno di sicurezza, di leggi e rispettivi diritti. La mancanza di sicurezza è una epidemia che facilmente potrebbe trasformarsi in pandemia.

Da Limes



La crisi greca a ritmo di tango?


Immagine a corredo dell'articolo - La  crisi greca a ritmo di tango? - miaeconomia.leonardo.it

Chissa' se un giorno parlando dei guai della finanza pubblica della Grecia il caso non verra' accostato a quello di inizio millennio visto in Argentina, che porto' a una devastante crisi e perfino alla bancarotta del paese sudamericano. Gia', perche' gli ingredienti sembrano esserci tutti per fare un parallelo tra le due storie, fatte salve le particolarita' dei due casi.

Comunque, anche allora, alla fine degli Anni 90, divento' chiaro che Buenos Aires stava andando dritto in un baratro, ci furono gli aiuti massicci miliardari da parte del Fondo monetario e dalla Banca Mondiale (in dollari) per salvare il paese. Il tutto, condito con pesanti misure di austerita' volute dal governo in parallelo a misure fiscali piu' pesanti. Mosse che non evitarono quel default che molti piccoli investitori stanno pagando ancora oggi.

Le condizioni greche non sembrano molto lontane da quella storia. Anche Atene sta per ricevere massicci aiuti e sta lanciando misure drastiche sul fronte dei conti pubblici (piu' tasse, meno spese) che hanno fatto scatenare la reazione dei sindacati (come accadde in Argentina).

Un'altra similitudine: entrambi i paesi avevano adottato una moneta molto forte (l'Argentina era legata al dollaro con un cambio 1 a 1. La Grecia ha l’euro) senza avere nessun controllo sulla politica monetaria della valuta di riferimento. Perche' anche Atene non controlla di certo le decisioni della Bce sull'euro, ad esempio sui tassi, sul capitale circolante, eventuali svalutazioni e cosi' via.

Il tutto combinato con una gestione dei conti pubblici quanto meno allegra rispetto ad altri paesi piu' virtuosi, porta a un quadro molto simile a quello sudamericano, con l'aggravante che la moneta di riferimento si e' pesantemente sopravvalutata con problemi di competitivita' nel commercio internazionale.

Anche gli investimenti esteri, dopo un primo afflusso piu' deciso, hanno invertito la rotta proprio in concomitanza del rafforzamento euro in combinazione con conti pubblici sempre traballanti.

A proposito, anche l'Italia non sembra molto lontana per caratteristiche - euro, deficit, svalutazione mancata, fisco traballante, investimenti esteri, export - alle due storie.

E non c'e' niente da fare, perche' una volta il governo greco avrebbe potuto tentare di controbilanciare la situazione praticando una massiccia svalutazione della dracma (come si e' fatto tantissimo in Italia con la lira) per riportare forza al commercio estero, ora il governo di Atene non puo' piu' fare una cosa del genere. Almeno finche' resta nell'euro.

fonte: http://miaeconomia.leonardo.it/

domenica 22 novembre 2009

Petrolio e instabilità

Wirepullers: l'Arabia Saudita ha pubblicamente annunciato un imminente abbassamento del prezzo del petrolio, motivando questa politica con l'intenzione di non infierire su un'economia globale già molto traballante. La spiegazione ufficiale però nasconderebbe il tentativo di colpire le casse iraniane, dando un taglio netto alle entrate di Teheran, la cui economia dipende dall'oro nero molto più di quella di Riyadh. I due paesi sono ai ferri corti già da qualche tempo e ne sanno qualcosa in Yemen, ma ora i sauditi, con la benedizione di Washington, hanno deciso di ispirarsi agli anni della guerra fredda, quando fu proprio l'abbassamento del costo del petrolio una delle armi determinanti per dare il colpo di grazia all'Unione Sovietica. Ahmadinejad si sarà guardato molto bene le immagini dei festeggiamenti per la caduta del muro di Berlino. (3)

Il crollo dei prezzi del petrolio, causato dalla contrazione della domanda conseguente alla recessione mondiale, è senz’altro una benedizione per i Paesi occidentali consumatori di greggio. Ma potrebbe rivelarsi, a lungo termine, una maledizione. Per ragioni economiche e, soprattutto, politiche. Innanzitutto, la caduta dei corsi petroliferi – e di quelli del gas, legati al greggio – interrompe i tentativi di sfruttamento di giacimenti dove l’estrazione è difficile e costosa. Infatti, economie occidentali “sazie” di petrolio ormai a buon mercato non hanno più l’incentivo economico a spendere denaro e risorse per estrazioni onerose: con il barile sotto i cinquanta dollari – un terzo di pochi mesi fa – la redditività scompare. In questo modo, ad esempio, non conviene più alle compagnie petrolifere investire nei costosi scisti bituminosi nordamericani, nelle sabbie bituminose del Canada, nel greggio super-pesante dell’Orinoco, nell’ “offshore profondo” nel Golfo del Messico e nel Golfo di Guinea. Eppure, uno studio della Rand Corporation ha valutato la capacità di produzione media dei soli scisti bituminosi del Nord degli Stati Uniti in circa 800 miliardi di barili: il triplo delle riserve saudite. Anche la ricerca di fonti energetiche alternative, il perseguimento di maggiore efficienza energetica o l’aumento della quota di nucleare potrebbero essere “narcotizzati” dai bassi prezzi. Quando la crisi economica in corso sarà superata e la domanda crescerà di nuovo, l’aumento dei prezzi potrebbe essere violento, a causa di un’offerta rigida e senza alternative, scartate perché non redditizie in tempi di abbondanza. Il Financial Times ha scritto al riguardo che “il crollo del prezzo del petrolio è come un analgesico che crea una pericolosa dipendenza: si ottiene un sollievo a breve termine, al costo di un serio danno sul lungo termine”.

Il lato politico del crollo dei prezzi petroliferi è forse ancora più pericoloso. I Paesi produttori sono praticamente tutti monoesportatori, non hanno cioè alternative economiche per produrre benessere. E’ la “maledizione del petrolio”, così definita dal direttore di Foreign Policy ed ex ministro dell’Industria del Venezuela Moisés Naìm: “Il petrolio non è soltanto una risorsa, è una forza capace di orientare la politica interna di una nazione, i suoi rapporti internazionali e persino la sua cultura. In Paesi privi di istituzioni democratiche mature e di un settore pubblico flessibile, il petrolio diventa una maledizione. Genera corruzione, ineguaglianza, disoccupazione e lotte per il potere che si concentrano naturalmente sul controllo della principale industria nazionale. Il petrolio garantisce al governo potere e autonomia, assicura entrate indipendenti dalle tasse”. E’ la storia delle petromonarchie del Golfo Persico, degli esportatori del mondo arabo, dell’Iran, della Nigeria, dell’Angola, del Messico, del Venezuela e della Russia. Questi Stati sono ovviamente fra loro diversissimi, ma li unisce la dipendenza dall’esportazione di materie prime come unico modo per ottenere valuta. Appagati dalle entrate del petrolio e del gas, non hanno mai conosciuto incentivi e stimoli per diversificare le loro economie, il che vincola il benessere di intere popolazioni ai corsi delle materie prime, per definizione fluttuanti. Tutti i Paesi produttori di greggio dipendono in gran parte dagli introiti dell’oro nero per finanziare l’educazione, la sanità, le infrastrutture, il welfare e i sussidi per la disoccupazione, specie quella giovanile. Un netto calo di questi fondi potrebbe creare problemi sociali gravi in Paesi in cui la gran parte della popolazione è rimasta povera e si sono arricchite solo le élite. Ad esempio, le politiche di redistribuzione del Venezuela di Chavez già non avevano molto successo con i prezzi del greggio alle stelle; se, come alcuni economisti prevedono, il barile dovesse crollare a 25 dollari, sarà difficile immaginare un futuro roseo per il “socialismo bolivariano” di Caracas, che ha tra l’altro speso somme enormi per acquistare materiale militare dalla Russia. Così come ha fatto l’Iran, che ha un’inflazione e un tasso di disoccupazione giovanile altissimi e ha varato bilanci espansivi nel tentativo di finanziare lavori pubblici, generare sussidi e creare lavoro. Venezuela e Iran non devono temere il fascino dell’integralismo islamico – per motivi opposti – ma i Paesi arabi sì: se la crisi dovesse costringere le petromonarchie del Golfo a rispedire a casa i giovani immigrati egiziani, giordani e yemeniti che lavorano nella penisola arabica, questi disoccupati, una volta tornati nei loro Paesi e senza prospettive di lavoro, potrebbero contribuire ad alimentare la protesta islamica contro i regimi filoccidentali.

Il caso della Russia presenta quasi un rapporto di causa ed effetto fra fluttuazioni petrolifere e mutamenti politici: dopo il primo shock petrolifero del 1973, Mosca incrementa il ritmo del riarmo e si espande in Asia e in Africa; dopo il secondo shock del ’79, un’Unione Sovietica ricca di valuta e sicura di sé invade l’Afghanistan; la caduta dei prezzi negli anni ’80 obbliga il Cremlino alla perestrojka gorbacioviana, nel tentativo di salvare uno Stato in bancarotta; il crollo dei prezzi di fine anni ’80 contribuisce alla fine dell’Urss; dopo la transizione eltsiniana, il rialzo dei corsi finanzia la restaurazione autoritaria di Putin e la sua politica estera aggressiva. Non è che oggi le cose siano molto cambiate. Come ha dichiarato al Sole 24 Ore l’ex premier russo Egor Gaidar, “l’80 per cento dell’export è greggio, gas e metalli. Come in epoca sovietica, come negli anni ‘90”. E la caduta dei prezzi incide pesantemente su un’economia legata al petrolio e al gas: il colosso energetico Gazprom ha perso in un anno il 74 per cento del valore, nello stesso periodo la Borsa ha ceduto il 67 per cento, i primi 32 oligarchi hanno perso 250 miliardi di euro secondo la rivista Forbes.

Lo scenario peggiore è quello di Paesi destabilizzati dalla caduta dei prezzi del petrolio, con rivoluzioni islamiche o nazionaliste. Questi nuovi regimi rivoluzionari nati dalla crisi sarebbero però in grado di consolidarsi al momento della ripresa internazionale, grazie al rialzo dei prezzi, reso più acuto dalla mancanza di alternative energetiche. In questo caso, oltre a poter distribuire nuova ricchezza ai loro cittadini per ottenere consenso, i nuovi governi, qualunque fosse la loro natura, non potrebbero essere ignorati né tantomeno contrastati da un Occidente sempre dipendente dal petrolio.

Autore: Pierluca Pucci Poppi

Il petrolio fu l’arma finale contro l’Urss

Wirepullers: l'Arabia Saudita ha pubblicamente annunciato un imminente abbassamento del prezzo del petrolio, motivando questa politica con l'intenzione di non infierire su un'economia globale già molto traballante. La spiegazione ufficiale però nasconderebbe il tentativo di colpire le casse iraniane, dando un taglio netto alle entrate di Teheran, la cui economia dipende dall'oro nero molto più di quella di Riyadh. I due paesi sono ai ferri corti già da qualche tempo e ne sanno qualcosa in Yemen, ma ora i sauditi, con la benedizione di Washington, hanno deciso di ispirarsi agli anni della guerra fredda, quando fu proprio l'abbassamento del costo del petrolio una delle armi determinanti per dare il colpo di grazia all'Unione Sovietica. Ahmadinejad si sarà guardato molto bene le immagini dei festeggiamenti per la caduta del muro di Berlino. (2)
Gli Stati Uniti, con l'Arabia Saudita, usarono il prezzo del greggio per mettere in crisi Mosca, al cui bilanci in crisi erano indispensabili le esportazioni dell'oro nero.

La caduta del muro di Berlino vent’anni fa è stato il segnale più dirompente della crisi sovietica in fase avanzata. Si temeva nella notte del 9 novembre l’arrivo devastante di divisioni corazzate sovietiche, come già successo nel 1953 nella stessa città e nel 1968 a Praga. Non successe, e il mondo cambiò per sempre.

Sulle ragioni della crisi sovietica si è scritto molto e la tesi più accreditata è quella dell’ “iperspesa” sovietica. Il sistema statale inefficiente, reso isterico dalla competizione militare reaganiana, giunse in pochi anni a una crisi che generò prima il disarmo, e poi la disgregazione.

Esiste però un altro aspetto meno noto della crisi, dovuto al calo delle entrate pubbliche, fortemente dipendenti dall’esportazione di gas e petrolio. La Cia ha calcolato che nel 1985 il 35% delle entrate in valuta pesante di Mosca dipendevano dagli idrocarburi. Queste enormi entrate erano generate per solo un terzo dell’esportazione, destinata ai Paesi occidentali, i restanti due terzi erano assegnati ai Paesi socialisti del Council of Mutual Economic Assistance.

Nel maggio del 1986, il prezzo del barile scese sotto i 10 dollari. Ciò generò un duplice effetto: da una parte le entrate in valuta pesante si abbassarono; dall’altra, i Paesi socialisti, legati a contratti di fornitura di lungo periodo, finirono per pagare il petrolio più della compagine occidentale, acuendo i problemi di stagnazione condivisi dalle maggiori economie di comando.

Mosca tentò di reagire: a partire dal 1986, i fondi destinati agli investimenti energetici aumentarono, raggiungendo in due anni il 24,3 % del totale degli investimenti sovietici. Ciò non bastò: le attrezzature sovietiche erano almeno vent’anni indietro rispetto a quelle americane. L’esplorazione portava sempre meno risultati.

Già nel 1983 la Cia rilevava che l’Urss stava iniziando a dirottare il petrolio dai consumatori allineati dell’Est Europa all’Occidente, pur di far cassa; e per alcuni mesi era riuscita a tenere in equilibrio il bilancio statale. Dagli inaffidabili bilanci statali iniziò a trasparire che Mosca stava però incorrendo in qualche problema: tra il 1985 e il 1987 i prestiti delle banche europee al Cremlino salirono da 11 a 26 miliardi di dollari. Il deficit nel 1989 esplose a 160 miliardi.

Il punto chiave della storia è che la crisi petrolifera sovietica è stata in parte indotta da una deliberata strategia americana. Nel 1977 la Cia rilevò che il settore petrolifero sovietico era sull’orlo della crisi (The Impending Soviet Oil Crisis, Er 77-10147); sarebbe stato salvato dalla risalita dei prezzi del 1979. Il neoliberale Regan aprì il settore petrolifero per motivi squisitamente domestici (favorire i consumi nazionali), ma con la consapevolezza che ciò avrebbe danneggiato le casse sovietiche.

Non è un caso che nel 1985 il direttore della Cia Bill Casey venne inviato in Arabia Saudita a parlare col suo omologo, il principe Turki. Il messaggio? Se volete mandar via i russi dall’Afghanistan, producete più petrolio. Gli arabi presero tempo. Poi si accorsero che, in realtà, già i consumi petroliferi erano in caduta (a causa dell’efficientamento economico post-1979); inoltre la produzione non-Opec era cresciuta di 10 milioni di barili al giorno tra il 1981 e il 1986, grazie anche alle aperture americane. L’Arabia Saudita produceva 2 milioni di barili di petrolio al giorno nell’agosto del 1985; in sei mesi passarono a cinque milioni di barili al giorno. I sauditi mantennero costanti i loro introiti aumentando le quantità, con il barile scivolato sotto i dieci dollari; ma riuscirono a ottenere l’obiettivo della ritirata sovietica. Mosca lasciò in realtà tutto il quadrante mediorientale. Non fu un caso.

Autore: Stefano Casertano

Is Saudi Arabia ready to play hardball with Iran?

Wirepullers: l'Arabia Saudita ha pubblicamente annunciato un imminente abbassamento del prezzo del petrolio, motivando questa politica con l'intenzione di non infierire su un'economia globale già molto traballante. La spiegazione ufficiale però nasconderebbe il tentativo di colpire le casse iraniane, dando un taglio netto alle entrate di Teheran, la cui economia dipende dall'oro nero più di quella di Riyadh. I due paesi sono ai ferri corti già da qualche tempo e ne sanno qualcosa in Yemen, ma ora i sauditi, con la benedizione di Washington, hanno deciso di ispirarsi agli anni della guerra fredda, quando fu proprio l'abbassamento del costo del petrolio una delle armi determinanti per dare il colpo di grazia all'Unione Sovietica. Ahmadinejad si sarà guardato molto bene le immagini dei festeggiamenti per la caduta del muro di Berlino. (1)

Are the Saudis prepared to constrain oil prices to weaken Iran? It's an intriguing possibility that, if implemented, could have major implications for U.S.-led efforts to curb the Islamic Republic's nuclear program.


In no small part because of a weakening dollar, oil prices have risen for most of the past year from a low of close to $30 per barrel to around $82 per barrel last week. But since then, prices have been slowly sliding back, dipping below $77 yesterday. Most media attributed Thursday's decline to a report that U.S. oil inventories had increased higher than expected, and that U.S. consumers continued to reduce energy use in a still sluggish economy. No doubt true. But other factors have been at play as well.


Specifically, the near-record stockpiles of oil that currently exist not only in the United States, but across the developed world, have been made possible by the fact that OPEC has been increasing output at the fastest pace in two years. Earlier this week, Bloomberg reported that the cartel has boosted production more than a million barrels a day since March -- despite the worst global recession since World War II. OPEC's largest producer, the Saudis, have helped lead the way, increasing exports four out of the past six months. Saudi output has increased almost 300,000 barrels per day since earlier this year. Overall OPEC production reached its highest level in 10 months in October.


The Saudis have said that $75 per barrel is an appropriate target price. This week, a Saudi government advisor told the press that, at over $80 per barrel, prices had reached "the high end of our range" and any further rise could prompt the Kingdom to further tap its unused capacity -- which currently stands at approximately 4 million barrels a day.


The Saudis have publicly explained their effort to moderate prices as a function of their desire to protect a fragile global economy. But it's hard not to notice that the Saudi strategy also has the side benefit of pinching Iran. Specifically, while the Saudis in 2009 require an average oil price of about $51 a barrel to cover their budget, Iran needs an average price in excess of $90. If the price holds steady at the Saudi-designated range of $70-$80 for the rest of this year, the Saudi treasury could come in with a slight surplus. The Iranians, by contrast, have reportedly been forced to consider phasing out food and energy subsidies in an attempt to battle their looming fiscal problems.


Of course, reducing subsidies on essential commodities is almost always political dynamite -- especially in a place like Iran, where the economy is already in a shambles, and where millions of Iranians have taken to the streets since the fraudulent June 12 elections to make known their hatred of the current regime. The fact is that the Islamic Republic is desperate for increased cash flow that could be used to buy off as many of its disaffected citizens as possible and cover up its gross economic mismanagement. Saudi determination to limit any price spike -- for whatever reason -- is clearly an impediment.


With daily exports in the range of 2.5 million barrels per day, Iran stands to lose about $900 million annually from every one dollar drop in the price of oil. With excess capacity of 4 million barrels per day, the Saudis are clearly in position to go much farther than they have to date in squeezing Iran if they so choose. An aggressive Saudi effort to depress oil prices well below the current $75 target could prove extremely harmful to Iran's already reeling economy and tumultuous political situation. Almost certainly, such an effort could inflict as much pain on the Iranian regime as many of the sanctions currently being discussed by the United States and its international partners -- and, given Russian and Chinese reluctance to get tough with Iran, would almost certainly be quicker and easier to implement.


Would the Saudis really be prepared to play hardball with Iran in this way? In the past, the answer has usually been no. Taking big risks to offend more powerful neighbors has generally not been the Saudi way. A transparent effort to inflict major damage on the Iranian economy would certainly incur the Islamic Republic's wrath. The Saudis no doubt recall that a similar charge about depressing oil prices led Saddam Hussein to invade Kuwait in 1990. Even if an Iranian military attack is not likely in the cards, the Saudis have good reason to fear the kind of mischief Iran could cause within the Kingdom -- especially among the large, potentially restive Shiite population that is concentrated in its oil-rich Eastern Province.


That said, there's no doubt that Saudi King Abdullah views Iran -- and the near-term prospect of its acquiring nuclear weapons -- as nothing short of an existential threat to the House of Saud and its preeminent position in the Islamic world. There's at least some chance that he may be prepared to consider doing things now that in the past would have been unthinkable in order to prevent his worst nightmare from coming to pass -- especially if he's provided sufficient support, encouragement and guarantees from the United States and our major European allies.


In this regard, the current crisis in Yemen, in which Saudi forces have been drawn into combat on their southern border against Iranian-backed Shiite rebels, has only upped the ante. As with almost everything Iran does, Abdullah no doubt perceives the Islamic Republic's involvement in Yemen as the latest maneuver in a grand strategy whose ultimate target is the Kingdom itself and control of the Islamic holy sites of Mecca and Medina.


The big question is how far the Saudis are willing to go in drawing on their oil power to really do something about it -- something, that is, that actually stands a chance of either 1) compelling the Iranian regime to fundamentally re-calculate its nuclear ambitions, or 2) speeding the regime's unraveling at the hands of its already seething population. Of course, encouraging the Saudis to use oil as a political weapon is not without its downside risks; after all, the United States was on the receiving end of just such a Saudi gambit during the oil embargo that followed the 1973 Arab-Israeli war. But given the enormity of the stakes now at play vis a vis Iran -- both for the Kingdom and for the United States -- it's clearly an option that at least deserves serious consideration. One hopes that it's already the subject of intense consultations between Washington and Riyadh, preferably at the highest levels. Should the United States conclude that the potential benefits outweigh the risks, it will need to muster every instrument at its disposal to steel the Saudi king to take unprecedented measures to face down Iran's unprecedented challenge.


Articolo del 13.11.2009


Autore: John Hannah

Fonte: www.foreignpolicy.com

martedì 20 ottobre 2009

Nuovo asse energetico e militare sino-russo nel Pacifico, verso una nuova Guerra Fredda?

Wirepullers: dopo la seconda guerra mondiale, per quarant'anni, il mondo è rimasto congelato, fermo sulla cortina di ferro. La storia di quegli anni è stata la storia della contrapposizione tra i due blocchi e qualsiasi cosa succedesse, anche nel più remoto angolo del pianeta, trovava giustificazione nella distinzione est/ovest. La caduta del muro prima e l'11 settembre dopo hanno sconvolto questo mondo, prima sancendo la fine della contrapposizione tra i blocchi, poi creando le condizioni per la nascita di un mondo nuovo, monocolore, a stelle e strisce. Era l'inizio di una nuova epoca, caratterizzata dal controllo di Washington sul pianeta. Ma questo nuovo mondo già scricchiola, come il vecchio aveva iniziato a fare negli anni Ottanta, preannunciando la propria fine. Il multipolarismo è una realtà che si sta inesorabilmente affermando. La crisi economica, le guerre stagnanti in Iraq e Afghanistan e l'emergere di nuove economie, sempre più solide e potenti, fanno intravedere le prime crepe nel progetto dei neocon americani. I sismografi geopolitici registrano le prime vibrazioni, anticipo delle scosse telluriche che potrebbero aspettarci in un futuro non troppo lontano. Un mondo si è chiuso nell'89, uno forse lo sta per fare a breve. E a Mosca e Pechino ci si dà da fare per accelerare il tutto, cancellando un caposaldo di entrambi: il dollaro. (4)

Settanta miliardi di metri cubi di gas e venticinque miliardi di dollari: questo il valore del patto siglato da Gazprom e China National Petroleum Corporation. Con questo agreement, negoziato direttamente dai due premier Wen Jabao e Wladimir Putin nel corso di colloqui ufficiali tenutisi a Pechino nei giorni scorsi, il gigante cinese corre in soccorso di un’economia russa che attraversa, ormai da alcuni mesi, una crisi produttiva profonda. Le previsioni degli economisti e le dichiarazioni dello stesso primo ministro russo Dmitri Medvedev indicano che nell’ultimo anno il paese ha prodotto il 7,5% in meno rispetto ai passati dodici mesi mentre la Cina crescerà di una percentuale variabile tra l’8,3 ed il 9%, un differenza sostanziale che potrebbe riscrivere gli equilibri geopolitici nell’area asiatica nel prossimo futuro e in prospettiva nel medio e lungo periodo.

Mosca fornirà a Pechino ogni anno 70 miliardi di metri cubi di gas ottenendo in cambio prestiti commerciali per 25 miliardi di dollari, i tecnici russi in collaborazione con quelli cinesi costruiranno una raffineria a Tianjin e gestiranno in joint venture tra le 300 e le 500 stazioni di rifornimento. Gazprom si è impegnata inoltre a fornire alla Cina gas liquido estratto da Sakhalin, ad ulteriore riprova della volontà di entrambi i paesi di stringere rapporti politico-commerciali sempre più profondi in tema di energia ed idrocarburi. Il vicepremier cinese Wang Qishan ha definito quella apertasi nei giorni scorsi come “una nuova fase di collaborazione a lungo termine” tra le due potenze, che riguarderà non solo il settore energetico ma anche quelli finanziario e militare. La Development Bank e la Agricultural Bank, entrambe cinesi, hanno infatti accordato a Vnesheconombank e a Vneshtorgbank, banche russe, un prestito da mezzo miliardo di dollari ciascuna e le Forze Armate dei due paesi si doteranno di una linea di comunicazione preferenziale per mantenere un contatto costante in caso di lanci di missili balistici contro i due paesi. Cina e Russia si candidano quindi a diventare il baricentro politico ed economico di una regione, quella del Pacifico, che sarà di fondamentale importanza per gli interessi globali. Al contempo, condividendo informazioni in campo di sicurezza militare, cercano di gettare basi comuni che possano consentire ad entrambe di affrontare eventuali sfide strategiche, in un futuro che sembra farsi ormai sempre più prossimo. Se nei prossimi quindici o venti anni il mondo assumerà sempre più una dimensione “Pacifico-centrica” non potranno essere che Pechino e Mosca a decidere di voler spostare a proprio favore gli equilibri regionali, a probabile detrimento di una posizione statunitense che sembra farsi sempre più debole nell’area asiatica.

Restano da verificare quali saranno le scelte statunitensi per la regione, sia a livello strategico che commerciale. Al momento scenari di scontro tra Washington e Pechino sembrano essere quanto mai utopici. Gli Stati Uniti sono fortemente indebitati e scatenare un conflitto di qualsivoglia tipo con la Cina rischierebbe di portare il paese verso un crollo in stile sovietico. Non è però da escludersi a priori la possibilità che, nel prossimo futuro, la Casa Bianca si trovi costretta a dover fronteggiare una Cina più potente ed arrogante sia sul versante economico che su quello strategico-militare. Come affronteranno allora a Washington la minaccia cinese? Si tornerà ad una situazione già vista, in cui due superpotenze si affrontano in una guerra congelata dalla paura? Difficile dirlo ora, ma tutto lascia pensare che in questo caso non ci troveremo di fronte a ricorsi storici, le leadership saranno quindi chiamate a scrivere una nuova pagina di politica internazionale se vorranno preservare uno dei beni più preziosi per l’umanità.

Autore: Simone Comi

Karl Marx Predicted Collapse of US Dollar in 1857

Wirepullers: dopo la seconda guerra mondiale, per quarant'anni, il mondo è rimasto congelato, fermo sulla cortina di ferro. La storia di quegli anni è stata la storia della contrapposizione tra i due blocchi e qualsiasi cosa succedesse, anche nel più remoto angolo del pianeta, trovava giustificazione nella distinzione est/ovest. La caduta del muro prima e l'11 settembre dopo hanno sconvolto questo mondo, prima sancendo la fine della contrapposizione tra i blocchi, poi creando le condizioni per la nascita di un mondo nuovo, monocolore, a stelle e strisce. Era l'inizio di una nuova epoca, caratterizzata dal controllo di Washington sul pianeta. Ma questo nuovo mondo già scricchiola, come il vecchio aveva iniziato a fare negli anni Ottanta, preannunciando la propria fine. Il multipolarismo è una realtà che si sta inesorabilmente affermando. La crisi economica, le guerre stagnanti in Iraq e Afghanistan e l'emergere di nuove economie, sempre più solide e potenti, fanno intravedere le prime crepe nel progetto dei neocon americani. I sismografi geopolitici registrano le prime vibrazioni, anticipo delle scosse telluriche che potrebbero aspettarci in un futuro non troppo lontano. Un mondo si è chiuso nell'89, uno forse lo sta per fare a breve. E a Mosca e Pechino ci si dà da fare per accelerare il tutto, cancellando un caposaldo di entrambi: il dollaro. (3)

The great October fall of the US dollar is turning into an avalanche. On Tuesday, the American currency lost nine kopeks in Russia and reached a new minimum mark this year - 29.5 rubles per dollar. Within six months (April through September) the dollar lost over 10 percent at the world foreign exchange trading, which marked the sharpest decline since 1991. Some experts believe that the American currency is close to collapse, which may lead to a new financial crisis.

The tendency of the US dollar devaluation has been observed for a few years, but the current rate of decline is unprecedented. Some jokesters even rushed to re-read the letters of Karl Marx to Friedrich Engels written during the US financial panic of 1857 discussing the collapse of America. It would have been funny if it wasn’t so serious.

The chief economist of HSBC Bank Stephen King believes that if the US officials fail to stop the fall of American currency, it may provoke another financial crisis. “A dollar collapse would be a disaster all round… It would leave the international monetary system short of stability and long of fear. It would unleash economic upheavals on a similar scale to those seen in the 1970,” King wrote for The Independent.

American officials don’t seem to be overly concerned since nothing is being done about it. The US hasn’t done anything to support the currency since 1955. But is a collapse inevitable? From the viewpoint of macroeconomic indicators, the US state of affairs is, indeed, scary: record budget deficit of $1.4 trillion, record state debt that now exceeds $11.9 trillion, high unemployment and weak currency. Huge inflows of capital into the economy that Obama is proud of haven’t yet shown results.

But on the other hand, weak currency may be good for the US.
“The economy is supported by industrial orders based on the current weak dollar and higher prices in the future. Key players in the market are ready to support their manufacturers by weakening the currency,” says Alexander Kuptsikevich, FxPro financial analyst.

If the state debt is growing, it means that the US continues to obtain loans.

“Market participants prefer to borrow money in dollars, and dollar loans are relatively affordable. They invest into more active instruments denominated in currencies of developing countries,’ explains Yevgeny Nadorshin, chief economist of Trust Investment Bank.
This causes growth of stock index. For example, Russian Trading System increased by 34 percent within two and a half months.


World center banks, who used to be trusted American partners, also turn their backs to dollar. They reduced investments into assets denominated in American currency. According to Barclays Capital , in April, May, and June, the banks invested 63% of their gains in euro or yen. If it continues, this may lead to further devaluation of dollar.

However, central banks of the countries that depend on export try not to let it happen. For example, last week a group of Asian central banks carried out unprecedented intervention in the financial markets by actively buying American currency. Bank of Russia was not a passive observer either. According to experts’ evaluations, the bank purchased over three billion dollars.

The good thing about it is that it helped Russian manufacturers to maintain competitiveness and bank reserves. The question is whether we would have to spend much more when investors change their minds and flee the Russian market changing their rubles into dollars. Last year we paid a high price for it.

“I’m not afraid that the events of the last year will repeat. The circumstances now are different. The world touched the bottom of the crisis and revival began, so there won’t be sharp moves,” says profile manager of Pilgrim Asset Management Olga Izyumova.

Yevgeniy Nadorshin agrees with her. He also thinks that dollar will continue weakening. But many experts think that as soon as the US announces the raise of interest rates, American currency will stop falling and even start growing. When is it going to happen?

Ben Bernanke, the Chairman of the United States Federal Reserve evades the answer. All he says is that this will happen when the US is sure of stable growth. On Tuesday investors discussed information obtained from the US official sources that the Federal Reserve will start raising interest rates no earlier than the second half of the next year.

Fonte: english.pravda.ru

Decline of the Dollar

Wirepullers: dopo la seconda guerra mondiale, per quarant'anni, il mondo è rimasto congelato, fermo sulla cortina di ferro. La storia di quegli anni è stata la storia della contrapposizione tra i due blocchi e qualsiasi cosa succedesse, anche nel più remoto angolo del pianeta, trovava giustificazione nella distinzione est/ovest. La caduta del muro prima e l'11 settembre dopo hanno sconvolto questo mondo, prima sancendo la fine della contrapposizione tra i blocchi, poi creando le condizioni per la nascita di un mondo nuovo, monocolore, a stelle e strisce. Era l'inizio di una nuova epoca, caratterizzata dal controllo di Washington sul pianeta. Ma questo nuovo mondo già scricchiola, come il vecchio aveva iniziato a fare negli anni Ottanta, preannunciando la propria fine. Il multipolarismo è una realtà che si sta inesorabilmente affermando. La crisi economica, le guerre stagnanti in Iraq e Afghanistan e l'emergere di nuove economie, sempre più solide e potenti, fanno intravedere le prime crepe nel progetto dei neocon americani. I sismografi geopolitici registrano le prime vibrazioni, anticipo delle scosse telluriche che potrebbero aspettarci in un futuro non troppo lontano. Un mondo si è chiuso nell'89, uno forse lo sta per fare a breve. E a Mosca e Pechino ci si dà da fare per accelerare il tutto, cancellando un caposaldo di entrambi: il dollaro. (2)

Don't believe everything you read on the Drudge Report. Well into the next few decades, the global economy will still be all about the benjamins.

The greenback is looking a bit green around the gills -- and no matter where you look, the bad news for the U.S. dollar just seems to be getting worse. America's currency has been plunging in value against the euro and the Japanese yen (and the Barack Obama administration has shown little inclination to brake the slide). Dark mutterings from the world's other great powers about the need for a new global reserve currency have accelerated the trend. Rumors about plans to topple the dollar from its pedestal abound. And just in case someone might be inclined to dismiss all the dire talk as a foreign conspiracy, the (American) head of the World Bank went on the record last month with a warning: "The United States would be mistaken to take for granted the dollar's place as the world's predominant reserve currency," Robert Zoellick said in a speech. "Looking forward, there will increasingly be other options to the dollar."

Some onlookers cite the dollar's decline as yet one more bit of evidence that the long period of American global dominance is coming to an end. The greenback's function as the world's leading reserve currency has been one of the key features of Washington's privileged place in the world since World War II. For decades the dollar has been the currency the world's countries tend to use when they do business with each other. Most central banks around the world have held the lion's share of their foreign exchange reserves in dollars, while most globally traded commodities (like oil) have been priced in the U.S. currency, too. It's an arrangement that translates into many benefits for the United States, most notably lower borrowing costs (because there's always more demand for the reserve currency than others). And then there are the myriad political and cultural knock-on effects -- the power and the prestige -- that accrue to the currency at the top of the economic pecking order. So it should come as no surprise that predictions about the impending "demise of the dollar" tend to go hand in hand with the expectation that America's hyperpower days are numbered.

There's just one problem with this picture: It ain't necessarily true. Or not yet, at least. The creation of the euro and the rise of new economic heavyweights like China are indeed opening up prospects for a global monetary system that is much less dollar-centered than today's. For that to happen, though, will require myriad changes that are likely years, if not decades away. And in the meantime, Benjamin Cohen of the University of California-Santa Barbara, points out, "It's clear that the dollar is still the leading currency in almost every category."

Overall, he notes, the dollar continues to remain well out in front of the pack in foreign exchange trading, trade, and international banking markets. Although most countries have been adding euros to their reserves since the European currency was introduced in 1999, the amount of reserves held in dollars is 2½ times greater -- "and in terms of absolute magnitude, the amount of dollars held in reserves is still on the increase," Cohen says. In fact, he points out, the dollar's share of the world's global currency reserves is actually much higher than it was at the beginning of the 1990s. In 1990 the dollar accounted for just 45 percent of reserves; today the figure is 65 percent. (For what it's worth, Cohen adds, the dollar's share peaked at 71.5 percent in 1999, the year of the euro's introduction. So sure, the euro has made a dent.)

Cohen and other economists -- including those who are less sanguine about the dollar's future -- point out that much of the current hysteria (or, depending on where you stand, euphoria) about the greenback's role tends to confuse two things: present volatility in the foreign exchange markets and the dollar's medium- to long-term structural role in the global economy. Take a look at history, in fact, and the present aura of uncertainty about the dollar appears, well, historical. Some dollar doomsayers have been claiming of late, for example, that the world's oil-producing countries are contemplating a wholesale switch to pricing oil in euros rather than dollars -- a move that, the pessimists claim, would mark the virtual death knell of America's economic dominance.

That was the thrust, for example, of a much-ballyhooed recent article, "The Demise of the Dollar," by British journalist Robert Fisk, who darkly points out that the United States invaded Iraq shortly after Saddam Hussein started pricing Iraqi oil in euros. Fisk's piece, despite presenting minimal detail to back its claims, triggered something of a run on the dollar when it was published -- a good example of the degree of the current jitteriness. In response, Harvard University economist Richard Cooper points out that the OPEC countries traditionally bring up the idea of junking the dollar pricing system periodically every time the dollar gets weak. The idea, for example, of jettisoning dollars in favor of SDRs (special drawing rights, a sort of IMF pseudo currency) that is making the rounds again has been brought up repeatedly over the years. And if they did? "I don't think it's a big deal one way or the other," he says.

And that brings us to the biggest question that potential dollar-dumpers find themselves compelled to answer: If not the dollar, then what's the alternative? The most obvious candidate would seem to be the euro. Back in pre-euro days, the deutsche mark and the French franc never really posed a serious alternative to the dollar, given their comparatively small reach back then. The economic heft of the euro-area countries, by contrast, is about the same as that of the United States; both sides account for about one-quarter of global GDP. And European financial markets are relatively deep and liquid (though still not quite on the scale of the United States'). Skeptics argue that European economic growth in the decades to come is likely to remain tepid, given Europe's rigid labor markets, dense regulation, and graying populations. And then there's that little detail that the political underlay of the euro is an international treaty rather than a nation-state.

Still, given the rising financial problems faced by the United States -- like its miserable current account deficits and exploding national debt -- economists like Harvard's Jeffrey Frankel and the University of Wisconsin-Madison's Menzie Chinn speculate that the euro could well make a go of it, perhaps surpassing the dollar's share of overall reserves as soon as 2015. Still, one wonders whether even this scenario really represents the fundamental transformation of the global order that some would predict. So what about, say, the Chinese renminbi or the Japanese yen? Although the latter is still widely held as a reserve currency in some parts of the world, its attractiveness has been diminished by the lackluster performance of Japan's economy since the 1990s. As for the renminbi, even the biggest China boosters acknowledge that it will take years before China's economy takes on the attributes needed for a global reserve currency -- particularly the deep, transparent, and liquid financial markets that still attract overseas investors to the United States. Oh, yes, and moving toward genuine convertibility might not hurt, either. (Meanwhile, it should be noted, China's dollar reserves continued to grow in the third quarter of this year.)

Another idea making the rounds involves the aforementioned SDRs. The idea has been gaining currency (forgive the pun) ever since March 23, when Zhou Xiaochuan, governor of China's central bank, proposed that central banks shift more of their foreign exchange reserves from dollars to SDRs. Far from ordering someone in the CIA to zap Zhou with a poison dart, though, U.S. Treasury Secretary Timothy Geithner actually welcomed the suggestion. (Perhaps it had something to do with the fact that the need for greater international reliance on SDRs has been the official policy of the IMF since 1978.) At April's G-20 meeting in London, the assembled countries then approved a massive issuance of $250 billion worth of SDRs -- the first in years.

There's just one problem, though. As Barry Eichengreen, a leading economist at the University of California-Berkeley, writes in a recent article, "[S]keptics question whether the SDR could ever replace the dollar as the world's leading reserve currency, for the simple reason that the SDR is not a currency. It is a composite accounting unit in which the IMF issues credits to its members." Based on a basket of four currencies (the dollar, euro, pound, and yen), the SDR can only be used right now by central banks and a few international institutions like the World Bank and the Bank for International Settlements -- and not, it should be noted, by companies or consumers. Expanding the role of SDRs beyond their present function and into that of a genuine global currency would entail an amount of political and economic re-engineering that few of the major powers would seem to have the stomach for as things stand now.

And that, in turn, drives home another important point: Although politics do play a major role in deliberations about the future reserve currency, they do so rather differently from the simplistic ways evoked in public discussion. The University of California's Cohen scoffs at the notion, for example, that Gulf Arabs might be blithely prepared to toss the dollar aside for the sake of dimly defined commercial advantage. Saudi Arabia, he points out, has a long-standing agreement with the United States to refrain from actions that might seriously destabilize the dollar; in return the United States promises to guarantee Saudi security in a region that offers myriad threats. "The Saudis have much more important issues to worry about than earning a few more percentage points on their currency reserves," Cohen says. The same applies, he points out, to Japan, still bound to the United States in a military alliance as well as through an intricate web of commercial relationships. Although China has surpassed the United States as Japan's No. 1 trading partner, that fact alone is hardly enough to compel Tokyo to shift all of its reserves to renminbi.

In short, the dollar's continued global predominance is not a sure thing; it's just that it looks a lot more likely than just about any of the other options. "To seriously dislodge the dollar in its international role would actually require concerted action around the world," says Harvard's Cooper. Does he see any signs of that? "No."

Autore: Christian Caryl